Le falle del nostro sistema assistenziale e non solo
L’Istat ha pubblicato le statistiche sulla povertà in Italia e il trend si conferma in aumento.
Sono 5,7 milioni gli individui sotto la soglia di povertà assoluta nel nostro Paese, il 9,8% della popolazione, e questo contrasta con l’aumento dei posti di lavoro e la diminuzione della disoccupazione sbandierati tra i successi del governo.
Ma a cosa si deve un simile fenomeno?
Iniziamo col dire che fare paragoni con la media UE è complicato, perché in Europa l’Eurostat calcola solo due tipi di indici: il numero di individui a “rischio” di povertà, che è simile a quello italiano intorno al 21% (ma capite che rischio di povertà non vuol dire nulla); e quelli con povertà monetaria inferiore a determinati parametri che a livello comunitario è del 16,7%.
Questo secondo dato è quello più assimilabile al nostro e, quindi, si può dire che malgrado tutto la situazione italiana non sia ancora catastrofica, mentre è la UE che rischia di restare schiacciata da un aspetto che a Bruxelles continuano a trascurare.
Questo almeno dicono i dati ufficiali.
L’Istat cita il COVID tra le cause dell’aumento della povertà italiana, io però a 4 anni di distanza dalla pandemia non ne sono affatto convinto.
La contraddizione con l’aumento dell’occupazione, che nell’UE sta invece diminuendo, si spiega facilmente col combinato tra i bassi salari e l’aumento dei prezzi (inflazione), che penalizza proprio le fasce più deboli della popolazione.
Ecco, se qualcosa si può imputare al governo Meloni su questo tema è di aver fatto troppo poco sul fronte dei salari.
Va poi detto che in Italia il lavoro nero è stimato in 80 miliardi l’anno, un parametro che sfugge alle statistiche e che sicuramente riduce sensibilmente il numero reale di poveri nel Paese.
A tal proposito è bene considerare che a livello indicativo – il calcolo, in realtà, è complicato perché varia dal tipo di comune e da nord a sud – si è poveri se si ha un reddito mediamente inferiore a 660 euro mensili riferiti al singolo individuo, e 1.100 euro con un figlio a carico.
C’è, poi, un altro dato a incidere in modo determinante sull’aumento del tasso di povertà italiano: un terzo dei 5,7 milioni di poveri sono immigrati e su questo dovremmo riflettere per tutta quella massa di persone giunte in Italia illegalmente, su invito esplicito di una certa parte politica di sinistra, che li va a prendere e poi li accoglie a braccia aperte perché “ci pagheranno le pensioni”, ma che, invece, manteniamo grazie all’assistenzialismo di Stato e alle tasse del nostro ceto medio.
A tal proposito, suona davvero strano che quelle stesse parti politiche oggi tuonino contro il governo per l’aumento della povertà che loro stessi hanno contribuito in modo determinante a creare.
Per lo stesso motivo suona strano che a Torino il sindaco del PD porti i suoi sostenitori in piazza per manifestare chiedendo più sicurezza, scordandosi che il PD governa la Città da 30 anni e l’intero Paese dal 2011, a parte il periodo Meloni e il breve governo gialloverde, dimenticando, peraltro, che la meta dei detenuti nelle carceri è costituita da migranti, in gran parte irregolari, giunti in Italia grazie proprio alle politiche di accoglienza indiscriminata del suo partito.
Tornando all’argomento in incipit, personalmente, frequentando i negozi e i centri commerciali, guardando lo sfarzo dei matrimoni, osservando la quantità di automobili nuove sulle strade, notando il proliferare di catene legate al fitness e vedendo le code davanti ai negozi di Swatch, Apple, Nike e similari, al lancio di un nuovo prodotto, non mi sento proprio di affermare che l’Italia sia un Paese povero.
Certamente il nostro sistema assistenziale sarebbe da rivedere, magari indirizzando la maggioranza delle risorse a chi ne ha davvero bisogno, ma servirebbe un governo con gli attributi e un popolo meno incline alla demagogia.





