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Il nucleare saudita e la fine del Medio Oriente che conoscevamo

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nucleare saudita

La nuova architettura strategica

Non è un accordo sul nucleare e non è soltanto una guerra tra Israele e Iran, ma neppure l’ennesima crisi del Golfo.

Quello che sta accadendo in queste settimane segna probabilmente la fine del Medio Oriente che abbiamo conosciuto negli ultimi quarant’anni.

Un sistema costruito sugli equilibri nati dopo la rivoluzione iraniana del 1979, consolidato dopo la Guerra del Golfo del 1991 e rimasto sostanzialmente immutato fino a oggi.

Mentre il dibattito internazionale continua a concentrarsi sui bombardamenti e sulle escalation militari, sta prendendo forma visibile una nuova architettura strategica destinata a ridefinire alleanze, corridoi energetici, tecnologie e rapporti di forza.

La chiave di lettura è racchiusa nell’accordo trentennale sulla cooperazione nucleare civile tra Stati Uniti e Arabia Saudita.

Un’intesa che affida alle aziende americane un ruolo centrale nello sviluppo delle future infrastrutture nucleari saudite e che, dopo le necessarie verifiche tecniche e autorizzative, apre anche alla possibilità di sviluppare capacità di arricchimento dell’uranio.

Non si tratta semplicemente di un accordo energetico ma di una scelta strategica destinata a influenzare gli equilibri della regione per almeno una generazione.

A prima vista potrebbe apparire un’evidente contraddizione. Gli Stati Uniti colpiscono l’Iran per impedirgli di consolidare un proprio programma nucleare e, contemporaneamente, consentono all’Arabia Saudita di sviluppare un percorso nucleare civile sempre più avanzato.

In realtà il paradosso esiste soltanto se si osservano i fatti dal punto di vista tecnico. Dal punto di vista geopolitico la logica è perfettamente coerente.

Washington non combatte il nucleare in quanto tale, combatte il nucleare che nasce e si sviluppa al di fuori della propria sfera di influenza.

Un programma realizzato con tecnologia americana, alimentato da combustibile controllato dagli Stati Uniti e inserito in un sistema di cooperazione strategica occidentale rafforza l’influenza americana nella regione.

Un programma sviluppato con il sostegno della Cina o della Russia produrrebbe invece l’effetto opposto, aumentando l’autonomia strategica di un alleato sempre più corteggiato da Pechino e Mosca.

L’obiettivo dell’accordo, quindi, va ben oltre la produzione di energia elettrica. Washington vuole impedire che il futuro tecnologico del Golfo venga costruito da altri.

Negli ultimi anni Cina e Russia avevano intensificato la loro presenza nella regione offrendo cooperazione nucleare, investimenti infrastrutturali, sistemi satellitari e tecnologie avanzate.

Con questa intesa gli Stati Uniti riaffermano un principio molto chiaro, le infrastrutture strategiche del Medio Oriente devono rimanere all’interno della sfera occidentale.

È la stessa logica che oggi guida la competizione globale per i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, le terre rare e i data center.

Chi controlla la tecnologia controlla anche gli equilibri politici. Ma il cambiamento non passa soltanto attraverso il nucleare. Passa soprattutto attraverso le grandi rotte dell’energia. Per decenni lo Stretto di Hormuz è stato il principale strumento di deterrenza dell’Iran.

Da quel passaggio transitava una quota decisiva delle esportazioni petrolifere mondiali e la semplice minaccia di bloccarlo rappresentava una leva geopolitica di enorme valore.

L’Arabia Saudita ha investito nella propria capacità di esportare greggio attraverso l’oleodotto Est-Ovest fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, riducendo progressivamente la dipendenza da Hormuz.

È proprio qui che si inserisce il ritorno degli Houthi sulla scena, la loro decisione di riaprire il fronte di Bab el-Mandeb non rappresenta soltanto un’ulteriore escalation del conflitto yemenita.

È una risposta strategica al nuovo assetto energetico della regione. Se una parte crescente del petrolio saudita può evitare Hormuz, diventa necessario colpire l’altra porta di accesso al commercio marittimo.

La pressione si sposta così verso il Mar Rosso, dimostrando che la competizione geopolitica si sta trasferendo da uno stretto all’altro seguendo il percorso delle nuove infrastrutture energetiche.

La guerra dei corridoi sta sostituendo la guerra dei giacimenti, non è più sufficiente possedere petrolio o gas, ma soprattutto decidere attraverso quali rotte quelle risorse raggiungeranno i mercati internazionali.

È questa la vera partita che si sta giocando tra Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita, Cina e Russia. Anche l’Italia sta cercando di ritagliarsi un ruolo sempre più rilevante.

Le iniziative diplomatiche promosse dalla Farnesina con Arabia Saudita, Israele, Libano e Paesi del Golfo riflettono la consapevolezza che la sicurezza economica dell’Europa dipende dalla stabilità di una rete di corridoi che parte da Hormuz, attraversa Bab el-Mandeb, il Canale di Suez e raggiunge il Mediterraneo fino al Canale d’Otranto, snodo essenziale per infrastrutture energetiche, cavi sottomarini e traffici commerciali.

Il vertice in programma a Roma il 28 e 29 luglio, co-presieduto dal ministro Antonio Tajani e dal ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan nell’ambito dell’Alleanza Globale per la soluzione a due Stati, assume un significato che va oltre la diplomazia.

È il segnale che Roma punta a inserirsi nel nuovo equilibrio del Mediterraneo allargato, rafforzando il dialogo con Riad proprio mentre il Golfo diventa il principale laboratorio della nuova architettura strategica mediorientale.

Il Medio Oriente che sta emergendo non è più quello definito esclusivamente dalle guerre combattute sul terreno.

È il Medio Oriente delle infrastrutture strategiche, delle tecnologie, dei corridoi energetici e delle grandi alleanze industriali.

È la fine del Medio Oriente che conoscevamo? Sembrerebbe di sì.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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