Il caso di Ostia
A Ostia, località del litorale di Roma, negli ultimi mesi sono state revocate circa la metà delle concessioni balneari.
Il litorale romano si presenta con uno spettacolo desolante, completamente devastato da manufatti abbandonati e detriti, che si riversano anche in mare con grave danno ambientale, gli stabilimenti fatti oggetto di accampamenti abusivi di balordi, perdita di posti di lavoro e di tutta la filiera di lavoro indotto da quelle imprese balneari. E, tutto questo, a ridosso della stagione estiva.
Il Comune non è riuscito a organizzare in tempo per la stagione estiva la sostituzione degli stabilimenti con nuovi gestori o in alternativa ripulire il tutto per realizzare la famosa spiaggia libera agognata da chi avversa i frequentatori del classico lido attrezzato.
Avendo tollerato per decenni gli abusi edilizi, veri o presunti, che sono alla base delle revoche delle concessioni, avrebbe avuto senso tollerarle fino a quando si fosse prospettata una possibilità di nuovi gestori o la capacità organizzativa di realizzare in tempi stretti la spiaggia libera per la stagione estiva. Invece, si è preferito attuare le revoche causando gravi disagi agli utenti e all’immagine della zona.
Il tema delle concessioni balneari non nasce “all’improvviso” per ideologia, ma da una combinazione di fattori: norme europee, in particolare la Direttiva Bolkestein, sentenze e pressioni per rendere le concessioni più trasparenti e competitive.
Per anni molte concessioni sono state prorogate senza gare pubbliche, creando di fatto posizioni molto consolidate.
Detto questo, è vero che il modello italiano degli stabilimenti balneari è diverso da quello di Paesi come la Francia o gli Stati Uniti: da noi il privato offre servizi completi – ombrelloni, bar, cabine -, mentre altrove la spiaggia è più spesso libera ma comunque gestita dal pubblico – pulizia, sicurezza, servizi minimi -.
Sul caso specifico di Ostia, però, attenzione a trarre una conclusione netta tipo “fallimento totale”. Quello che descrivo somiglia più a una fase di transizione gestita male che a una dimostrazione definitiva che il modello pubblico non funzioni.
Se togli le concessioni senza avere già pronto un sistema alternativo (gare nuove, gestione diretta efficiente, o un modello misto), è quasi inevitabile che si crei degrado temporaneo.
Il punto a mio parere è il seguente.
Gli stabilimenti privati garantivano servizi continui perché avevano un interesse economico diretto. Il pubblico, spesso, fatica a garantire la stessa continuità operativa, soprattutto se interviene in emergenza.
Ma questo non significa automaticamente che il sistema precedente fosse ottimale o equo (prezzi, accesso, durata delle concessioni, ecc.).
Quindi, più che “avevano ragione prima/torto adesso”, la questione è: come si costruisce un modello che garantisca sia accesso pubblico sia servizi di qualità?
Un equilibrio possibile (che molti propongono) è:
• una quota reale di spiagge libere ben mantenute dal Comune;
• concessioni assegnate con gare trasparenti e regole chiare;
• obblighi di servizio pubblico per i concessionari (pulizia, accesso, prezzi calmierati su alcuni servizi).
Se, invece, si passa da un sistema all’altro senza organizzazione, succede esattamente quello che descrivi: disservizi e frustrazione.
Se vogliamo, possiamo entrare nel concreto: cosa sta succedendo adesso a Ostia (norme, decisioni del Comune di Roma, situazione attuale) e capire quanto è davvero temporaneo e quanto strutturale.
Le spiagge italiane sono beni demaniali, cioè appartengono allo Stato. Questo fatto condiziona l’intero sistema: il Demanio, tramite concessioni, viene affidato in gestione a operatori privati che provvedono all’erogazione di servizi come ombrelloni, lettini, bar, ristorazione, pulizia e sicurezza che lo Stato non sarebbe in grado di fornire.
Infatti, non riesce a mantenere neppure sicure e pulite le spiagge libere che, in maggior parte, sono lasciate al degrado.
Da queste premesse si apre il tema centrale: che cosa garantisce realmente un buon servizio?
In primis, il ruolo della supervisione pubblica, nel cui ambito il fattore decisivo non è il cambio periodico del concessionario, ma la qualità del controllo esercitato dalle amministrazioni pubbliche.
Concessionario che deve rispettare obblighi chiari e verificabili, tra cui:
• sicurezza e fruibilità della spiaggia;
• pulizia e manutenzione;
• investimenti minimi previsti dalla concessione;
• rispetto delle regole urbanistiche e ambientali;
• tariffe coerenti con l’uso di un bene pubblico.
In questa prospettiva, se il sistema di vigilanza funziona correttamente, è possibile garantire un buon servizio anche senza una rotazione frequente dei gestori. Al contrario, un controllo debole può produrre servizi insoddisfacenti indipendentemente da chi gestisce la concessione.
La sostituzione del concessionario attraverso gare, come richiesto dalla normativa Bolkenstein, non rappresenta l’introduzione di una vera concorrenza, considerato il numero limitato di gestori che per motivi materiali (le spiagge sona limitate) nel tempo possono avere accesso alle concessioni e che la sostituzione non costituisce, di per sé, garanzia di servizi di qualità.
Anzi, la sostituzione automatica del gestore, a prescindere dal risultato, costituisce un disincentivo a investire e migliorare, perché la continuità non dipende dalla performance.
Il vero punto di equilibrio è un sistema delle concessioni che sappia bilanciare due esigenze: da un lato evitare che il gestore si illuda di detenere una concessione ad libitum e senza controlli, dall’altro, evitare orizzonti troppo brevi che disincentivano investimenti e qualità.
Se la durata è troppo breve o la sostituzione è percepita come automatica, il gestore può essere portato a ridurre gli investimenti di lungo periodo.
Se, invece, la concessione è troppo lunga o l’ente locale non verifica il rispetto degli obblighi il rischio è l’erogazione di servizi inadeguati e violazioni
Il vero nodo non è, quindi, la sbandierata liberalizzazione o concorrenza che per un bene demaniale immobile non può realizzarsi per definizione, ma quanto è forte la possibilità reale di essere sostituiti da un altro gestore, quanto è efficace il controllo nel far rispettare le regole del contratto, quanto è lungo l’orizzonte temporale per garantire investimenti adeguati.
La qualità del servizio, pertanto, dipende da un equilibrio tra supervisione pubblica efficace, regole chiare e applicate e tempi sufficienti a incentivare investimenti.





