Perché cancellare la parola “uomo” non ci renderà più inclusivi
Oggi, leggendo un articolo del giornalista Roberto Riccardi, mi sono fermata a riflettere.
Riccardi raccontava un fatto di cronaca politica che rischia di passare inosservato o di essere liquidato come una semplice stravaganza burocratica: la senatrice Valeria Valente del Partito Democratico ha depositato in Senato un disegno di legge per cancellare la parola “uomo” da ogni atto pubblico, codice e delibera dello Stato.
Al suo posto, propone la senatrice, bisognerebbe usare sempre “persona”.
Non solo: secondo la proposta, anche la parola “omicidio” andrebbe abolita e sostituita con “assassinio”, perché “omicidio” conterrebbe una radice maschilista.
A una prima lettura si potrebbe sorridere. Ma quando si va a verificare la veridicità di queste proposte e si approfondiscono le fonti, ci si rende conto che siamo di fronte a qualcosa di potenzialmente pericoloso.
Non liquidiamola come una banale lite di palazzo, poiché è un modo di intendere il linguaggio, la nostra storia e la nostra stessa umanità.
Proviamo a fare un passo indietro, insieme, lontano dalle tifoserie politiche. E chiediamoci con serenità: cambiare queste parole ci renderà davvero una società più giusta e accogliente?
Siamo abituati a pensare alle parole come a semplici strumenti per comunicare, etichette che applichiamo alle cose. In realtà, il linguaggio è molto di più: è il luogo in cui custodiamo la nostra memoria, le nostre emozioni e i valori su cui si fonda la nostra convivenza.
Quando un’ideologia – in questo caso quella che comunemente, per intenderci, chiamiamo woke – sostiene che la lingua italiana sia intrinsecamente “oppressiva” o “sessista”, sta applicando un’idea specifica di controllo sociale.
È un meccanismo antico e studiato da tempo: se cambio le parole che le persone possono usare, cambio il modo in cui le persone pensano.
Se lo Stato decide per legge quali termini sono “buoni” e quali diventano “fuorilegge” nei codici di diritto, non sta semplicemente aggiornando un vocabolario.
Sta dicendo ai cittadini che secoli di storia, di letteratura, di filosofia e di ricerca della dignità umana sono stati costruiti su un errore o su una sopraffazione. Ma le cose stanno davvero così?
Per capire perché la proposta della senatrice Valente nasce da – per così dire – una “svista”, non serve una laurea in linguistica: basta aprire un dizionario etimologico animati da un pizzico di curiosità.
Nel dibattito moderno sovente si sente dire che la parola “uomo” escluda le donne. Ma la storia della nostra lingua ci racconta l’esatto contrario.
In latino, per indicare il maschio si usava il termine vir (da cui derivano parole come “virile” o “virtù”). La parola per donna era femina.
La parola homo, da cui deriva il nostro “uomo”, indicava invece l’essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione di sesso. La sua radice è humus, la terra. L’uomo è, etimologicamente, “il terrestre”.
Quando Primo Levi intitolò il suo libro Se questo è un uomo, non stava parlando solo dei maschi deportati ad Auschwitz: stava parlando delle donne, dei bambini, degli anziani, di ogni anima spogliata della propria dignità.
Usare la parola “uomo” non cancella le donne; le abbraccia insieme a tutti gli altri nell’unica grande famiglia umana.
La proposta di legge chiede anche di cancellare la parola “omicidio” perché conterrebbe la radice maschile.
Ma omicidio viene dal latino homicidium: l’unione di homo (essere umano) e caedere (uccidere).
Significa semplicemente “uccisione di un essere umano”. È un termine giuridico perfetto, universale e neutro.
Sostituirlo con assassinio crea un paradosso quasi comico. La parola “assassino” arriva infatti dall’arabo ḥaššāšīn (“mangiatori di hashish”), un termine usato nel Medioevo per indicare i fanatici sicari che eseguivano delitti sotto l’effetto di sostanze psicotrope.
È davvero un progresso civile sostituire una definizione giuridica universale basata sull’essere umano con una parola nata per indicare i sicari stupefatti del XII secolo?
La fretta ideologica finisce spesso per inciampare sulle proprie regole.
Se si dovesse “bonificare” la lingua da ogni sillaba che assomiglia a homo, bisognerebbe cancellare anche la parola omosessuale. Peccato che in questo caso omo- non c’entri nulla con il latino: deriva dal greco homós, che significa “uguale”.
E che dire della parola popolo? È un sostantivo maschile. Applicando questa logica, persino l’Articolo 1 della nostra Costituzione (“La sovranità appartiene al popolo”) diventerebbe sospetto di sessismo.
Al di là della semantica, c’è un aspetto più profondo che dovrebbe far riflettere anche i più scettici: la dimensione etica e spirituale.
Dividere continuamente il linguaggio in categorie, desinenze e micro-identità non rende la società più unita. Al contrario, la frammenta. Se non possiamo più usare parole universali per riconoscere ciò che ci accomuna, finiamo per vederci soltanto come appartenenti a gruppi separati, spesso in contrapposizione tra loro.
L’inclusione vera non nasce dall’imporre una burocrazia delle parole o dal punire chi sbaglia una desinenza. Nasce dal rispetto concreto, dalla tutela dei diritti, dal sostegno a chi fa fatica ad arrivare a fine mese, da pronto soccorso che funzionano e da stipendi dignitosi.
Quando la politica sostituisce i problemi reali dei cittadini con le battaglie sulle desinenze, non sta aiutando le donne o le minoranze: sta solo creando una distanza ancora più grande tra le istituzioni e la vita quotidiana.
Questa costante corsa a frammentare le parole fa smarrire una verità più profonda: l’uomo non è un una somma di categorie sociali né uno sterile elenco di etichette discriminatorie.
L’uomo in quanto Essere umano è un’unità spirituale che cerca di ritrovarsi nella sua essenza ed interezza.
Se guardiamo alla grande tradizione spirituale e filosofica dell’umanità – dal cammino del cuore di Louis-Claude de Saint-Martin e Martines de Pasqually, alla scienza dello spirito di Rudolf Steiner, fino a Goethe, che vedeva nel femminino la forza capace di elevare l’anima umana – la parola Uomo ha sempre indicato una realtà sacra.
È l’Uomo Universale spiegato da René Guénon e Titus Burckhardt: quel punto d’incontro perfetto tra cielo e terra che custodisce dentro di sé tutte le sfumature della vita, ben al di là delle desinenze o del genere biologico.
Non è un caso che anche il famoso psichiatra Roberto Assagioli, padre della Psicosintesi, vedesse la crescita personale come un viaggio per ricucire i pezzi della nostra psiche attorno a un centro spirituale unico.
Invece di dividere il mondo in categorie avvelenandolo con sospetti ignoranti, la vera evoluzione ci invita a fare l’opposto: ritrovare ciò che ci unisce, ricordandoci che dentro ciascuno di noi vive un’unica, indivisibile sostanza.
Quando cambia la società non dobbiamo temere l’evoluzione della lingua. La lingua italiana è viva, elastica, bellissima, e si è sempre trasformata in modo naturale attraverso i secoli. Ma c’è una differenza enorme tra l’evoluzione spontanea e la pretesa di riscrivere i codici per decreto-legge.
Custodire parole come “uomo”, “omicidio” o “popolo” non significa difendere il passato per pigrizia o, peggio, per atarassia.
Significa proteggere uno spazio comune in cui ciascuno di noi, a prescindere dal sesso, dal credo o dalle proprie origini, possa riconoscersi prima di tutto come essere umano.
È da questa consapevolezza semplice, antica e profonda che possiamo ripartire per costruire una umanità – sic! – davvero capace di progredire evolvendosi.


Mariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.


