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La Magnifica Humanitas e la socialdemocrazia

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Magnifica Humanitas

L’enciclica di Leone XIV valido insieme di fondamenti atti a riannodare il filo del riformismo socialista

L’enciclica di Leone XIV ha ricordato al mondo quella di Leone XIII, la famosa Rerum Novarum che delineò le linee fondamentali della dottrina sociale della Chiesa.

La novità, come fa notare Stefano Zamagni su Avvenire, è “la Chiesa arriva in anticipo sulla riflessione del proprio tempo. La Rerum Novarum, invece, giunse post-factum, dopo che nel 1848, Marx e Engels avevano pubblicato il “Manifesto del Partito Comunista”; dopo che J. S. Mill nel 1859 aveva dato alle stampe il suo “Sulla Libertà”, manifesto del neonato liberalismo e dopo che il celebre Charles Dickens, con il suo saggio “Tempi Difficili”, aveva reso di dominio pubblico le conseguenze socialmente devastanti della prima Rivoluzione industriale. La MH, al contrario, gioca d’anticipo, prefigurando quel che potrebbe accadere all’intera umanità, su una pluralità di fronti (sociale, economico, politico, culturale), se non si scioglieranno, fin da oggi, tutta una serie di nodi alquanto problematici”.

La riflessione di Stefano Zamagni induce un’altra riflessione riguardante, in questo caso, il ritardo del mondo laico e socialista, che si mostra nella sua totale inesistenza programmatica e di pensiero.

Il mondo genericamente laico si è involuto nel liberismo globalista finanziario e quel che rimaneva del socialismo negli ultimi trent’anni si è trasformato nel progressismo, il quale è l’alleanza tra una borghesia debosciata e il proletariato straccione (lumpenproletariat), composto anche delle derive asociali dell’immigrazione di prima e seconda generazione.

L’enciclica di Leone XIV, pertanto, rappresenta l’occasione per la socialdemocrazia europea di riannodare un filo che si è spezzato con il tradimento di Bad Godesberg e con l’eliminazione di ogni riferimento riformista.

Meglio arrivare secondi, che non arrivare mai.

Se guardiamo al passato, l’enciclica di Leone XIII sulla “questione sociale” nell’era industriale, difendeva la proprietà privata contro il socialismo (visto come materialista e distruttivo della famiglia e della libertà), sosteneva il diritto di associazione dei lavoratori (sindacati), un salario giusto, la regolazione statale moderata e, soprattutto, la collaborazione tra classi (non lotta di classe).

La Rerum Novarum ha influenzato fortemente il cattolicesimo sociale e, in Germania, la Democrazia Cristiana (CDU/CSU), nonché l’idea di Soziale Marktwirtschaft (economia sociale di mercato) di Ludwig Erhard, cancelliere federale della Germania Ovest dal 16 ottobre 1963 al 1º dicembre 1966 e di Alfred Müller-Armack, influente economista e politico tedesco, celebre, appunto per aver coniato nel 1946 il termine “Soziale Marktwirtschaft”. Alfred Müller-Armack è considerato, insieme a Ludwig Erhard, uno dei padri intellettuali del miracolo economico tedesco del dopoguerra.

Sia pure non direttamente, la Rerum Novarum si può dire abbia influenzato il programma di Bad Godesberg, adottato dalla SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco) nel 1959, che ha segnato la svolta decisiva della socialdemocrazia tedesca, con l’abbandono del marxismo ortodosso e del riferimento alla lotta di classe, l’accettazione dell’economia di mercato (“concorrenza quanto più possibile, pianificazione quanto necessario”); la trasformazione da Klassenpartei (partito di classe) a Volkspartei (partito popolare) e l’enfasi su welfare state, democrazia, diritti umani, riforma graduale e valori etici.

La socialdemocrazia di Bad Godesberg è una modernizzazione pragmatica del socialismo democratico in risposta al miracolo economico tedesco, alla Guerra Fredda e al fallimento dei modelli autoritari.

Con la Rerum Novaroum ci sono dei punti evidenti di contatto, anche se, evidentemente indiretti.

Nel Programma di Godesberg la SPD riconosce esplicitamente radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica e abbandona l’anticlericalismo storico della sinistra. Si apre al dialogo con le Chiese.

Entrambe le tradizioni rifiutano il collettivismo marxista-leninista puro e accettano elementi di economia mista, proprietà privata (con limiti) e welfare.  Nel contesto tedesco post-bellico c’è stata una convergenza culturale più ampia: la Soziale Marktwirtschaft (influenzata dal pensiero cattolico) è stata in parte accettata anche dalla SPD a Godesberg.

La socialdemocrazia tedesca nasce dal movimento operaio marxista-riformista (Lassalle, Bernstein, Kautsky, ecc.).

Vale pertanto la pena di dedicare qualche riga al socialismo riformista associato a Ferdinand Lassalle, Eduard Bernstein e Karl Kautsky, che rappresenta una corrente importante nella storia del movimento operaio tedesco e del socialismo europeo, caratterizzata da un approccio gradualista, parlamentare e democratico, in contrasto con le tendenze rivoluzionarie più radicali.

Ferdinand Lassalle (1825 – 1864) è considerato uno dei fondatori del movimento socialdemocratico tedesco. Nel 1863 fondò l’Associazione Generale degli Operai Tedeschi (ADAV), il primo partito operaio indipendente in Germania. La sua visione si basava su suffragio universale come strumento chiave per l’emancipazione della classe operaia; socialismo di Stato (cooperative di produzione sostenute e finanziate dallo Stato, non solo dal mercato o dai lavoratori); critica al liberalismo manchesteriano (laissez-faire) e enfasi sulla lotta politica di classe, ma attraverso canali legali e statali; influenza hegeliana e un certo pragmatismo verso lo Stato.

Bernstein è la figura centrale del socialismo riformista moderno. Inizialmente marxista ortodosso e collaboratore di Engels, dopo gli anni ’90 dell’Ottocento sviluppò il revisionismo (o “evoluzionismo socialista”), esposto soprattutto in “I presupposti del socialismo” (1899).

Il capitalismo, secondo Berstein, non stava collassando come previsto da Marx (non si verificava l’impoverimento assoluto del proletariato, la classe media non scompariva, la concentrazione capitalistica non era universale) e la rivoluzione violenta era inutile e dannosa.

Il socialismo pertanto si doveva realizzare attraverso riforme gradualiste, democrazia parlamentare, espansione dei diritti e dell’intervento statale.

Il socialismo di Berstein è l’estensione logica della democrazia liberale, non la sua negazione.

Kautsky e Rosa Luxemburg lo criticarono duramente, ma nella pratica il partito seguì sempre più la linea riformista di Bernstein, il quale è considerato uno dei padri del socialismo democratico moderno.

Karl Kautsky (1854-1938), fu il principale teorico della SPD e redattore del Programma di Erfurt (1891), che combinava teoria marxista ortodossa con una pratica riformista. Pur difendendo l’ortodossia marxista contro Bernstein e pur sostenendo la necessità della conquista del potere politico da parte del proletariato, nella pratica la SPD, sotto la sua influenza, divenne un grande partito di massa parlamentare, impegnato in riforme sociali, suffragio, diritti sindacali, senza perseguire attivamente la rivoluzione.

Kautsky rappresentò il marxismo centrista o “erfurtiano”: teoria rivoluzionaria a parole, politica riformista nei fatti.

La corrente riformista, nelle sue sfaccettature, ebbe enorme successo pratico: trasformò la SPD nel partito più grande della Germania pre-1914 e influenzò i modelli di welfare state del XX secolo.

Oggi è vista come una delle radici principali della socialdemocrazia europea contemporanea.

La Rerum Novarum, uscita il 15 maggio del 1891, era esplicitamente anti-socialista eppure, a ragion veduta, la socialdemocrazia di Bad Godesberg, nata dalla modernizzazione del socialismo democratico europeo, ha visto la sua tradizione avvicinarsi a quella della dottrina sociale della Chiesa su alcuni temi pratici (welfare, diritti dei lavoratori, economia mista).

Il Programma di Bad Godesberg (in tedesco Godesberger Programm) è uno dei momenti più importanti nella storia della socialdemocrazia europea.

Nel novembre 1959 (13-15 novembre), il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) tenne un congresso straordinario a Bad Godesberg (oggi un quartiere di Bonn) e approvò un nuovo programma fondamentale (Grundsatzprogramm). Questo documento sostituì il precedente Programma di Heidelberg del 1925, che era ancora fortemente influenzato dal marxismo.

L’avvenimento costituì una svolta storica, con l’abbandono del marxismo come base ideologica ufficiale. La SPD rinunciò alla lotta di classe come motore principale, alla nazionalizzazione generalizzata dei mezzi di produzione e all’idea di una rivoluzione socialista. L’SPD, da partito di classe si trasformò in partito popolare.

Le principali caratteristiche furono  l’accettazione dell’economia sociale di mercato (“tanta concorrenza quanto possibile, tanta pianificazione quanto necessario”); il riconoscimento della proprietà privata come legittima, pur con un forte ruolo dello Stato nella regolazione, nella redistribuzione e nella tutela dei diritti sociali; un forte ancoraggio ai valori democratici, pluralisti, all’integrazione europea e atlantica (NATO), e all’etica cristiana, all’umanesimo e al liberalismo classico come radici ideali accanto al socialismo democratico.

Godesberg segnò la modernizzazione della socialdemocrazia tedesca, rendendola adatta a governare nella Germania Ovest del “miracolo economico”. Aprì la strada alla grande coalizione con la CDU di Konrad Adenauer (1966) e poi ai governi di Willy Brandt (dal 1969). Diventò un modello (e talvolta un termine polemico) per molti partiti socialisti e socialdemocratici europei che, negli anni successivi, fecero svolte analoghe verso il centro, accettando l’economia di mercato e abbandonando posizioni massimaliste.

Uno degli aspetti più significativi della socialdemocrazia tedesca dopo Bad Godesberg è stata la Mitbestimmung, termine che indica in Germania la partecipazione e la co-decisione dei lavoratori e delle lavoratrici alle decisioni che riguardano la loro azienda e il loro luogo di lavoro. È un elemento centrale dell’Economia Sociale di Mercato tedesca e viene spesso definita «democrazia sul posto di lavoro».

La Mitbestimmung a livello aziendale (secondo la Legge sulla Costituzione delle Aziende – BetrVG) si applica nelle aziende con almeno 5 dipendenti e i lavoratori eleggono un Consiglio di fabbrica (Betriebsrat), che rappresenta gli interessi dei dipendenti.

Il Consiglio di fabbrica ha diritti di informazione, consultazione e, in molti casi, di co-decisione (ad esempio su orario di lavoro, regolamenti ferie, licenziamenti, formazione, sistemi di sorveglianza tecnica o cambiamenti aziendali).

L’obiettivo è partecipazione diretta alla definizione delle condizioni di lavoro sul posto. Nelle grandi aziende una rappresentanza dei lavoratori partecipa al Consiglio di sorveglianza.

La Mitbestimmung vive del coinvolgimento attivo: i dipendenti possono promuovere le elezioni del Consiglio di fabbrica o candidarsi essi stessi. I sindacati (ad esempio DGB, IG Metall) forniscono supporto. Nella pratica, datore di lavoro e Consiglio di fabbrica collaborano spesso, anche se possono sorgere conflitti.

Alla fine dell’800, Leone XIII intervenne con l’enciclica Rerum Novarum (“Delle cose nuove”) per affrontare la “questione operaia”, rifiutando sia il liberalismo economico sfrenato sia il socialismo. Il Papa condannava esplicitamente l’idea socialista della lotta di classe come principio naturale e inevitabile della società: «Il grande errore in questa materia consiste nel credere che le classi siano nemiche per natura, quasi che i ricchi e i proletari siano destinati dalla natura a combattersi in un duello implacabile. È vero esattamente il contrario.»

Leone XIII paragonò la società al corpo umano: le diverse membra (classi) devono armonizzarsi, non combattersi. Capitale e lavoro si necessitano reciprocamente; senza l’uno l’altro non può esistere. Il conflitto perpetuo porta solo a “confusione e barbarie”, mentre l’accordo produce ordine e bellezza. Leone XIII incoraggiò la formazione di società o corporazioni sia di soli operai sia miste (operai e padroni) per tutelare diritti e promuovere accordi.

La soluzione della Rerum Novarum non è rivoluzionaria, ma riformista: giustizia sociale attraverso accordi, solidarietà.

Nella Magnifica Humanitas Leone XIV scrive un avvertimento fondamentale, ossia che “insieme al progresso tecnologico avanzano in modo dissimulato o evidente violazioni della dignità umana”.

È questo un primo pilastro fondamentale per la costruzione di un qualsiasi movimento socialdemocratico riformista che tale voglia essere.

Un secondo pilastro è il “bene comune” che, quando è declinato in chiave mondiale, non può significare globalismo indifferenziato.

“Invito tutti – scrive Leone XIV – a pensare forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci, capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati. Infatti, la promozione del bene comune non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni. Qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile”.

Leone affronta poi la questione della destinazione universale di beni (suolo, acqua, aria, risorse naturali) e ribadisce che la proprietà privata deve avere una funzione sociale e deve essere subordinata alla destinazione universale di beni.

E qui giunto Leone XIV entra nel punto fondamentale della sfida attuale alla quale si trova davanti l’umanità.

“Oggi – afferma Leone XIV – tra i beni che sono universalmente destinati a tutti, dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini. Inoltre, la cura della Casa comune e la responsabilità verso i poveri e verso le generazioni future chiedono che l’uso dei beni del creato e delle nuove possibilità offerte dalla tecnica sia regolato in modo tale da rispettare l’ambiente, evitare sprechi e nuove forme di saccheggio”.

Leone XIV a questo proposito apre un varco importante alla discussione che potrebbe interessare chi sia davvero interessato a riannodare i fili di una socialdemocrazia riformista.

“Il principio di sussidiarietà – sostiene Leone XIV – nasce dallo stesso sguardo sulla persona che ha guidato la nostra riflessione sulla dignità e sul bene comune. Se ogni donna e ogni uomo sono chiamati a diventare protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società, allora anche l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa responsabilità. La Dottrina sociale della Chiesa chiama “sussidiarietà” il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori. Le istituzioni di livello superiore devono riconoscere, proteggere e promuovere la libertà e la creatività dei livelli inferiori, coordinandone i contributi perché cooperino efficacemente al bene comune”.

Quanto afferma il papa è l’esatto contrario della verticalizzazione attuata negli ultimi decenni dalla tecnofinanza globalista della quale si sono messi al servizio i liberisti del mercato come unico regolatore e i progressisti sostenitori delle istituzioni sovranazionali messe in mano a burocrati, consulenti, sedicenti ottimati, falsi filantropi e via discorrendo.

Fermiamoci qui, dato che lo spazio di un articolo non consente di andare oltre, ma la Magnifica Humanitas potrebbe essere un valido punto di inizio per una riflessione davvero social riformista capace di smascherare il progressismo, frutto di una società ammalata e succube della verticalizzazione del potere economico e finanziario che ha tentato, per decenni, di mettere in un angolo la politica. Politica, intesa come capacità di governare la polis, nel segno del bene comune, che Leone XIV ha riportato al centro del dibattito.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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