Piccoli gruppi armati nelle principali città
Attivisti iraniani coinvolti in gruppi di opposizione clandestini affermano di essere passati, nelle ultime settimane, dall’utilizzo di bombe Molotov contro le sedi delle forze di sicurezza, all’impiego di mitragliatrici, ordigni esplosivi e attacchi mirati contro membri delle Guardie Rivoluzionarie e della milizia Basij.
Le interviste raccolte da Alhurra con sei attivisti indicano un’intensificazione della violenza armata in diverse regioni dell’Iran, comprese le grandi città di Teheran, Isfahan e Mashhad.
Secondo le loro testimonianze, gli attacchi non sarebbero coordinati da una leadership unica né riconducibili a un movimento unitario, ma condotti da gruppi eterogenei, con storie, strutture organizzative e obiettivi differenti.
Tre degli intervistati appartengono a gruppi giovanili indipendenti di recente formazione, due ai bracci armati di partiti curdi di opposizione e uno al braccio armato di un partito ahwazi.
Alhurra riferisce di essere riuscita a contattarli tramite intermediari locali dopo diversi tentativi, ma precisa di non aver potuto verificare in modo indipendente tutte le loro affermazioni né la reale portata delle operazioni rivendicate.
Gli attivisti indipendenti sostengono che il ricorso alle armi sia una risposta alle uccisioni, agli arresti e alle torture attribuite alla milizia Basij e alle Guardie Rivoluzionarie nei confronti dei manifestanti.
Secondo il loro racconto, le operazioni sarebbero iniziate con il lancio di bombe Molotov contro sedi dei Basij, stazioni di polizia, posti di blocco e pattuglie a Teheran, Mashhad, Isfahan e in altre città.
Successivamente le azioni si sarebbero intensificate con l’impiego di mitragliatrici e granate a mano, fino a colpire persone ritenute responsabili dell’uccisione, dell’arresto o della tortura dei manifestanti.
Gli attivisti affermano che l’escalation si sia accentuata dalla fine di maggio, con alcuni gruppi passati dagli attacchi contro infrastrutture a omicidi mirati.
Le azioni armate non rappresentano una novità nelle regioni curde, ahwazi e baluchi dell’Iran, dove gruppi di opposizione operano da decenni sfruttando le aree montuose e di confine come basi.
Tuttavia, la comparsa di piccoli gruppi armati nelle principali città, se confermata come fenomeno diffuso, costituirebbe un’evoluzione significativa rispetto al tradizionale modello degli scontri concentrati nelle aree periferiche del Paese.
Amjad Hossein Panahi, leader del partito curdo di opposizione Komala, sostiene che la repressione abbia spinto parte della popolazione, soprattutto i giovani, ad abbandonare la prospettiva di un cambiamento pacifico.
Ha però precisato che la situazione nel Kurdistan iraniano differisce da quella delle grandi città, poiché le operazioni in quell’area fanno capo a strutture di partito consolidate e a basi locali che agiscono secondo le direttive dei rispettivi movimenti. Panahi ha definito i recenti attacchi come l’inizio di una «rivolta armata» contro il regime.
Si tratta tuttavia della posizione di un partito di opposizione dotato di un proprio braccio armato e non esistono conferme indipendenti che gli episodi registrati si siano trasformati in un’insurrezione coordinata o su vasta scala.
Il 28 giugno l’agenzia di stampa Tasnim, vicina alle Guardie Rivoluzionarie, ha riferito della morte di due membri delle forze di sicurezza nella città di Paveh, nella provincia di Kermanshah, uccisi da uomini armati poi riusciti a fuggire.
Un alto comandante militare di un partito curdo di opposizione ha dichiarato che le organizzazioni interne e le ali militari decidono talvolta di compiere attacchi senza consultare la leadership all’estero, a causa delle restrizioni di sicurezza e delle difficoltà nelle comunicazioni.
Ha inoltre sostenuto che diverse operazioni condotte nelle aree curde negli ultimi due mesi rappresenterebbero una risposta agli attacchi missilistici iraniani contro i quartier generali dei partiti curdi di opposizione.
Attivisti curdi e ahwazi affermano che le loro operazioni siano pianificate dalle strutture interne dei rispettivi partiti. Secondo loro, gli attacchi avrebbero indotto alcuni membri delle Guardie Rivoluzionarie a limitare gli spostamenti e altri ad abbandonare le proprie postazioni.
Un’analisi degli attacchi annunciati o rivendicati mostra che i gruppi utilizzano tattiche differenti a seconda delle aree operative. Nelle città le azioni si concentrano su posti di blocco, pattuglie e sedi isolate, seguite da rapide ritirate per evitare l’intervento delle forze di sicurezza.
Nelle regioni curde, ahwazi e baluchi alcune organizzazioni ricorrono invece a mortai, ordigni esplosivi improvvisati, droni commerciali modificati e imboscate in zone montuose o desertiche.
I gruppi armati curdi operano prevalentemente in aree montuose e boscose che garantiscono copertura ai combattenti. Ad Ahvaz, nel sud-ovest del Paese, sono attive fazioni arabe dell’opposizione, mentre gruppi baluchi operano nelle regioni desertiche e montuose del sud-est.
Gruppi giovanili indipendenti, alcuni dei quali si definiscono «unità di resistenza», dichiarano invece di essere presenti a Teheran, Mashhad, Isfahan, Shiraz e in altre città.
Hamid Motashar, leader del Partito Liberale Ahwazi, sostiene che le violenze riflettano la rabbia accumulata tra quelli che definisce «popoli non persiani», che a suo dire sarebbero stati sottoposti a politiche di oppressione e cancellazione dell’identità.
Si tratta di una lettura politica sostenuta da alcuni partiti nazionalisti di opposizione, mentre le autorità iraniane classificano questi gruppi come separatisti o terroristici.
Secondo i partiti curdi e ahwazi, da maggio oltre 40 membri delle Guardie Rivoluzionarie, della milizia Basij e dei servizi di sicurezza sarebbero stati uccisi in attacchi separati e decine di altri sarebbero rimasti feriti.
Anche in questo caso Alhurra precisa di non aver potuto verificare in modo indipendente tali dati, mentre le autorità iraniane non diffondono un bilancio completo delle perdite subite.
Resta quindi difficile valutare la reale portata del fenomeno e la sua capacità di protrarsi nel tempo. I gruppi che hanno parlato con Alhurra operano infatti in modo indipendente e non emergono elementi che indichino l’esistenza di un comando centrale o di una strategia unitaria.
Tuttavia, l’eventuale spostamento di parte delle attività armate verso le grandi città, lontano dalle tradizionali aree di confine teatro degli scontri, rappresenterebbe una nuova sfida per le autorità iraniane.
In collaborazione multimediale con Notizie Geopolitiche.





