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La devianza giovanile non è più figlia della miseria

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devianza giovanile

Una società in cui le nuove generazioni non abituate ai no reagiscono con estrema violenza contro genitori, sconosciuti e docenti

Minori che uccidono i genitori, accoltellano amici e sconosciuti, picchiano i professori. Qualcosa non va.

Un caso per tutti. Centootto coltellate. Padre, madre, fratello di dodici anni. Diciassette anni l’assassino.

A Paderno Dugnano, un ragazzo ha sterminato la sua famiglia nel sonno e poi è andato avanti come se niente fosse, fino a prepararsi gli esami di maturità in carcere.

Si dirà: un mostro, un fatto isolato, una mente malata. Comodo e sbagliato.

In media ci sono 25/30 omicidi l’anno compiuti da minorenni. Pochi, dirà qualcuno. Ma i dati disponibili divergono al punto che la Criminalpol, confrontando il 2023 con il 2024, ha registrato un balzo di oltre il 150% in valore assoluto.

E, comunque, non è il conteggio a contare: archiviarli come anomalia ci dispensa dalla domanda vera: di che pasta è fatta la parte di una generazione che abbiamo lasciato crescere senza argini?

E qui i casi isolati finiscono e cominciano i numeri che parlano di violenza.

Novantamila. Tanti sono gli studenti italiani tra i quindici e i diciannove anni che nel 2025, secondo il CNR, hanno impugnato un coltello o un’arma per minacciare un coetaneo: il 3,5% della popolazione studentesca, contro l’1,4% del 2018.

Più del doppio in sette anni.

Non parliamo di criminali: parliamo di studenti, di compagni di banco, di figli che la mattina escono di casa con lo zaino e una lama.

I minori tra i quattordici e i diciassette anni segnalati o arrestati hanno superato quota trentottomila nel 2024, il dato più alto almeno dal 2010.

Le rapine commesse da minorenni sono più che raddoppiate. Le segnalazioni per violenza sessuale sono cresciute del 25% in un solo anno.

Non sono percentuali astratte: sono volti. Sono i professori presi a pugni in classe e filmati col telefonino. Sono gli autisti dei bus aggrediti, gli anziani rapinati alla fermata, le risse della movida che finiscono in pronto soccorso.

È un linguaggio.

«La violenza sembra ormai una modalità comunemente praticata di comunicazione giovanile», avverte il procuratore generale di Perugia Sergio Sottani.

Non un’eccezione: una grammatica.

E, poi, c’è il dato che chiude il cerchio, quello che riporta tutto al punto di partenza.

Il procuratore minorile di Milano, Luca Villa, segnala l’aumento dei maltrattamenti in famiglia commessi dal figlio contro il genitore.

Non più solo Paderno, dunque, ma un esercito silenzioso di ragazzi che alzano le mani su chi li ha messi al mondo.

Non sono la stessa cosa, certo: tra centootto coltellate e uno schiaffo c’è un abisso. Ma stanno sulla stessa frattura: il crollo del limite, il disprezzo dell’autorità, l’incapacità di reggere un no.

Da dove nasce? La risposta consolatoria è sempre la stessa: il disagio, la povertà, la marginalità. Ma è una bugia che ci raccontiamo per non guardarci allo specchio.

La devianza non è più figlia della miseria: oggi riguarda anche adolescenti di ambienti benestanti, cresciuti senza alcuna privazione materiale, eppure immersi in un’apatia emotiva totale.

La famiglia di Paderno era benestante, normale, insospettabile. Non è la fame ad armare la mano di questi ragazzi. È il vuoto.

Lo ha detto con parole che nessun editorialista potrebbe migliorare la procuratrice di Torino Lucia Musti: «C’è il vuoto cosmico dell’educazione da parte di alcune famiglie».

Vuoto cosmico. Abbiamo allevato figli convinti che ogni desiderio sia un diritto e ogni no un sopruso e ci stupiamo se poi rispondono al primo limite con la lama.

Abbiamo confuso l’amore con la resa, l’ascolto con l’abdicazione, e abbiamo consegnato loro un mondo senza argini.

Quanti professori in ospedale, quanti coltelli nelle tasche degli zaini, quanti genitori che hanno paura dei propri figli serviranno prima di ammettere che quel vuoto l’abbiamo scavato noi?

Un ragazzo che non ha mai sentito dire di no non diventa libero. Diventa pericoloso. E il giorno in cui incontra il primo limite, non lo accetta: lo accoltella.

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