L’alleanza dei bermuda che si erge contro gli USA
L’ennesima sceneggiata dei “volonterosi”, apparecchiata da Keir Starmer e svoltasi ieri (vedi a parte la cronaca), è stata preparata dal comico di Kiev con una lettera aperta a Putin, pubblicata sul sito del governo ucraino (https://www.president.gov.ua/en/news/vidkritij-list-prezidentu-rosijskoyi-federaciyi-vid-preziden-104769).
La lettera che pubblichiamo a parte per intero è piena di insulti e contiene una tesi precisa, che suona come overture all’incontro dei tre falliti di ieri a Londra.
L’overture è la seguente:
“Abbiamo saputo che in Alaska le era stata promessa la risoluzione di alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma può constatare di persona che le questioni ucraine ed europee non si decidono ad Anchorage. Altri partecipanti concordati potrebbero unirsi al percorso bilaterale che verrà istituito tra noi. Poiché la guerra si sta svolgendo in Europa e poiché l’Ucraina ha bisogno di garanzie di sicurezza, e poiché anche voi cercate garanzie di sicurezza per voi stessi, sarebbe logico coinvolgere coloro che possono effettivamente fungere da garanti. Riteniamo che l’Europa debba partecipare a questo processo, ovvero coloro che hanno realmente la capacità di influenzare la situazione. Riteniamo inoltre che gli Stati Uniti debbano partecipare al processo. Questo potrebbe contribuire a plasmare una nuova architettura di sicurezza per la nostra parte del mondo”.
In buona sostanza, il messaggio dice che quello che Putin e Trump hanno concordato in Alaska è meno di niente e che le trattative di pace si devono fare con gli europei, ovvero con gli inglesi che dirigono il coro dei falliti, al quale si associano Macron e Merz.
Se c’era ancora un minimo di dubbio che l’obiettivo del comico di Kiev, al servizio degli inglesi, fosse quello di togliere ogni credibilità a Trump, ora quel dubbio è sparito.
Putin ha respinto la proposta definendola “maleducata” e inutile al momento; ha detto di non vedere motivo per un faccia a faccia ora (servirebbero prima accordi concreti tramite delegazioni e esperti) e ha affermato, chiaro e tondo che non intende inserire gli europei in un’eventuale trattativa di pace.
Putin ha attaccato l’UE accusandola di provocare caos, di politiche miopi e di usare le sanzioni per minare l’economia globale. Ha difeso la tenuta economica russa (paragonandola a quella europea) e ha mostrato scetticismo sul ruolo dell’Europa come garante, preferendo chiaramente canali con gli USA (Trump menzionato positivamente).
Chiaramente, se vuoi davvero mettere in campo un incontro, non lo fai con una lettera aperta piena di insulti, ma ti affidi alla diplomazia.
Non a caso, giusto per metterci una pezza, il Financial Times, voce della City di Londra, scrive che Zelensky si sarebbe servito dell’ex proprietario del Chelsea, Roman Abramovich, per inviare un messaggio di pace al leader del Cremlino, Vladimir Putin, nel tentativo di organizzare un incontro durante il quale discutere della fine della guerra.
Secondo quanto riferito da alcune fonti, il 21 maggio Zelensky avrebbe chiesto ad Abramovich di dire al presidente russo che era pronto a incontrarlo per quello che sarebbe stato il loro primo bilaterale dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Senza fare nomi, venerdì Putin ha detto di aver incontrato “uno dei rappresentanti dei nostri ambienti imprenditoriali” e “questo, diciamo, collega” dopo il suo viaggio a Kiev, e di avergli detto di non vedere alcun motivo per incontrare Zelensky.
Insomma, la toppa è peggio del buco. Per parlare con Putin Zelensky si sarebbe servito di un oligarca russo, di nazionalità russa, israeliane e portoghese, ex proprietario del Chelsea, società calcistica inglese con sede nella città di Londra, uno degli uomini più ricchi del mondo che nel 2003 acquistò il club per circa 140 – 190 milioni di sterline.
Sotto la sua proprietà il Chelsea ha vinto: 5 Premier League, 2 Champions League, 2 Europa League, varie FA Cup e altri trofei. Nel 2022, a causa delle sanzioni internazionali legate all’invasione russa dell’Ucraina, fu costretto a vendere il club a un consorzio guidato da Todd Boehly (per circa 4-5 miliardi di dollari).
I proventi della vendita sono bloccati e destinati a cause umanitarie per l’Ucraina. Sembra una barzelletta inglese. Ti mando un emissario che è un oligarca russo sanzionato, i cui soldi sono bloccati ma che ha avuto stretti rapporti con l’Inghilterra.
Insomma, gira gira, Zelensky dimostra ad ogni passo che fa di essere al servizio di Londra, cosa che non va bene né a Putin, né a Trump.
Del resto i tre “volonterosi” che si sono riuniti ieri a Londra sono il “Triangolo dei bermuda”, ossia un trio di leader in mutande che ormai sono sulla via del declino inarrestabile.

Per quale motivo Putin dovrebbe trattare con tre che contano come il due di coppe quando il gioco è a bastoni?
Keir Starmer è al centro di una profonda crisi di consensi dopo quasi due anni da Primo Ministro. Molti commentatori e sondaggi lo descrivono proprio come una “fila di fallimenti”.
La sua popolarità storica è bassa. I suoi rating di approvazione sono tra i peggiori mai registrati per un premier britannico. Net approval intorno a -44/-46 (YouGov, Ipsos), con solo il 19-23% che lo vede favorevolmente e oltre il 60-70% che lo giudica male. Molti lo considerano il premier più impopolare dal 1977.
Dopo pesanti sconfitte alle elezioni locali del maggio 2026 (perdite di centinaia di seggi), decine di deputati Labour (oltre 80-90 secondo alcune fonti) chiedono le sue dimissioni. C’è una vera e propria leadership crisis con dimissioni nel governo, ribellioni interne e speculazioni su successori come Andy Burnham o altri.
Starmer è avvolto da critiche per non aver risolto la crisi del costo della vita, aumenti delle e crescita percepita come insufficiente, nonostante alcuni dati G7 positivi iniziali.
I principali “fallimenti” riguardano l’inversioni su welfare, nomine controverse (caso Peter Mandelson e legami Epstein), “freebies” (regali e donazioni), immigrazione e ordine pubblico.
Il giudizio sintetico Starmer uguale a una fila di fallimenti rispecchia lo stato d’animo attuale di gran parte dell’opinione pubblica e dei media britannici. Starmer è sopravvissuto finora grazie alle regole interne Labour più rigide di quelle Tory, ma la sua posizione è molto debole e la sua permanenza al governo potrebbe finire rapidamente.
Se passiamo a Emmanuel Macron, il Napoleone del terzo millennio, per molti francesi e osservatori il suo bilancio è visto come una “fila di fallimenti”, soprattutto nel secondo mandato.
A un anno dalla fine del suo secondo quinquennato (2027), i sondaggi e l’opinione pubblica francese sono particolarmente severi. L’83% dei francesi giudica il bilancio economico complessivo dal 2017 come un fallimento (sondaggio Odoxa aprile 2026).
Disoccupazione risalita, debito pubblico alto, industria sotto il 10% del PIL, povertà in aumento, deficit commerciale persistente e crescita del PIL pro capite sotto la media europea. Le riforme pro-business (tipo “start-up nation”) non hanno trasformato il modello francese come promesso.
Macron è spesso accusato di essere il “presidente dei ricchi” e delle grandi città, distante dalla provincia.
Dopo le elezioni anticipate del 2024, ha perso la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, portando a instabilità, governi deboli e paralisi. La sua gestione è vista come autoritaria o isolata, con risultati elettorali disastrosi per il suo campo (sconfitta alle Europee 2024).
Macron ha tassi di approvazione molto bassi (intorno al 20-25% in molti sondaggi 2026), tra i peggiori per un presidente francese recente.
La cosiddetta Françafrique – il sistema di influenza politica, militare ed economica della Francia sulle sue ex colonie africane – ha subito un crollo significativo sotto la sua, soprattutto nel Sahel.
Tra il 2022 e il 2025, la Francia ha dovuto ritirare le truppe dal Mali, Burkina Faso e Niger dopo colpi di stato. I nuovi governi militari hanno chiuso le basi francesi, espulso gli ambasciatori e si sono rivolti a Russia (Africa Corps/Wagner), Turchia, e in parte Cina.
Nel 2024-2025 anche Chad, Senegal e Costa d’Avorio hanno chiesto o imposto il ritiro delle forze francesi. Oggi la presenza militare francese in Africa è ridotta al minimo (principalmente Gabon e Gibuti).
Operazioni come Barkhane sono fallite. L’anti-francesismo è cresciuto forte, con accuse di neocolonialismo, sfruttamento delle risorse e incapacità di combattere il jihadismo.
Veniamo a Friedrich Merz, il quale sta accumulando una serie di difficoltà da quando è diventato Cancelliere nel maggio 2025, a cominciare dalla sua umiliante elezione. Nel primo voto al Bundestag (6 maggio 2025) ha fallito a sorpresa, ottenendo solo 310 voti invece dei 316 necessari (maggioranza assoluta).
È la prima volta nella storia post-bellica tedesca che un candidato cancelliere non ce la fa al primo tentativo. È stato eletto solo al secondo scrutinio con 325 voti. Questo ha subito indebolito la sua autorità.
La sua popolarità è ai minimi storici. Dopo un anno di governo, i sondaggi lo danno in fortissima difficoltà. A maggio 2026 solo il 13-16% dei tedeschi è soddisfatto di lui; l’86-87% è insoddisfatto o molto insoddisfatto. È considerato uno dei cancellieri più impopolari del dopoguerra.
Il governo CDU/CSU-SPD ha una maggioranza risicatissima e litiga su tutto (pensioni, welfare, difesa, debito). Merz ha dovuto sospendere il “freno al debito” (debito brake), perdendo credibilità anche tra i suoi sul rigore fiscale. Molte riforme (esercito, auto, ecc.) procedono a rilento o sono bloccate.
La Germania dell’automobile non esiste più e oggi la lotta per la sopravvivenza richiede compromessi dolorosi.
Il dato più drammatico che fotografa il declino dell’automotive in Germania è legato all’impatto sociale sulla forza lavoro: entro il 2035, un posto di lavoro su quattro nell’industria automobilistica tedesca sarà cancellato. Una contrazione strutturale che rischia di polverizzare il ceto medio e l’ossatura economica del Paese.
Dal 2019 a oggi sono già svaniti oltre 100.000 impieghi nella filiera, e altri 125.000 sono destinati a seguire la stessa sorte a breve termine. Con il passaggio forzato verso i veicoli elettrici, software-defined e dotati di intelligenza artificiale, la superiorità ingegneristica di colossi come Volkswagen, Mercedes-Benz e BMW si è rivelata improvvisamente obsoleta.
Le competenze più qualificate e il know-how sul veicolo del futuro si stanno trasferendo a 8.000 chilometri di distanza, concentrandosi proprio in Cina. Di fronte a questa fuga di competenze e capitali, aggravata da un consumatore domestico tradizionalista e poco incline a digerire le novità digitali, la Germania assiste alla fine della propria epoca come nazione dell’auto, dove il problema principale non è più come difendere un passato ormai scaduto, ma come ricollocare la propria forza lavoro e inventare nuovi settori industriali.
Considerazioni
Qui giunti la domanda è d’obbligo: chi di voi si metterebbe a trattare con un trio di falliti del genere, pronti ad essere cacciati dal posto dove sono, con una credibilità sotto i tacchi e con delle economie in declino?
Peggio ancora: trattereste voi con tre falliti in mutande quando sapete bene che vorrebbero farlo escludendo gli Stati Uniti d’America per affermare la loro leadership europea che, a ben vedere, sembra una marcia funebre?
I media italiani sinistroidi si sono scatenati nel dire che Giorgia Meloni non fa parte della partita londinese di ieri perché è isolata. Quello dell’isolamento della Meloni è una delle tante idiozie che ritorna come un jingle negli aneuronici messaggi di una sinistra sinistrata.
Se l’incontro è quello di tre falliti in mutande, meglio stare a Roma e guardare da lontano, anche perché non è uno spettacolo gradevole.





