In atto la geografia della vulnerabilità americana
Per oltre trent’anni il Kuwait ha rappresentato uno dei simboli della sicurezza garantita dagli Stati Uniti nel Golfo.
Dalla liberazione del 1991 in poi, il piccolo emirato ha costruito la propria stabilità sulla presenza americana, trasformandosi in uno dei principali nodi logistici e militari della regione, ma oggi quella certezza sta vacillando.
Le notizie provenienti dal Golfo, con attacchi missilistici e droni che coinvolgono Kuwait e Bahrain, raccontano una realtà strategica nuova, la guerra non si combatte più soltanto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Si combatte ormai dentro l’architettura di sicurezza costruita da Washington negli ultimi quarant’anni.
Il Kuwait appare particolarmente vulnerabile. Non possiede la profondità geografica dell’Arabia Saudita, non dispone delle capacità economiche e logistiche degli Emirati e non gode della centralità diplomatica del Qatar.
La sua posizione geografica, affacciata sul Golfo e vicina ai principali corridoi operativi iraniani, lo rende un bersaglio naturale in qualsiasi escalation regionale. Ma il vero bersaglio non è il Kuwait.
Il vero obiettivo è la rete militare americana che attraversa il Golfo Persico, le basi di Ali Al Salem, Camp Buehring, la Quinta Flotta in Bahrain e le grandi infrastrutture regionali costituiscono il sistema nervoso della presenza statunitense in Medio Oriente. Colpire questi nodi significa mettere in discussione la credibilità della deterrenza americana.
L’Iran sa perfettamente di non poter competere frontalmente con la superiorità militare americana, ma può rendere estremamente costoso il mantenimento dell’ordine regionale costruito dagli Stati Uniti.
La strategia è quella della saturazione, moltiplicare droni, missili e minacce simultanee, costringendo Washington a disperdere risorse, sistemi antimissile e capacità operative su un numero crescente di obiettivi.
Kuwait e Bahrain rappresentano gli anelli più esposti della catena, e non perché siano militarmente “irrilevanti”, ma perché incarnano una contraddizione sempre più evidente, la loro sicurezza dipende dalla presenza americana e proprio quella presenza li trasforma in bersagli prioritari.
Le conseguenze vanno ben oltre il piano militare. Attraverso il Golfo transitano rotte energetiche, infrastrutture digitali, terminal portuali e flussi commerciali essenziali per l’economia mondiale.
Ogni attacco contro Kuwait, Bahrain, Qatar o Emirati non colpisce soltanto un Paese. Colpisce il cuore della globalizzazione energetica. Lo Stretto di Hormuz continua infatti a rappresentare uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta e il principale strumento di pressione strategica di Teheran.
Mentre Zelensky propone un dialogo diretto con Putin e Xi Jinping si prepara a visitare la Corea del Nord, emerge un elemento comune, la dispersione della potenza americana su più teatri contemporaneamente: Ucraina, Medio Oriente e Indo-Pacifico non sono più crisi separate, sono parti dello stesso sistema di pressione globale.
Il Kuwait si trova esattamente al centro di questa trasformazione, rischia di diventare una linea del fronte.
Forse questa è la vera notizia strategica, la geografia della sicurezza americana si sta trasformando nella geografia della sua vulnerabilità.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


