Sul campo prevale l’ala oltranzista
Lo scopo della guerra era di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare arricchendo l’uranio nascosto nei depositi sotterranei.
Gli attacchi israelo-americani del 2025 e del 2026 puntavano anzitutto alle postazioni addette allo scopo per allargarsi ad altri obiettivi strategici.
Il memorandum d’intesa americano-iraniano di giugno 2026 rinviava il tema nucleare a ulteriori trattative, si concentrava sulla riapertura dello Stretto di Hormuz senza balzelli dell’Iran e dell’Oman a carico degli armatori.
Il memorandum è ora strapazzato da parte americana con la nuova campagna di bombardamenti, nell’attesa che Israele, finora tenuto fuori, entri nella partita.
Il nucleare torna in primo piano, si parla di una istallazione vicino Natanz, la Pickaxe Mountain, sotto cui si nasconderebbe il grosso dell’uranio.
Il nascondiglio sarebbe troppo profondo persino per le mega bombe americane, lo spiegherebbe a Washington la delegazione israeliana guidata dal nuovo direttore del Mossad.
E, dunque, che fare?
Tentare comunque di scardinare la fortezza oppure ripiegare su obiettivi di altra natura, persino le centrali elettriche e i ponti, in modo da piegare definitivamente l’economia del Paese.
Fonti indipendenti valutano i danni in oltre 200 miliardi di dollari, una fetta consistente del PIL, e disagi crescenti nel rifornire la popolazione di elettricità e acqua.
Fare dei siti civili il nuovo bersaglio rappresenterebbe un punto di non ritorno, una minaccia esistenziale alla civiltà iraniana, aprirebbe al ritorno delle folle nelle piazze per scalzare un regime che non le protegge e che anzi le lascia prive dei beni essenziali.
In questo scenario cupo quanto incoraggiante per gli attaccanti, questi vedrebbero il successo dell’operazione e, cioè, il cambio di regime, è da valutare la tenuta appunto del regime.
Finora ha resistito alle pressioni esterne reprimendo le proteste interne e coagulando un sentimento di resistenza patriottica.
Alcuni analisti notano qualche crepa nell’apparente solidità della dirigenza.
Da una parte i guardiani della rivoluzione volti a resistere a oltranza, nella speranza che siano gli americani a stancarsi prima e che prendano le distanze dall’estremismo degli israeliani.
Dall’altra parte i vertici istituzionali, il Presidente e il Ministro degli Esteri in testa, che vorrebbero chiudere la partita sul piano negoziale, almeno per gli aspetti più sensibili e, cioè, con il cessate il fuoco.
La guida religiosa è imperscrutabile. Mojtaba Khamenei continua a non comparire in pubblico per affidare le sue istruzioni a messaggi scritti, dal tenore così ambiguo, salvo la retorica guerresca, da non lasciare intendere le ragioni profonde.
Se questo sia un segno di incertezza nel difficile frangente o di incapacità di leadership, resta un interrogativo.
Sul campo prevale l’ala cosiddetta oltranzista.
Il conflitto si allarga al Mar Rosso con gli Houthi dallo Yemen che colpiscono due mercantili sauditi e minacciano qualsiasi imbarcazione transiti per i porti sauditi.
L’Arabia Saudita ha infatti dirottato sul Mar Rosso parte delle esportazioni che prima transitavano per Hormuz.
La minaccia nello Stretto di Bab el Mandeb è volta a prosciugare i traffici sauditi ovunque passino. L’Iran vuole stanare il Regno e spingerlo a premere sugli americani.
La stessa tattica è stata adoperata nei confronti delle altre monarchie del Golfo e sulla Giordania, con il tiro al bersaglio sulle basi americane.
Il bombardamento sul porto giordano di Aqaba ha prodotto detriti sul vicino porto israeliano di Eilat. Il messaggio è chiaro: possiamo colpirvi impunemente, l’ombrello americano non si apre per voi.
La risposta saudita viene per un’altra via: con l’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti al fine di dotare il Regno di una capacità di produzione a scopi civili.
La trattativa risale all’Amministrazione Biden, fu sospesa su pressione di Israele, torna in auge con l’Amministrazione Trump. Il Presidente introduce delle cautele: no all’arricchimento a fini militari, sì all’adesione agli Accordi di Abramo.
Mentre sulla prima condizione il Regno non avrebbe riserve, sulla seconda esprimerebbe l’auspicio che la normalizzazione con Israele passi attraverso una evoluzione di Gerusalemme a favore dello stato palestinese.
La trattativa sul nucleare saudita mostra alcune contraddizioni. Riapre la corsa al nucleare nella regione, quella corsa che si vuole impedire all’Iran, ed accende le aspettative di Egitto e Turchia. Mostra il calo di influenza di Netanyahu su Trump. Da preteso burattinaio a “Bibi farà quello che gli dico di fare”.
Una cattiva premessa per le elezioni alla Knesset di ottobre: il principale sponsor del candidato Netanyahu lo ridimensiona sul piano del prestigio.





