Home Opinioni Contrapposizione Destra/Sinistra come dispositivo di dominio – Parte 1

Contrapposizione Destra/Sinistra come dispositivo di dominio – Parte 1

0
contrapposizione Destra - Sinistra

Oltre la maschera dei contrari

“Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”.
Bertolt Brecht

Ogni grande finzione storica sopravvive grazie alla propria capacità di mascherarsi come evidenza naturale.

La contrapposizione fra “Destra” e “Sinistra” è, tra le finzioni politiche della modernità, quella che meglio ha saputo naturalizzarsi: essa infatti si presenta non come una categoria storicamente determinata e funzionalmente orientata, ma come una struttura permanente della vita politica, quasi una coordinata impressa nell’ordine delle cose.

Eppure, la sua origine è non soltanto recente – la si può datare con precisione tra la fine di agosto e il settembre 1789, durante il dibattito sul veto regio – ma radicalmente contingente: non fu l’intelligenza della realtà politica a darle nascita, bensì la topografia di un’aula assembleare[1].

Occorre ricercare tra le fonti per far luce su tale questione, come la testimonianza del barone de Gauville: «Il 29 [agosto 1789], cominciavamo a riconoscerci: coloro che erano legati alla loro religione e al re si erano confinati alla destra del presidente, per evitare le grida, le osservazioni e le indecenze che si verificavano nella sezione opposta. V’erano circa centocinquanta membri del clero, altrettanti della nobiltà e ottanta del Terzo Stato. Avevo provato più volte a posizionarmi in diverse parti della sala e a non occupare un posto specifico, per avere maggior controllo sulla mia opinione, ma sono stato costretto ad abbandonare del tutto il lato sinistro, altrimenti sarei stato condannato a votare sempre da solo lì e di conseguenza condannato alle derisioni delle gallerie»[2].

Un accidente spaziale – la collocazione fisica di qualche centinaio di deputati in una sala parigina – fu così sublimato in categoria politica universale.

L’analisi storica più sistematica di questa genesi si deve a Marcel Gauchet, che ha ricostruito il processo per cui tale disposizione contingente si trasformò progressivamente in struttura interpretativa della vita politica occidentale, stratificandosi nell’immaginario collettivo fino ad acquisire l’apparenza dell’ovvietà[3].

Perfino studiosi che ritengono la distinzione ancora operativa – come Alain Noël e Jean-Philippe Thérien nel loro studio comparativo internazionale del 2010 – ne riconoscono la radicale variabilità culturale e la difficoltà ad individuare un fondamento teorico stabile che giustifichi la pretesa universalità[4].

Raramente, nella storia intellettuale dell’Occidente, un’astrazione così fragilmente fondata ha esercitato una presa così tenace sulla mente collettiva delle generazioni successive.

Norberto Bobbio, nel notissimo saggio Destra e sinistra del 1994, tentò di conferire a questa dicotomia una dignità concettuale fondandola sull’attitudine verso l’eguaglianza: la Sinistra come orientamento verso la riduzione delle disuguaglianze; la Destra come accettazione delle disuguaglianze ritenute naturali o storicamente necessarie[5].

È opportuno riconoscere che la formulazione proposta da Bobbio possiede una notevole forza esplicativa. Lo stesso autore, del resto, precisava che eguaglianza e diseguaglianza non costituiscono valori assoluti, bensì concetti necessariamente relativi, poiché ogni società è chiamata a stabilire chi debba essere reso eguale, rispetto a quali beni ed entro quali limiti.

Tale impostazione coglie, effettivamente, una ricorrenza significativa nella storia delle culture politiche moderne. Ciò nondimeno, proprio il carattere relativo del criterio finisce per evidenziarne il limite principale: esso consente di classificare orientamenti politici in un determinato momento storico, ma fatica a spiegare le profonde inversioni semantiche, le contaminazioni ideologiche e gli spostamenti di contenuto che la stessa vicenda storica della dicotomia Destra/Sinistra ha progressivamente prodotto.

La risposta di Bobbio è senza dubbio elegante, ma insufficiente su almeno due livelli. In primo luogo, essa descrive una distinzione interna alla modernità politica, non una categoria perenne: il criterio dell’eguaglianza è esso stesso un prodotto ideologico del razionalismo illuminista, non un discrimine naturale della vita politica.

In secondo luogo – ed è il punto decisivo – essa maschera il fatto che i due poli condividono la medesima matrice metafisica: l’individualismo astratto, il costruttivismo razionale, la fede nel progresso lineare e nell’emancipazione dell’uomo dall’ordine tramandato.

La debolezza intrinseca di questa tassonomia non è peraltro sfuggita alla critica più attenta. Marcello Veneziani, in una risposta diretta a Bobbio pubblicata nel 1995, ha mostrato come il paradigma egualitario sia inadeguato a catturare la reale profondità della distinzione, la quale – ammesso che ne esista una autentica – affonda le proprie radici in visioni antropologiche e cosmologiche che trascendono di gran lunga la singola variabile distributiva[6].

Marco Tarchi, in un contributo del 1994 di notevole acume critico, aveva sostenuto che Destra e Sinistra costituiscono “due essenze introvabili”: qualsiasi definizione si proponga risulta sempre troppo larga o troppo stretta, incapace di classificare in modo stabile i fenomeni cui pretende di riferirsi[7].

La medesima convinzione trova espressione in due volumi collettivi della seconda metà degli anni Novanta: quello curato nel 1997 da Alessandro Campi e Ambrogio Santambrogio, con una prefazione di Antimo Negri, raccoglieva contributi di orientamenti diversissimi convergenti sulla sterilità euristica del dualismo[8]; quello curato da Dario Antiseri e Lorenzo Infantino nel 1999 aveva un titolo emblematico, nel quale si parlava apertamente di “due parole ormai inutili”, esplicitando così la tesi fin dall’intestazione[9].

Sul versante opposto dello spettro ideologico si giungeva ad analoga conclusione: Costanzo Preve, noto filosofo di formazione marxista, sosteneva nel 1998 che le due categorie, svuotate di qualsiasi contenuto reale, sopravvivono ormai solamente come strumenti di mobilitazione tribale, del tutto incapaci di orientare un’analisi politica minimamente rigorosa[10].

Entrambi i poli risultano, in ultima analisi, varianti di un medesimo paradigma dissolvente rispetto alla Tradizione. Il vero discrimine politico – quello dotato di senso storico, antropologico e, si potrebbe dire, metafisico – non è quello fra Destra e Sinistra, bensì quello tra chi, in ciascuna epoca, difende la possibilità di un ordine fondato su principi sovra-individuali tramandati e chi ne propugna la dissoluzione in nome di un’emancipazione che si rivela invariabilmente come asservimento a un potere più opaco e meno responsabile.

Comprendere questo concetto è il primo passo verso il disincantamento dalla finzione bipolare. È precisamente questa la tesi che il presente contributo intende sviluppare: la collocazione storica delle posizioni più vicine alla conservazione dell’ordine tradizionale non coincide stabilmente né con la Destra né con la Sinistra, ma migra storicamente da un polo all’altro in funzione dell’evoluzione della modernità stessa.

Non s’intende qui negare che le categorie di Destra e Sinistra abbiano esercitato una rilevante funzione storica nella mobilitazione politica moderna.

L’obiettivo è piuttosto verificarne la capacità esplicativa quale criterio interpretativo di lungo periodo, interrogandosi sulla stabilità del loro contenuto concettuale e sulla permanenza delle funzioni politiche da esse assolte.

La grammatica del dīvĭdĕ et īmpĕrā

La contrapposizione duale non è una descrizione della realtà politica: ne è uno strumento di governo. Essa non articola il conflitto reale – che è quello fra minoranze dirigenti e maggioranze governate – ma piuttosto lo ridefinisce come conflitto orizzontale tra fazioni rivali dello stesso corpo sociale, affinché le energie contestatrici si dissipino in scontri interni al sistema anziché minacciare chi il sistema lo governa davvero. Siffatto meccanismo non è segreto né recente: la teoria politica classica lo ha descritto con implacabile precisione.

Gaetano Mosca, negli Elementi di Scienza politica, la cui prima edizione risale al 1896, dimostrò come in ogni società organizzata una minoranza strutturalmente coesa detenga il potere effettivo – la “classe politica” – e governi la maggioranza attraverso una “formula politica”: quell’insieme di principi giuridici e morali, variabile di epoca in epoca, che legittima il dominio investendolo dell’autorità dei valori più accreditati nel momento[11].

Vilfredo Pareto, nel secondo dei due volumi del suo Trattato di Sociologia generale, pubblicati a Firenze nel 1916, aggiunse la teoria della “circolazione della classe eletta” (circulation des élites): le classi dirigenti si rinnovano cooptando elementi dalle classi subalterne, ma il meccanismo del governo minoritario persiste invariato attraverso i mutamenti di facciata ideologica[12].

James Burnham, in The Machiavellians del 1943, riprese ed approfondì questa tradizione, mostrando come i grandi sistemi ideologici della modernità – Liberalismo, Socialismo, Nazionalismo – siano tutti, al di là della propria diversità apparente, strumenti di legittimazione del potere delle nuove élites[13].

La democrazia rappresentativa non è il governo del popolo, infatti, ma piuttosto il governo di chi sa organizzare il consenso del popolo. Il sistema bipolare è lo strumento più elegante di simile operazione: canalizza il malcontento, offre l’illusione della scelta, esaurisce l’energia oppositiva nell’alternanza e assicura la continuità sostanziale degli indirizzi di fondo indipendentemente da chi vinca le elezioni.

Una convergenza inattesa, proveniente da un quadrante ideologico lontanissimo dall’impianto qui adottato, si rivela nondimeno illuminante nella sua portata trasversale.

David Graeber, in un saggio del 2004 discusso con ampiezza nelle scienze sociali, ha sostenuto – con rigore storiografico e ricorso sistematico alla documentazione antropologica comparativa – che la democrazia occidentale in quanto tradizione storica continua non sia mai esistita: essa è una narrativa costruita a posteriori, assemblata per conferire legittimità storica al potere delle élites liberali moderne, un mito d’origine privo di fondamento filologico verificabile.

L’idea che i sistemi politici dell’Atene classica, delle assemblee medioevali islandesi e della rappresentanza parlamentare contemporanea formino un’unica tradizione denominabile “Occidente democratico” è, nell’analisi graeberiana, una finzione funzionale al dominio: esattamente come la dicotomia Destra – Sinistra è la finzione che organizza il dominio all’interno di quel contenitore.

Se quest’ultimo è a sua volta un artificio ideologico, il dualismo risulta doppiamente illusorio: non soltanto nel contenuto che si inverte e si rovescia ad ogni tornata, ma nella forma stessa che lo ospita e lo presenta come orizzonte naturale ed insuperabile della politica[14].

Carl Schmitt aveva identificato nel dualismo amico-nemico il criterio strutturale del politico: ogni aggregazione politica si definisce in relazione al proprio antagonista[15].

Ciò che Schmitt descrive come struttura ontologica, d’altra parte, può essere impiegato come tecnica di governo: chi controlla la definizione del nemico controlla la lealtà delle masse.

Il sistema Destra/Sinistra è precisamente il dispositivo che consente a chi eserciti il potere reale di dominare entrambe le definizioni del nemico, riorientandole a proprio vantaggio ogni qualvolta il gioco lo richieda.

Herbert Marcuse, da una prospettiva assai diversa ma convergente nel risultato, diagnosticò in One-Dimensional Man la straordinaria capacità del sistema capitalistico avanzato di assorbire e neutralizzare ogni opposizione, integrandola nel meccanismo stesso della propria riproduzione[16].

L’alternanza Destra – Sinistra si presenta, in questa luce, come il più efficace dispositivo di tale integrazione: essa, infatti, simula la conflittualità senza metterne in discussione le premesse.

La prima grande inversione: il Liberalismo come sovversione dell’ordine tradizionale

Il primo grande ciclo di detta alternanza si compie tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. In quel periodo, la “Sinistra” è rappresentata dal liberalismo nelle sue varie declinazioni, che propugna la dissoluzione dell’ordine tradizionale – le corporazioni, le gerarchie ereditate, i vincoli comunitari, il diritto consuetudinario, l’autorità religiosa – in nome dell’individuo astratto, portatore di diritti inalienabili, libero da ogni obbligazione che non abbia contrattualmente sottoscritto in prima persona.

Di contro, le forze “conservatrici” – identificate con la “Destra” dell’epoca – difendono un ordine organico fondato sulla continuità storica, sulla trasmissione intergenerazionale delle istituzioni, sulla priorità della comunità rispetto all’individuo.

Edmund Burke, nella sua requisitoria contro la Rivoluzione francese, pubblicata nel 1790, articolò la difesa più nobile e lucida di simile principio: la società politica non è un contratto fra individui viventi, stipulato in un momento presente, bensì un’associazione che lega insieme i morti, i vivi e coloro che non sono ancora nati; le istituzioni non si valutano secondo schemi razionali astratti, ma secondo la loro capacità di preservare e trasmettere le conquiste civili accumulate nel tempo[17].

Il sapere incorporato nelle forme istituzionali ereditate è superiore alla ragione individuale di qualsiasi architetto di utopie, poiché incorpora secoli di esperienza pratica che nessun sistema razionale può ricostruire a priori. Non è dunque un caso che, in questo primo ciclo, le posizioni più aderenti alla realtà umana fossero quelle “di Destra” – non perché la Destra fosse di per sé superiore, ma in quanto essa costituiva, in quel momento, il vettore della resistenza alla dissoluzione moderna.

Alexis de Tocqueville, osservatore acutissimo della nascente democrazia liberale, percepì nitidamente i pericoli insiti nell’individualismo atomistico: la dissoluzione dei corpi intermedi – la famiglia estesa, le corporazioni, le associazioni volontarie radicate nel territorio, le chiese locali – avrebbe lasciato l’individuo nudo di fronte a uno Stato sempre più centralizzato e tutelare, producendo quella forma di “dispotismo mite” che è la più insidiosa delle tirannidi, giacché non violenta la libertà formale ma ne svuota irreparabilmente il contenuto[18].

La previsione tocquevilliana si è rivelata profetica con un’esattezza che avrebbe potuto sorprendere lo stesso autore.

Una prospettiva complementare proviene dall’analisi sviluppata all’interno del filone libertarian. Murray Newton Rothbard, in un saggio del 1965 destinato a convertirsi in un classico del pensiero liberale radicale, ha argomentato come in origine il dualismo avesse un contenuto quasi inverso a quello che siamo abituati ad attribuirgli: la “Destra” era incarnata dall’Ancien Régime – il sistema dei privilegi statali, del mercantilismo, dell’aristocrazia cooptata dal potere – mentre la “Sinistra” costituiva la forza anti-statalista, portatrice della critica al monopolio del potere economico e politico[19].

Il vero discrimine originario si poneva dunque tra chi difendeva i privilegi del potere costituito e chi ne rivendicava la dissoluzione in nome della libertà[20].

Ma il paradosso che siffatta analisi pone in luce è che, una volta affermatosi il capitalismo industriale – figlio di quella stessa sinistra liberale – la distinzione fu costretta a riformularsi: la sinistra successiva si trovò a combattere contro il capitalismo costituito, di volta in volta recuperando o tradendo quella difesa delle comunità che aveva connotato la “Destra” di un’epoca precedente. Il sistema delle etichette ruota; il discrimine reale fra potere e libertà, tra dissoluzione e conservazione, rimane[21].

Il sociologo tedesco d’impostazione hobbesiana Ferdinand Tönnies, con l’ormai classica distinzione formulata a fine Ottocento fra Gemeinschaft (comunità) e Gesellschaft (società), aveva fornito alla sociologia nascente gli strumenti concettuali per descrivere questo processo nella sua struttura più profonda: il passaggio dalla comunità organica, fondata su legami di sangue, territorio e tradizione, alla società contrattuale, fondata su rapporti utilitaristici fra individui calcolatori, è il processo fondamentale della modernità[22].

Detto processo era, nel primo ciclo storico considerato, esattamente quello portato avanti dalla “Sinistra” liberale contro la “Destra” conservatrice. Le posizioni più difensive della Gemeinschaft – le più autenticamente umane – erano quelle che il lessico dell’epoca etichettava come “reazionarie”.

[1] Cfr. Histoire parlementaire de la Révolution française, ou Journal des assemblées nationales, depuis 1789 jusqu’en 1815, Par P[hilippe].-J[oseph].-B[enjamin]. Buchez et P[rosper].-C[harles]. Roux. Paris, Paulin, Libraire, Place de la Bourse, N° 31. M DCCC XXXIV – M DCCC XXXVIII. Tome Deuxième, Chap. III.

[2] «Le 29 [août 1789], nous commencions à nous reconnaître: ceux qui étaient attachés à leur religion et au roi s’étaient cantonnés à la droite du président, afin d’éviter les cris, les propos, et les indécences qui se passaient dans la partie opposée. Il y avait environ cent cinquante membres du clergé, autant de la noblesse et quatre-vingts du tiers état. J’avais essayé plusieurs fois de me placer dans les différentes parties de la salle et de ne point adopter d’endroit marqué, afin d’être plus le maître de mon opinion, mais je fus obligé d’abandonner absolument la partie gauche, ou bien j’étais condamné d’y voter toujours tout seul et par conséquent condamné aux huées des tribunes»: Journal du baron de Gauville – Député de l’ordre de la noblesse aux États généraux depuis le 4 mars 1789 jusqu’au 1er juillet 1790, publié pour la première fois d’après le manuscrit autographe. Par Édouard de Barthélémy, Paris, Gay, libraire-éditeur, 1864, p. 20.

[3] Cfr. Marcel Gauchet, La droite et la gauche, in Pierre Nora (dir.), Les Lieux de mémoire, Paris, Éditions Gallimard, 1992, trad. it. Destra/Sinistra. Storia di una dicotomia, Nuova edizione, con un saggio introduttivo di Marco Tarchi, Milano, Diana edizioni, 2020 [1ª edizione: Storia di una dicotomia. La destra e la sinistra, Milano, Edizioni Anabasi, 1994].

[4] Cfr. Alain Noël et Jean-Philippe Thérien, La gauche et la droite. Un débat sans frontières, Montréal (Québec), Presses de l’Université de Montréal, 2010 [edizione originale: Left and Right in Global Politics, Cambridge (UK), Cambridge University Press, 2008].

[5] «Dalle riflessioni condotte sin qui, […] risulterebbe che il criterio più frequentemente adottato per distinguere la destra dalla sinistra è il diverso atteggiamento che gli uomini viventi in società assumono di fronte all’ideale dell’eguaglianza […]»: Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Quarta edizione accresciuta, con una nota dell’editore, Roma, Donzelli Editore, 2004 [1ª edizione: 1994], Cap. VI “Eguaglianza e diseguaglianza”, pp. 119-134 (in particolare: p. 119).

[6] Cfr. Marcello Veneziani, Sinistra e destra: risposta a Norberto Bobbio, Firenze, Vallecchi Editore, 1995.

[7] Cfr. Marco Tarchi, Destra e sinistra. Due concetti sospesi fra essenze, tipi ideali e convenzioni, in Aa. Vv., La politica come scienza. Scritti in onore di Giovanni Sartori, a cura di Stefano Passigli, Grassina (FI), Passigli Editori, 2015, pp. 471-494 [1ª edizione: Destra e sinistra: due essenze introvabili, in “democrazia e diritto: trimestrale del centro di studi e di iniziative per la riforma dello stato”, Anno XXXIV, No. 1 (gennaio-marzo 1994), pp. 381-396].

[8] Cfr. Aa. Vv., Destra/Sinistra. Storia e fenomenologia di una dicotomia politica, a cura di Alessandro Campi e Ambrogio Santambrogio, prefazione di Antimo Negri, Roma, Antonio Pellicani Editore, 1997.

[9] Cfr. Aa. Vv., Destra e Sinistra: due parole ormai inutili, a cura di Dario Antiseri e Lorenzo Infantino, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino Editore, 1999.

[10] Cfr. Costanzo Preve, Destra e Sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali, Pistoia, Editrice C.R.T., 1998.

[11] Cfr. Gaetano Mosca, Elementi di Scienza Politica, Seconda edizione con una seconda parte inedita, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1923 [1ª edizione: Roma-Firenze-Torino-Milano, Fratelli Bocca, 1896].

[12] Cfr. Vilfredo Pareto. Trattato di Sociologia generale. Volume II. Firenze, G. Barbèra, Editore. 1916. §§ 2025-2046, pp. 467-474 (in particolare: § 2042, p. 473).

[13] Cfr. James Burnham, The Machiavellians: Defenders of Freedom, London, Putnam and Company, 1943.

[14] Cfr. David Graeber, There never was a West: or, Democracy emerges from the spaces in between, Chico (CA), AK Press, 2007 [1ª edizione: 2004], trad. it. Critica della democrazia occidentale: nuovi movimenti, crisi dello Stato, democrazia diretta, prefazione di Stefano Boni, Milano, elèuthera, 2019 [1ª edizione: 2007].

[15] Cfr. Carl Schmitt, Der Begriff des Politischen. Text von 1932 mit einem Vorwort und drei Corollarien, Berlin, Duncker & Humblot, 2015 [1ª edizione: Der Begriff des Politischen. Mit einer Rede über das Zeitalter der Neutralisierungen und Entpolitisierungen neu herausgegeben von Carl Schmitt, München und Leipzig, Verlag von Duncker & Humblot, 1932], trad. it. Il concetto di ‘politico’: testo del 1932 con una premessa e tre corollari, in Id., Le categorie del ‘politico’, a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, Bologna, Società editrice il Mulino, 2013 [1ª edizione: 1972].

[16] Cfr. Herbert Marcuse, One-Dimensional Man: Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, Boston (MA), Beacon Press, 1964, trad. it. L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Torino, Giulio Einaudi editore, 1967.

[17] Cfr. Reflections on the Revolution in France, And on the Proceedings in Certain Societies in London Relative to that Event. In a Letter Intended to Have Been Sent to a Gentleman in Paris. By the Right Honourable Edmund Burke. London: Printed for J. Dodsley, in Pall-Mall, M.DCC.XC.

[18] Cfr. De la Démocratie en Amérique. Par Alexis de Tocqueville Membre de l’Institut. Douzième Édition revue, corrigée et augmentée d’un Avertissement et d’un Examen comparatif de la Démocratie aux États-Unis et en Suisse. Paris. Pagnerre, Éditeur. Rue de Seine, 14 bis. 1848 [1ª edizione: Librairie de Charles Gosselin. Rue de Saint-Germain-Des-Près, N. 9. M DCCC XXXV].

[19] Cfr. Murray N. Rothbard, Left and Right: The Prospects for Liberty, Auburn (AL), Ludwig von Mises Institute, 2010, trad. it. Sinistra e destra: l’avvenire della libertà, a cura di Roberta Adelaide Modugno, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino Editore, 2012. Il saggio apparve originariamente nel 1965 sul primo numero della rivista “Left and Right: A Journal of Libertarian Thought”.

[20] Cfr. Murray N. Rothbard, The Ethics of Liberty, with a new introduction by Hans-Hermann Hoppe, New York and London, New York University Press, 1998 [1ª edizione: Atlantic Highlands (NJ), Humanities Press, 1982], trad. it. L’etica della libertà, A cura di Luigi Marco Bassani, Macerata, Liberilibri, 2023 [1ª edizione: 1996].

[21] La convergenza fra la critica di Rothbard e quella di Graeber esposta supra merita una riflessione di ordine metodologico. Graeber infatti, antropologo e teorico di formazione anarchica, giunge dalla propria prospettiva alla medesima diagnosi: la democrazia “occidentale” e il dualismo politico che la struttura sono costruzioni ideologiche funzionali al mantenimento del potere delle élites, non realtà storiche continuative. Rothbard pur muovendo da premesse diametralmente opposte — l’individualismo proprietarista radicale, l’anti-statalismo di matrice austro-liberale — nondimeno perviene alla medesima identificazione del meccanismo di falsificazione. Che autori il cui accordo su qualunque altra questione sarebbe pressoché impossibile convergano nell’individuare il medesimo bersaglio costituisce, sul piano della logica argomentativa, una conferma di robustezza che nessuna analisi condotta entro un unico orizzonte ideologico potrebbe produrre: la coincidenza non dipende dalle premesse condivise, bensì dall’evidenza della cosa stessa.

[22] Cfr. Gemeinschaft und Gesellschaft. Abhandlung des Communismus und des Socialismus als empirischer Culturformen. Von Ferdinand Tönnies. Leipzig, Fues’s Verlag (R. Reisland). 1887.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui