L’automobile da vero motore del miracolo economico italiano e sogno di tutti a mezzo da condividere e non più in cima alle priorità dei giovani
All’inizio degli anni ’60 le automobili in Italia erano pochissime e si vedevano per lo più nelle grandi città.
Gli italiani si muovevano in bicicletta o, al massimo, con i Mosquito, motorini a due tempi montati davanti al manubrio della bici con un adattatore che faceva muovere la ruota anteriore.
I più fortunati avevano il guzzino 75 a 3 marce, il famoso Cardellino, con la leva del cambio a lato del serbatoio.
Il sogno dei ragazzi, però, era lo scooter, Vespa, Lambretta, o Capri, che fosse, perché permetteva di rimorchiare le ragazze senza rischiare che si sporcassero le gonne lunghe e plissettate che andavano di moda allora.
Già, le ragazze: si sedevano dietro ma per loro era sconveniente farlo a cavallo della sella, e allora si mettevano in posizione trasversale al senso di marcia, con entrambe le gambe da un lato della moto.
Come facessero a non cadere in curva è un mistero, ma anche guidare quelle moto con un passeggero così sbilanciato non doveva essere affatto facile.
All’inizio del miracolo economico le piccole imprese, per lo più artigiane, nascevano come funghi.
Allora non c’era burocrazia, e le tesse erano basse, quindi chi sapeva fare un lavoro lo faceva e poi era il mercato a selezionare i migliori.
Quasi nessuno però poteva permettersi un camion e il mezzo da trasporto più comune dei piccoli artigiani di allora era il triciclo, che con molta fantasia chiamavamo furgoncino.
Mio zio Edoardo, che faceva l’imbianchino, aveva un Doniselli, col cassone a due ruote davanti e la sella per il conducente dietro, insieme all’unica ruota motrice a pedali che fungeva anche da sterzo grazie a un grosso manubrio. Il cambio ovviamente esisteva solo nella fantasia.
Con quel triciclo lo zio caricava di tutto: dalle scale a 4 moduli in legno che montate arrivavano a 12 metri di altezza, ai sacchi di calce o cemento, fino alle latte di pittura e alle pompe a mano per dipingere le facciate delle case.
Certo, io ero un bimbo e non faccio testo, ma ricordo che quel trabiccolo, anche vuoto, era durissimo da spingere sui pedali.
Eppure, con quella povera attrezzatura lo zio per anni lavorò in tutta la provincia di Lodi, perché era bravo e lo chiamavano anche da lontano.
Ecco, ad inizio anni ’60 l’Italia era tutta da motorizzare, l’inflazione era bassa (dal 2 al 3%), e la preoccupazione più grande delle famiglie era avere qualcosa da mangiare da mettere in tavola, quindi il reddito disponibile era ancora insufficiente, ma il clima di fiducia entrava in una fase di crescita irripetibile, tanto che perfino una vettura elitaria come la Lamborghini Miura presentata a 7.700.000 lire, in quel clima non sembrava neppure così irraggiungibile.
L’industria iniziava a orientarsi al consumo, comprendendo che la crescita passava dall’allargamento del mercato interno.
Che poi è quello che hanno iniziato a comprendere i cinesi 10 anni fa.
I prodotti, prima elitari, dovevano diventare alla portata di tutti, e tra i primi a capirlo c’è stata proprio l’industria automobilistica trainata dalla FIAT,che copiò ciò che fece anni prima Ford negli USA.
L’automobile ha rappresentato la mobilità individuale ed è stato il vero motore del miracolo economico italiano.
In particolare la 500 fu la prima automobile italiana a misura di mercato, un mezzo progettato e costruito per andare incontro alla ridotta capienza economica delle famiglie.
Da allora tutte le auto popolari presentate, belle o brutte che siano state, furono concepite in funzione dell’espansione del mercato, perché ogni famiglia potesse permettersi un’automobile.
A ruota poi tutta l’industria si uniformò a questa nuova filosofia, dagli elettrodomestici, alla televisione, rappresentando il secondo enorme gradino dello sviluppo socio economico nel segno di un crescente benessere.
Verso la fine degli anni ’70 ci fu un altro grande cambiamento.
L’Italia era motorizzata, l’espansione economica aveva creato il fenomeno dell’inflazione, che aveva superato il 20%.
Eppure, l’economia correva e, malgrado la crescita dei prezzi e l’elevato costo del denaro, dell’inflazione non ce ne accorgevamo nemmeno.
L’industria automobilistica si pose un nuovo target: dopo aver motorizzato i padri si propose di motorizzare le mamme e, soprattutto, i figli.
In quel periodo per tutti i ragazzi della mia età il sogno più grande era avere un’automobile propria, non importa se usata o mezza scassata, l’importante era che garantisse quell’inebriante sensazione di indipendenza e libertà che rappresentò l’obiettivo di gioventù di almeno 5 generazioni.
L’auto in quel tempo era davvero alla portata di tutti, bastava non avere troppe pretese.
La mia prima auto fu una FIAT 850 coupé rossa fiammante, con allestimento sportivo, comprata usata a 250.000 lire, ed erano davvero poche se si pensa che il mio stipendio in Recchi era di 450.000 lire mensili.
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, ma, in definitiva, non mi resi conto di rappresentare l’evoluzione della famiglia media di allora, in cui iniziavano ad esserci due o più automobili, e il cibo in tavola, primario e spesso carente fino a 10/15 anni prima, era diventato scontato per la maggioranza di noi, con altre esigenze prima voluttuarie che ora diventavano fondamentali, una delle quali era il telefono, che rappresentava un costo non indifferente per i bilanci famigliari.
Io il primo telefono in casa l’ho avuto nel 1972, ma ero a Torino, una grande città.
I miei nonni a Codogno non lo videro fino al 1980.
Perché ho raccontato questa storia?
Perché il ritmo dell’evoluzione economica del nostro Paese, ma direi nel mondo intero, è stato scandito dall’automobile, che, nel tempo, è diventata sempre più bella, passando dal minimal al ricercato, ma sempre in accordo con la possibilità degli italiani, giovani o meno giovani, di desiderarla e, soprattutto, di poterla comprare, anche se a prezzo di importanti sacrifici.
Ora la situazione si sta capovolgendo: le istituzioni ne disincentivano l’utilizzo; le costose evoluzioni tecnologiche imposte obbligano i costruttori a slegare la dinamica dei prezzi dalla capacità del mercato di sostenerli; l’automobile non è più in cima alle priorità dei giovani.
Si va verso un sistema di auto in condivisione, a noleggio, con contratti che, a corto o lungo termine che siano, rappresentano un esborso importante ogni mese per un oggetto che non sarà mai più di proprietà e che sarà sempre meno alla portata delle famiglie del futuro.
Giusto o sbagliato che sia, non posso fare a meno di pensare a quando a 45 anni fa discutevo un venerdì sera di marzo con gli amici per decidere dove trascorrere la serata, finendo per salire in macchina alle 11 e partire con la mia vecchia Opel Ascona diesel per un weekend a Parigi deciso all’ultimo secondo, senza alcuna programmazione. Tornammo il lunedì mattina alle 10 e, dopo aver guidato tutta la notte, scaricai la compagnia a Torino e andai a Milano a lavorare.





