
Oro e potere. I busti aurei degli imperatori romani
Delle migliaia di ritratti imperiali che popolavano il mondo romano, quasi nessuno è giunto fino a noi in oro. Il motivo è semplice: l’oro sopravvive raramente alla storia.
Viene rifuso, disperso, saccheggiato. Pensiamo soltanto ai tesori custoditi a San Pietro e fusi dai francesi per finanziare le campagne napoleoniche.
I busti imperiali dovevano inoltre superare un altro pericolo: la damnatio memoriae, la cancellazione ufficiale del ricordo di un sovrano caduto in disgrazia.
Eppure due busti aurei di imperatori romani sono riusciti a sfuggire a tutto questo e sono giunti fino a noi. Si tratta dei busti di Marco Aurelio e di Settimio Severo, opere di eccezionale rarità non soltanto per il materiale con cui sono state realizzate, ma anche per il loro significato storico e politico.

Nel 1939, durante gli scavi nelle fognature del santuario di Cigognier ad Avenches, l’antica Aventicum, capitale degli Elvezi, venne rinvenuto il busto aureo di Marco Aurelio. Probabilmente era stato nascosto per salvarlo dalle razzie degli Alemanni.
Alto 33,5 centimetri e pesante 1,59 chilogrammi, è il più grande busto in metallo prezioso di un imperatore romano oggi conosciuto. Nel 1965, durante lavori di scavo nell’area dell’antica Plotinopoli, nella Grecia nord-orientale, venne invece alla luce il busto aureo di Settimio Severo. Alto 28,4 centimetri e pesante circa 980 grammi, è stato realizzato probabilmente tra il 194 e il 197 d.C. in oro a 23 carati.

Questi non sono gli unici busti aurei dell’epoca romana. In totale sono sopravvissuti circa sei esemplari appartenenti a un corpus di una quindicina di ritratti imperiali in metalli preziosi.
Tuttavia, gli altri presentano attribuzioni incerte oppure raffigurano personaggi minori. Marco Aurelio e Settimio Severo restano gli unici due imperatori pienamente identificati.
Entrambi i busti sono stati realizzati con la tecnica dello sbalzo. Una sottile lamina d’oro veniva lavorata dal retro mediante martellatura fino a ottenere i volumi del volto, dei capelli e dell’armatura; i dettagli più minuti venivano poi rifiniti sulla superficie esterna.
I due imperatori sono raffigurati in lorica plumata, una corazza decorata con piume o squame metalliche. Costosa, scenografica e poco pratica per il combattimento, era riservata ai più alti gradi del comando e rappresentava un immediato segno di autorità.

Ma il loro valore non risiede soltanto nella raffinatezza dell’esecuzione. Questi oggetti non erano decorativi nel senso moderno del termine. Erano imagines, effigi destinate a incarnare la presenza dell’imperatore nelle processioni e nelle cerimonie del culto imperiale.
Per un abitante della Gallia o della Tracia che non avrebbe mai visto Roma, né tantomeno l’imperatore, quel volto d’oro non era una semplice immagine: era Roma stessa che si rendeva presente.
Oggi il busto di Marco Aurelio è custodito in una cassaforte di una banca a Losanna, mentre nel museo di Avenches è esposta una copia. Quello di Settimio Severo si trova invece nel piccolo museo archeologico di Komotini, in Grecia.
Forse è questo il destino più curioso di questi capolavori. Nati per rappresentare il potere universale di Roma, oggi sopravvivono quasi nascosti: uno custodito in una banca, l’altro in un museo regionale conosciuto da pochi visitatori. Eppure, pochi oggetti raccontano con altrettanta forza il legame tra oro, immagine e potere nel mondo antico.




