Impariamo a saltare l’asticella
Da anni si ripete che gli studenti non riescono più a mantenere l’attenzione, che le lezioni frontali sarebbero superate e che sia necessario trasformare ogni momento formativo in un’attività partecipata, con lavori di gruppo, brainstorming e discussioni continue.
Ma una domanda andrebbe posta: si può davvero esprimere un’opinione significativa su un argomento che si sta affrontando per la prima volta?
Si è progressivamente affermata l’idea che la partecipazione debba precedere la conoscenza. Eppure, la storia dell’educazione, della scienza e della formazione delle classi dirigenti racconta esattamente il contrario. Prima si ascolta. Poi si studia. Poi si comprende. Solo dopo si discute.
I dati mostrano, inoltre, una realtà diversa da quella raccontata da molte mode pedagogiche. Secondo le rilevazioni dell’OECD, una quota importante di studenti fatica nella comprensione di testi complessi, nel ragionamento matematico e nella valutazione critica delle informazioni.
Proprio mentre il mondo richiede competenze sempre più elevate, si continua a discutere di come semplificare, alleggerire e ridurre la difficoltà. Eppure, il mondo reale non funziona così.
Chi guida aziende, governi, istituzioni o organizzazioni internazionali trascorre ore a leggere dossier, analizzare dati, seguire briefing e prendere decisioni complesse. Nessuno diventa dirigente, ricercatore, imprenditore o professionista di alto livello allenandosi esclusivamente a contenuti brevi e semplificati.
Per questo, nei miei laboratori universitari, l’asticella viene deliberatamente alzata. Non per selezionare pochi eletti. Non per mettere in difficoltà gli studenti. Ma per il loro bene: il compito di un docente non è rendere il percorso più facile, è rendere gli studenti più consapevoli.
Significa chiedere attenzione prolungata, letture impegnative, ragionamenti complessi, capacità di ascolto e spirito critico. Significa abituarli a confrontarsi con problemi che non hanno una risposta immediata.
“La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io”, scriveva Antonio Gramsci.
Disciplina. Una parola quasi scomparsa dal dibattito educativo. Si parla continuamente di resilienza. Molto meno di resistenza. La resilienza è rialzarsi dopo una caduta. La resistenza è continuare a camminare anche quando la strada diventa ripida.
Studiare un testo difficile, seguire una lezione impegnativa, mantenere la concentrazione per novanta minuti, accettare di non sapere e continuare a imparare: tutto questo non è un problema educativo. È educazione.
Anche Adriano Olivetti, spesso ricordato per la sua attenzione alla persona, investiva enormemente nella formazione e nell’elevazione culturale dei lavoratori. Non abbassava gli standard. Li elevava.
La vera inclusione non consiste nell’abbassare l’asticella, consiste nel mettere tutti nelle condizioni di saltarla. Sono crociano e ritengo sia doveroso dare ai miei studenti il massimo.





