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La Luce sorge da Ponente? Miti e riti degli antichi “liguri”

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Ritratto di Sofo di Giovan Battista De Andreis
Ritratto di Sofo di Giovan Battista De Andreis

Alla ricerca di scarafaggi ciechi

Il 19 settembre Matteo Orengo, sindaco di Badalucco (Imperia), inaugurerà il rinnovato Museo archeologico del suo Comune: un’istituzione di prestigio internazionale, dalla durata illimitata e sicuro successo quale attrazione per turisti e scolaresche alla ricerca del passato remoto.

Il sindaco ne ha parlato con altri alla presentazione dell’avveniristico volume “Tana Bertran – Badalucco. Spiritualità e morte nella preistoria ligure” di Tiziano Franzi ed Emanuele Saracini (ed. Erga, Genova), nell’ambito della XXV Fiera del Libro presieduta dalla vulcanica Luciangela Aimo.

Il Museo arricchisce Badalucco, il “borgo dipinto” già celebre per le chiese di Santa Maria Assunta e San Giorgio e di Nostra Signora della Misericordia, il Palazzo Boeri, le “Cinque porte” e i due audaci antichi ponti, che, meritatamente, lo collocano tra i più suggestivi Villaggi di pietra descritti da Ezio Bernardini nella perlustrazione dell’entroterra della Riviera dei Fiori (ed. San Mauro Torinese).

Con l’intitolazione del Museo al Capitano Angelo Saglietto (“Sofo”, Porto Maurizio, 1888 – 1978) e all’inglese Grace Mary Hood (1879 – 1957), studiosa della tessitura nell’antichità, moglie dell’archeologo John Winter Crowfoot (1873 – 1959), familiarmente detta Molly, Badalucco rende il meritato onore a chi, su impulso di un circolo culturale di Sanremo e su indicazioni di don Orengo, parroco di Badalucco, esplorò per prima la “Grotta Bertran” (1906 – 1909).

Appassionata entomologa, Molly andava in cerca di scarafaggi ciechi, probabilmente annidati nel buio della grotta. Penetrata a fatica nell’antro, s’imbatté in ossa umane e non tardò a capire di trovarsi in una caverna adibita a sepolcreto preistorico.

Nella luce fioca e non debitamente attrezzata, raccolse quel che le riuscì di racimolare. Per la normativa del tempo i reperti erano di chi li scovava. Proprio in quegli anni Giolitti fece varare la legge a tutela dei beni culturali, ma tra la normativa e i regolamenti attuativi passò parecchio tempo.

Molly segnalò la scoperta ad archeologi di fama internazionale, ma non suscitò immediate esplorazioni. Affidò alcuni reperti al Museo di Bordighera, intitolato al botanico e archeologo Clarence Bicknell, che poi li dette in comodato d’uso al Museo Civico di Sanremo (Palazzo Nota). Altri “pezzi” rimasero in suo possesso. Alla sua morte, una delle figlie li donò all’Ashmolean Museum di Oxford, ove rimangono.

La Grotta, ancora senza un “nome”, quasi sprofondò nel dimenticatoio proprio nel Ponente Ligure concentrato su altri richiami, come il Principe delle Arene Candide e i famosi “Balzi Rossi”.

Una collana di perle ad alette rinvenuta nella Grotta fu acquistata da Pietro Barocelli (1887 – 1981) per il Museo Preistorico ed Etnografico Pigorini di Roma (ora Museo delle Civiltà).

Modenese, trasferito a Torino, allievo dell’egittologo Ernesto Schiaparelli, da ispettore e poi soprintendente ai monumenti archeologici del Piemonte e della Liguria, sin dal 1912 Barocelli dette impulso alla valorizzazione delle migliaia di incisioni rupestri del fianco del Monte Bego (Valle delle Meraviglie), all’epoca compreso nei confini del regno d’Italia. Fu l’inizio del cursus che lo portò a soprintendente alle Antichità di Roma.

In un articolo pubblicato nel 1926 nella rivista britannica di antropologia “Man”, Grace Mary Crowfoot espose l’esito della sua esplorazione datando l’impiego della “tana” come “caverna funeraria” tra l’età della pietra e quella del bronzo ed elencò la tipologia dei reperti (risulta intorno al 4-3000 a.Cr.).

Aggiunse che i defunti appartenevano a una “razza ligure”, assai distribuita lungo la costa e almeno sino alla riva destra del Po, scelta da Augusto quale limes della “Regio Liguria” dell’Italia che andava dal crinale alpino all’intera penisola, Nizzardo incluso.

Ricordiamo, per inciso, che dopo l’emanazione delle famigerate leggi razziali del 1938 il senatore Luigi Einaudi, di famiglia originaria della valle Maira e nato a Carrù, nel Cuneese, tenuto come docente universitario a indicare la “razza” di appartenenza, scrisse sornionamente: “Ligure”.

Il Capitano Angelo Saglietto, “Sofo”

Solo vent’anni dopo la scoperta da parte di Molly, la “grotticciola Bertran” venne indagata in modo scientifico. Nel 1930 il dottor Carlo Gentile, farmacista e direttore dell’Osservatorio meteo-sismico di Imperia, ottenne dal sovrintendente Barocelli l’autorizzazione a intraprenderne lo scavo, con il proposito di trarre qualche profitto dal rinvenimento e dalla commercializzazione di possibili reperti, lasciati immaginare dall’articolo della Crowfoot.

Con le difficoltà imposte dalla sua ubicazione sul fianco del Monte Faudo, in posizione suggestiva ma impervia, gli scavi furono condotti da una “squadra” di pochi addetti e in diverse fasi lungo circa tre anni.

L’uomo di punta dell’impresa fu Angelo Saglietto, affiancato da alcuni alpinisti, non sempre in armonia, a quanto risulta dalle sue carte, un vero “tesoro” sapienziale custodito da Emanuele Saracini. Da quel momento il nome del “capitano Saglietto” si identifica a pieno diritto con la “tana Bertran”.

Ereditata dal padre, Giuseppe, nato in un’antica famiglia portorina di armatori che possedeva una flotta di navi a vela adibite principalmente al commercio di vino con rotte prevalenti sulla Sardegna e sulla Sicilia, Angelo Saglietto possedeva una flottiglia di piccoli velieri, tra i quali spiccava “Marinetta”.

Diplomato all’Istituto nautico di Imperia, non era solo un “capitano di mare” ma, soprattutto, un “uomo in cerca”. La sua complessa vicenda terrena e spirituale, sulla scorta di copiosi inediti è ora documentata da Emanuele Saracini, studioso di storia e di simbologia, nonché pittore e collezionista, forte di una biblioteca specifica di circa 4.000 volumi.

Nel 2013 un profilo di Saglietto fu tracciato in “Con Sofo cose notabili. Mito – visioni – misteri” (ed. Giuseppe Laterza) da Ito Ruscigni, scrittore, poeta e, per un trentennio, direttore dell’Ufficio cultura del Casinò di Sanremo, ove animò i Martedì letterari poi e ora orchestrati con sagacia da Marzia Taruffi, scrittrice, saggista e poetessa.

Giovanni Boine (1887 – 1917), poeta, scrittore e pensatore profondo, definì Saglietto con il nome di “Sofo”, “abitante nel corpo a Borgomarina, ma con lo spirito negli Elisi”. In “Amici di qui” Boine lo ricordò con Mario Novaro, Giovanni Battista Parodi, Angelo Siffredi, Medaglia d’Oro al Valor Militare, e i pochi altri che si riunivano nel “Cenacolo di Porto Maurizio”.

Nelle fitte conversazioni ricorrevano i nomi dei loro corrispondenti, liguri e di terre lontane, come Rudolf Steiner, Massimo Scaligero e due spiriti magni, quali Arturo Reghini e Julius Evola, di cui molto hanno scritto Gianfranco De Turris, studioso di esoterismo, e Giorgio Galli, docente di storia delle dottrine politiche all’Università di Milano. Il loro era un orizzonte che andava molto oltre gli steccati del regime all’epoca dominante.

Come ricorda Saracini, “Imperia”, sorta nel 1923 dalla fusione tra Porto Maurizio e Oneglia, all’epoca contava tre futuri Premi Nobel: l’ingegnere chimico Giulio Natta, il clinico Renato Dulbecco e il poeta Salvatore Quasimodo, amico del “Sofo” e giuntovi già iniziato massone.

Con Boine “Sofo” riordinò la biblioteca dei Cappuccini: non erano solo bibliofili ma nella certezza che qualche antico codice conservasse “segreti dell’arte”, cifre del legame arcano tra scienza e alchimia, tra la parola e il simbolo.

Dalle tenebre della Tana al Museo Archeologico Crowfoot-Saglietto

La morte terrena di Boine non lasciò solo Sofo, che, dal suo magistero, ebbe motivo di andare “oltre”, verso spazi infiniti.

L’incontro con i resti dei morti stipati nel tempo nella “Grotta Bertran” fu per lui esperienza trascendente.

Non vi vide un accumulo di reliquie da esporre in un museo, ma il punto di partenza per intuire la continuità millenaria di riti, miti e civiltà, da percepire attraverso l’essenzialità dei simboli.

Ne è saggio il “monumento”, caldeggiato da Emanuele Saracini: la Pietra con la semplice scritta “In memoria del capitano/Angelo Saglietto/SOFO”. In perfetta solitudine, affacciato sul “suo” mare. Il Maestro indica la via.

Quando parlò di “Tomba dell’Eroe” e di “Duce Ligure” Angelo Saglietto – Sofo non concesse nulla al regime all’epoca dominante. All’opposto, fece intendere la libertà di un popolo indomito, che aveva retto per secoli anche all’avanzata di Roma e l’aveva infine accettata solo quando la Città Eterna da mera “dominatrice” si era resa Universale.

Nel 1933 Sofo concluse amaramente uno scritto sugli scavi della Grotta Bertran con una frase citata da Ruscigni e riecheggiata da Saracini: “Già nella immensa caverna del mondo cercai l’Uomo e non trovai che larve… esseri ormai ciechi e sordi alla voce dell’eterno… ed i due soli che ho incontrato (Giovanni Boine ed Angelo Siffredi, NdA) sono morti da tempo… tornati al Paese degli Dei e degli Eroi”. In attesa.

Va annotato, per inciso, che gli scavi condotti da Sofo tardarono a far breccia nell’informazione scientifica. Nel 1934, un anno dopo la conclusione della sua impresa, vide le stampe il volume XXI della poderosa e per molti versi insuperata Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile.

Nel bene informato paragrafo Preistoria della voce Liguria il professor Vito Antonio Vitale, libero docente all’Università di Genova, dopo aver accennato al “lunghissimo spazio di secoli dal neolitico al paleolitico”, annotò, infatti: “Furono vicende complesse e mal note, delle quali mancano documenti nell’Italia occidentale. (…) Nella Riviera di Ponente l’uomo continuò a vivere e a seppellire i morti nelle caverne, nelle grotte, negli anfratti segnatamente numerosi del Finalese e nelle regioni adiacenti. (…) Esclusivamente per deposizioni sepolcrali servirono grotticelle piccole e gli anfratti”.

Vitale pose anche in evidenza il significato religioso del culto dei morti praticato dai Liguri. Le sue parole fecero testo per decenni. Ma, come documenta Emanuele Saracini sulla scorta di inediti, “Sofo” andò molto oltre nella lettura di miti e riti e indicò il filo aureo perpetuo che li lega al presente e lo libera dallo smarrimento nella precarietà.

Grazie al Museo archeologico di Badalucco le speranze di Sofo trovano spazio e vita. Per quanto paradossale, tutto nacque dalla ricerca di un’entomologa che si affacciò nella “tana” a caccia di scarafaggi ciechi e ne ha fatto scaturire un raggio di Vera Luce.

L’assetto eminentemente didattico del Museo verrà sicuramente premiato dai visitatori che in un minuscolo borgo ligure percepiranno il Flusso del Tempo, la sua continuità e il dovere del rispetto dell’ambiente per le generazioni venture.

L’amministrazione civica di Badalucco, guidata dal sindaco Matteo Orengo, merita il più alto elogio per l’impiego intelligente del fondo strategico regionale, del contributo stanziato dalla Fondazione Compagnia di San Paolo di Torino, dei proventi del PNRR e del sostegno dell’on. Claudio Scajola, sindaco di Imperia e presidente della Provincia, che firma l’introduzione al libro volume di Franzi e Saracini: un libro polisensoriale, che si può leggere, guardare e ascoltare, arricchito da un’ampia appendice sul Museo di Badalucco, da una narrazione a fumetti della Tana Bertran e da un’antologia di saggi.

Il Museo archeologico Crowfoot-Saglietto/Sofo è custode e moltiplicatore di Civiltà.

Sofo, Borman
Disegno del Capitano Angelo Saglietto, “Sofo” (1988 – 1978). A- il dio Borman, Signore del Mare, condottiero dei dodici Eroi Liguri (“salvati dalle acque” e approdati dall’Oceano), detto anche Cigno ligure, vittorioso su mostri marini e su ventuno capi barbari. Secondo il mito, Borman liberò la regina Ligeria, di antica stirpe ligure, e le fece omaggio della Collana di perle d’ambra. Arroccati nel Ponente, i Liguri popolarono “gran parte dell’Europa occidentale” (da Tiziano Franzi-Emanuele Saracini, “Tana Bertran-Badalucco. Spiritualità e morte nella preistoria ligure”, Genova, Arga, 2025, con video).
Sofo, Trinità
Disegno del Capitano Angelo Saglietto, “Sofo” (1988 – 1978).
B- Angelo Uriele. Da una “visione” del 1913. Uriel porge la Chiave dei Tre Mondi, evocazione dell’Albero della Vita, allusione all’Uomo universale e alla Tradizione trinitaria (da Ito Ruscigni, “Con Sofo cose notabili. Mito-visioni-misteri”, Bari, Giuseppe Laterza, 2013).

“Sofo” non risulta affiliato alla Massoneria, a differenza dell’omonimo Angelo Saglietto, da Poggi, a sua volta capitano marittimo, iniziato nella loggia “Aurora Risorta” di Genova (matricola 47.317).

Sulla Massoneria nel Ponente ligure – Grande Oriente d’Italia, Gran Loggia d’Italia e altre Comunità di Liberi Muratori dalla schiena dritta e dal volto brunito dal Sole e scavato dal Vento – sono indispensabili: Filippo Bruno, “La Riviera dei Framassoni”, La Spezia, Il Filo di Arianna, 2025; e Luca Fucini, “La Massoneria nel Ponente Ligure”, Taggia, Antea, 2023.

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