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TRUMP E LA DEGLOBALIZZAZIONE

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di Raffaele Romano

Siamo al paradosso, infatti fino a qualche anno fa nel mondo ed in Italia c’erano grandi movimenti di sinistra anti globalizzazione. In Italia spiccavano quelli della sinistra con le sue varie e molteplici indistinte e confuse tonalità il cui leader indiscusso fu, senza ombra di dubbio, Vittorio Agnoletto che guidò ARCI, ACLI, Rifondazione Comunista, Verdi, Partito dei Comunisti Italiani, Cobas, FIOM oltre a movimenti come Pax Christi e Teologia della liberazione affiancati dagli onnipresenti Legambiente e WWF e tanti altri piccoli.

Il paradosso sta nel fatto che, oggi, chi ha preso in mano la bandiera dell’antiglobalizzazione si chiama Donald Trump. A distanza di tempo le velleità delle sinistre internazionali trovano la loro ragion d’essere nella guerra che Trump sta portando avanti come a sancire che gli opposti, spesso, si attraggono e coincidono. La nuova geopolitica economica mondiale sta facendo i primi passi per sostituire la globalizzazione. Il presidente americano, piaccia o non piaccia, fa tutto questo per riportare la produzione industriale negli Stati Uniti. Prendiamo, a campione, un grande marchio USA: la Nike che, con le sue orrende scarpe ha rivelato di avere nl 2005 ben 124 stabilimenti in Cina, 73 in Thailandia, 35 in Corea del Sud e 34 in Vietnam. Altri stabilimenti sono un po’ dappertutto in Asia, in Sud America, in Australia, in Canada, Italia, Messico, Turchia e Stati Uniti. Oggi, invece, la Nike produce il 50% della produzione totale di calzature in Vietnam con 155 fabbriche dedicate ai suoi prodotti. Segue a ruota la Cina con circa il 27% ed un altro 18% in Indonesia. Seguono a ruota Thailandia, India, Pakistan, Sri Lanka, Cambogia e Malaysia. Qualcuno ricorda i bambini di 6 anni che vi lavoravano per 14 ore al giorno in condizioni di schiavitù? Qualcuno ha contabilizzato i miliardi di utili fabbricando a prezzi stracciati e rivendendo in occidente a prezzi super?

Da una ricerca condotta dall’Ufficio studi della CGIA su Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’Ice, è emerso che tra il 2009 e il 2015 il numero delle aziende italiane all’estero è aumentato del 12,7%, passando da 31.672 a 35.684.

Tre queste si annoverano Benetton, Bottega Veneta, Fitwell, Geox, Safilo, Piquadro, Wayel, Beghelli, Giesse e Argotractors. Senza dimenticare ovviamente Fiat, Dainese, Omsa, Rossignol, Ducati Energia, Calzedonia e Stefanel per non parlare dei molteplici call center dall’Albania, Tunisia, Romania e Turchia. Nel 1967 nacque l’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations) che comprende Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Brunei, Cambogia, Thailandia, Vietnam, Myanmar e Laos che, partecipando all’iniziativa, intendono assicurare all’area stabilità politica e sicurezza militare. L’Italia è presente in quest’area con un centinaio di aziende.

Quindi se Trump fa tutto ciò per riportare molta produzione industriale in patria lo si può contestare ma, dal suo punto di vista e di quello degli americani, non fa una grinza. Più di qualcuno, anzi in molti, gridano al rischio di “recessione” con voci allarmate e lancinanti. Anche qui ci permettiamo di osservare di guardare con gli occhi americani, infatti è quello che il presidente americano si propone allo scopo di costringere la Federal Reserve ad abbassare i tassi la qual cosa gli consentirebbe di tagliare debito e deficit federali. Per chi non lo sapesse quest’anno vanno in scadenza circa 7.000 miliardi di dollari di bond statunitensi il che pone problemi non di poco conto e, per risolverli, Trump aspetta il taglio dei tassi della Fed costretta dall’iniziale recessione per poterli rimettere sul mercato con tassi di interessi molto più bassi, quindi, ad un costo minore dell’attuale. L’altro elemento vitale per gli americani è il crollo in borsa sia al Nasdaq che al Dow Jones in quanto, al contrario di quanto avviene in Europa ed in Italia, l’adesione al mercato finanziario è diffusissima a partire dai colossi dei fondi pensione USA per la fortissima esposizione dei milioni di cittadini. Qualche numero può aiutare a capire: alla fine del solo 2023 i più grandi 74 fondi pensione americani avevano allocato tra Cina e Hong Kong più di 70 miliardi di dollari rientrando in patria. Complessivamente i fondi pensioni lavorano come qualcosa vicino ai 7.000 miliardi di dollari pari a 4 volte il nostro PIL per cui anche per questo la Fed sarà obbligata a tagliare il costo del denaro con i doppi effetti benefici sul debito e deficit USA. Nel frattempo gli altri decidono di muoversi pensando di salvaguardare i propri legittimi interessi. Come ha ben delineato il nostro direttore, Silvano Danesi, oggi basterebbe seguire l’esempio della Finlandia che confina con Svezia, Norvegia e Russia ed è uno Stato membro dell’UE, dell’ONU e della NATO. Danesi ci ricorda che “il confine della Finlandia con la Russia ha una lunghezza di 1.340 km e un accordo tra Usa e governo finlandese relativo ai rompighiacci, ossia alle navi che consentono le rotte artiche, ha una valenza strategica sia per i commerci, sia per il controllo dell’accesso della Russia al Baltico, dove Washington punta ad avere voce in capitolo per i suoi rapporti diretti con Mosca.”

Cosa può fare l’Italia? Alcune cose di sicuro le potrebbe fare alzando, ad esempio, le quote di prodotti che importiamo dagli Stati Uniti ed inoltre pensare a diventare il perno centrale della geopolitica strategica nel mediterraneo al fianco degli USA come stanno facendo i finlandesi nel nord Europa. Nel mio precedente articolo ricordavo che in estremo oriente avevano già messo mano, a fine marzo, ad un accordo commerciale fra Corea del Sud, Giappone e Cina. Il nuovo scenario che si delinea è che stiamo passando dalla globalizzazione totale alla regionalizzazione economica

La politica per chi la conosce e la sa fare è l’arte del possibile, ma riusciranno i nostri eroi nazionali a capirlo e a farlo?  

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  • Redazione

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