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Hormuz non sarà più un monopolio di ricatto

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Il vero terremoto geopolitico non è soltanto militare ma infrastrutturale

Per decenni una parte dell’equilibrio mondiale si è retta su una minaccia mai realmente pronunciata fino in fondo ma sempre presente, la possibilità che l’Iran potesse chiudere lo Stretto di Hormuz.

Non era necessario bloccarlo davvero. Bastava che Teheran mantenesse credibile quella minaccia perché mercati energetici, assicurazioni marittime, flotte militari e grandi potenze globali reagissero immediatamente.

Hormuz non è stato semplicemente uno stretto ma il più importante punto di pressione sistemica del pianeta.

Attraverso quel corridoio marittimo passa una quota enorme del petrolio mondiale e una parte decisiva del gas naturale liquefatto globale. Chiunque controlli indirettamente quella vulnerabilità possiede una leva geopolitica enorme sull’intero sistema internazionale.

Ed è precisamente qui che l’Iran ha costruito per anni la propria deterrenza strategica.
Mine navali, missili costieri, droni, Guardia Rivoluzionaria e capacità di saturazione marittima non servivano necessariamente a vincere una guerra navale contro gli Stati Uniti, servivano piuttosto a mantenere credibile una forma di ricatto sistemico capace di influenzare prezzi energetici, stabilità finanziaria globale e percezione del rischio internazionale.

Ma oggi sta accadendo qualcosa di molto più importante di quanto sembri.

Gli Emirati Arabi Uniti stanno progressivamente svuotando il potere strategico di Hormuz attraverso una gigantesca infrastruttura energetica costruita proprio con questo obiettivo.

L’oleodotto Habshan-Fujairah collega i grandi giacimenti petroliferi di Abu Dhabi direttamente al porto di Fujairah, sull’Oceano Indiano. Significa che il petrolio emiratino può raggiungere i mercati internazionali senza dover attraversare il Golfo Persico e soprattutto senza passare per lo Stretto di Hormuz.

È un cambiamento enorme.

Per la prima volta una grande potenza energetica del Golfo ha costruito una via di esportazione completamente alternativa al principale chokepoint della regione.

Fujairah non si affaccia sul Golfo Persico ma direttamente sul Golfo di Oman e sulle rotte oceaniche aperte verso Oceano Indiano, Africa e Asia. In caso di crisi militare con l’Iran, una parte rilevante delle esportazioni emiratine potrebbe quindi continuare a fluire anche se Hormuz diventasse instabile o parzialmente bloccato. E non si tratta soltanto di un oleodotto.

Attorno a Fujairah gli Emirati stanno costruendo una vera piattaforma energetica e logistica strategica fatta di terminal petroliferi, depositi, raffinerie, infrastrutture navali e capacità di stoccaggio destinate a trasformare l’emirato in uno dei principali hub energetici alternativi del pianeta.

Nuovi ampliamenti infrastrutturali previsti entro il 2027 aumenteranno ulteriormente la capacità di esportazione fuori dal Golfo Persico. In altre parole, Abu Dhabi sta costruendo la propria assicurazione geopolitica contro il ricatto di Hormuz.

Anche l’Arabia Saudita dispone da anni del grande oleodotto Est-Ovest verso Yanbu sul Mar Rosso. Parallelamente aumentano corridoi terrestri, nuovi porti oceanici, reti logistiche alternative e infrastrutture energetiche indipendenti dai vecchi colli di bottiglia geopolitici.

Questo significa che il sistema internazionale sta entrando in una nuova fase storica.
Per oltre un secolo la geopolitica si è basata sul controllo dei chokepoints: Suez, Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca.

Oggi, invece, le grandi potenze e perfino gli attori regionali stanno cercando qualcosa di diverso: non più soltanto controllare i punti di strozzatura, ma neutralizzarne la vulnerabilità.

È lo stesso principio che sta guidando le nuove rotte artiche, i cavi sottomarini polari, i corridoi indo-mediterranei, le infrastrutture terrestri eurasiatiche e i bypass energetici del Golfo.

La nuova geopolitica del XXI secolo non riguarda soltanto il controllo delle connessioni, ma la costruzione di connessioni immuni dal ricatto strategico.

Ed è questo il vero problema per Teheran.

Per anni l’Iran ha potuto compensare debolezze economiche e isolamento internazionale grazie al peso geopolitico di Hormuz. Ma se il mondo costruisce alternative al Golfo Persico, allora cambia l’intera architettura della deterrenza regionale.

Il punto centrale non è che Hormuz smetterà di contare. Continuerà a essere uno degli snodi energetici più importanti del pianeta. Ma il suo monopolio strategico sta lentamente diminuendo.

E quando un chokepoint perde il proprio monopolio, cambia anche il potere di chi, per decenni, ha costruito la propria forza sulla vulnerabilità degli altri.

Per questo il vero terremoto geopolitico non è soltanto militare ma infrastrutturale. Dallo Stretto di Hormuz a Malacca, dal Bering all’Artico, il XXI secolo non sarà soltanto la competizione per il controllo dei territori, ma la guerra silenziosa per il controllo di connessioni, corridoi e infrastrutture capaci di rendere le potenze sempre meno vulnerabili ai ricatti geopolitici.

Perché il vero potere del futuro non apparterrà soltanto a chi controllerà i mari o gli eserciti, ma a chi riuscirà a costruire reti energetiche, digitali e commerciali sufficientemente resilienti da sopravvivere ai grandi chokepoints della storia.

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