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Incantesimi e monoteismo dall’Antico Egitto – Parte 6

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Antico Egitto

Mosè, un ponte naturale tra due mondi

Questa tendenza alla teologia solare ha trovato una conferma archeologica straordinaria negli scavi condotti a partire dal 2020/2021 da una missione egiziana guidata da Zahi Hawass.

A nord del complesso di Malqata, vicino al tempio funerario di Amenhotep III a Kom el-Heitan, è stata riportata alla luce una vasta città fino ad allora sconosciuta, battezzata “Città dell’Aten che sorge” (in egiziano antico 𓏏𓏭𓇳𓏠𓈖 Tjehen-Aten – tḥn-ỉtn – “l’Aten Splendente”).

Si tratta di uno dei ritrovamenti più importanti degli ultimi decenni: un insediamento urbano di enormi dimensioni, con quartieri amministrativi, residenziali per gli operai, aree industriali, forni per il pane, magazzini e persino un cimitero.

Le iscrizioni su anfore da vino e su altri oggetti confermano che la città fu fondata proprio sotto Amenhotep III e serviva a supportare i grandi progetti edilizi reali nella zona tebana.

La scoperta della “Città Perduta” ha illuminato con nuova luce la politica di Amenhotep III: non si trattava solo di un palazzo isolato, ma di un vero e proprio centro urbano e produttivo che spostava materialmente e simbolicamente il baricentro del potere reale lontano dal tempio di Karnak.

La città, con il suo nome solare, incarnava fisicamente la nuova enfasi sulla luce dell’Aten come fonte di vita, prosperità e legittimazione divina del sovrano.

Jan Assmann, uno dei più grandi studiosi della religione egizia, ha interpretato questi sviluppi come l’emergere di una “Nuova Teologia Solare” già pienamente in gestazione sotto Amenhotep III.

Secondo Assmann, il faraone non stava ancora compiendo una rottura teologica, ma stava recuperando un’antica dimensione solare della regalità per contrastare l’eccessiva autonomia del clero di Amun-Ra.

L’enfasi sull’Aten come manifestazione visibile e unitaria del divino rappresentava un tentativo di ricondurre il sacro sotto il controllo diretto del sovrano, riducendo la mediazione di un sacerdozio potente e ormai quasi autonomo.

Quella che sotto Amenhotep III era ancora una tensione interna – un riequilibrio politico-teologico – sarebbe esplosa con il figlio Akhenaton in una riforma totale, iconoclasta e radicale.

In questo senso, la riforma amarniana non appare più come un’improvvisa eresia isolata, ma come il culmine logico di un processo avviato dal padre.

Amenhotep III aveva preparato il terreno: aveva elevato l’Aten, aveva promosso l’auto-deificazione solare del sovrano legata alla tradizione anteriore, aveva creato una nuova città simbolo di questa teologia, aveva limitato indirettamente il potere di Amun-Ra.

Akhenaton avrebbe poi spinto queste premesse fino alle loro estreme conseguenze, trasformando ciò che nel padre era ancora un equilibrio in una rivoluzione religiosa.

Questo capitolo della storia egizia ci mostra come le grandi trasformazioni religiose non nascano mai dal nulla, ma siano spesso il frutto di tensioni accumulate nel tempo all’interno della stessa tradizione.

La “luce abbagliante” dell’Aten, che avrebbe brillato con intensità straordinaria per pochi anni sotto Akhenaton, aveva già cominciato a risplendere, più gradualmente ma non meno significativamente, durante il lungo e magnifico regno di Amenhotep III.

In definitiva, l’esperienza religiosa di Akhenaton rimane uno dei capitoli più singolari e controversi dell’antica civiltà egizia.

La sua riforma, per quanto radicale e sostenuta con determinazione dal potere faraonico, si rivelò effimera: dopo la sua morte, sotto il regno del figlio Tutankhamon, l’Egitto tornò rapidamente al politeismo tradizionale, restaurando il culto di Amun e cancellando con cura quasi ogni traccia della “eresia amarniana”.

La stessa città di Akhetaton fu in gran parte abbandonata e smantellata, come se la storia volesse rimuovere il ricordo di quell’esperimento estremo.

Lungi dal costituire una semplice anticipazione del monoteismo biblico, la religione di Akhenaton appare piuttosto come un tentativo audace e profondamente egizio di ricentrare l’intero universo sacro attorno alla figura del sovrano e alla luce visibile e tangibile del disco solare Aten.

Non si trattò di una negazione metafisica dell’esistenza degli altri dèi, quanto di una concentrazione esclusiva del culto e del potere simbolico su un’unica manifestazione divina, in cui il faraone stesso assumeva un ruolo di mediatore quasi esclusivo.

In questo senso, l’Atenismo può essere letto più correttamente come una forma estrema di enoteismo o di monolatria regale, radicata nella millenaria tradizione egizia di elevare una divinità sopra le altre secondo le esigenze politiche, teologiche o personali del sovrano regnante.

Questa svolta radicale non nacque dal nulla, ma si inserisce in un processo già avviato dal padre di Akhenaton, Amenhotep III.

Quest’ultimo, durante il suo lungo e splendido regno, aveva infatti intrapreso una serie di azioni volte a limitare il crescente potere economico e politico del clero di Amun-Ra a Tebe.

Il sacerdozio di Amun aveva accumulato immense ricchezze e influenza, tanto da rappresentare potenzialmente una minaccia all’autorità centrale del faraone.

Amenhotep III reagì promuovendo con forza il culto solare, adottando l’epiteto “Aten-Tjehen” (il Disco Solare Splendente), favorendo la costruzione di templi dedicati ad altre divinità e soprattutto avviando un programma di auto-deificazione che lo poneva in una posizione quasi divina già in vita, in stretta connessione con le celebrazioni dei suoi giubilei (heb-sed).

Come abbiamo detto innanzi, studi recenti, inclusi quelli emersi intorno al 2021 in occasione della scoperta della “Città Perduta” di Amenhotep III, hanno ulteriormente illuminato questa strategia: il faraone cercava di ridistribuire il centro simbolico del potere religioso lontano dal monopolio tebano di Amun, enfatizzando una teologia solare più diretta e legata alla persona del sovrano.

Tornando ad Assmann, egli ha approfondito questo aspetto con grande lucidità nelle sue opere, mostrando come Amenhotep III avesse già avviato un lento spostamento verso una “nuova teologia solare” che poneva l’accento sull’unità divina visibile nella luce del sole, riducendo implicitamente l’influenza del clero tradizionale.

Secondo Assmann, questa tendenza non era ancora una rottura, ma rappresentava una tensione interna alla religione egizia: il tentativo del potere regale di recuperare il controllo sul divino di fronte alla crescita eccessiva di un sacerdozio potente e autonomo.

Akhenaton avrebbe poi portato questa tendenza alle sue estreme conseguenze, trasformando ciò che nel padre era ancora un riequilibrio politico-teologico in una riforma totale e iconoclasta.

Nel suo libro più noto su questo tema, Mosè l’Egizio, Assmann interpreta la rivoluzione religiosa di Akhenaton non come un semplice episodio di culto solare, ma come la prima forma storicamente documentata di “contro-religione“: un monoteismo radicale che negava il politeismo tradizionale egiziano e affermava l’esistenza di un’unica verità divina.

Secondo Assmann, Akhenaton non fu il “padre del monoteismo” in senso diretto, ma pose le premesse culturali e concettuali di una religione esclusiva e universale che, attraverso un lungo processo di memoria collettiva e di “inversione normativa“, avrebbe influenzato in modo profondo la nascita del monoteismo biblico.

Tuttavia, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che elementi dell’Atenismo possano aver avuto una qualche forma di sopravvivenza indiretta nell’esperienza dell’Esodo ebraico.

Secondo il racconto biblico (Esodo 12,38), insieme agli Israeliti uscì dall’Egitto anche una “grande massa mista” di egiziani, ovvero un gruppo eterogeneo di persone che si unirono agli ebrei nella fuga.

È plausibile che, tra questi, vi fossero anche seguaci o simpatizzanti della religione amarniana, rimasti in una posizione marginale dopo la restaurazione del culto tradizionale.

Alcuni concetti come l’enfasi sulla luce divina unica, l’assenza di immagini antropomorfe della divinità e una certa tendenza verso un culto più astratto e centrato su un’unica fonte luminosa potrebbero aver influenzato, almeno in parte, la sensibilità religiosa di quei gruppi misti, contribuendo a nutrire le prime elaborazioni del monoteismo israelitico.

La tentazione moderna di trasformare Akhenaton nel “primo monoteista della storia” nasce da un bisogno comprensibile di trovare precursori lineari e figure eroiche nella storia delle idee religiose.

Tuttavia, questa lettura rischia di proiettare su un’epoca lontana categorie concettuali maturate solo molto più tardi nell’ambito della tradizione ebraica e di impoverire sia la complessità del pensiero egizio sia quella del monoteismo biblico.

Le somiglianze tra l’Inno all’Aten e il Salmo 104, per quanto suggestive, potrebbero testimoniare la circolazione di un comune repertorio poetico e immaginifico nel Vicino Oriente antico piuttosto che una dipendenza diretta, che pure risulta possibile.

Forse il vero valore storico e spirituale dell’esperienza amarniana non risiede nella presunta invenzione del monoteismo, bensì nella dimostrazione che persino una civiltà antica, sofisticata e saldamente radicata nelle proprie tradizioni poteva spingersi fino al limite estremo nella ricerca dell’Uno.

Akhenaton spinse questa ricerca fino alle sue conseguenze più radicali, concentrando tutta la luce divina in un unico disco solare.

Il fallimento del suo progetto non ne diminuisce la grandezza intellettuale: mostra piuttosto quanto sia difficile, anche per un faraone onnipotente, imporre una visione troppo unilaterale a una cultura che da millenni aveva imparato a contemplare il divino attraverso una molteplicità di forme, simboli e manifestazioni.

Il tentativo di Akhenaton, da questo punto di vista, risulta assolutamente “eretico” nel senso di un distacco totale dalla concezione egizia della divinità.

In ultima analisi, Akhenaton ci lascia un insegnamento prezioso: la storia delle religioni non procede per rivoluzioni improvvise e definitive, ma attraverso tensioni, sperimentazioni e ritorni.

La luce di Aten brillò con intensità straordinaria per pochi anni, per poi essere riassorbita nel grande fiume della religiosità egizia.

Eppure, quel breve bagliore rimane, ancora oggi, uno dei momenti più alti e inquieti nella lunga ricerca umana del divino.

Quanto alla questione principale, cioè il collegamento diretto, ovvero indiretto tra l’esperienza amarniana e quella biblica, occorre una precisazione di fondo.

Per capire come questo materiale possa essere arrivato fino ai circoli che hanno composto o trasmesso il Salmo 104, bisogna allargare lo sguardo alla storia concreta della fine della XVIII dinastia e dell’inizio dell’epoca ramesside.

La morte di Akhenaton non segnò la fine immediata delle sue idee, ma aprì un periodo di grande instabilità e di violenta reazione.

I suoi successori immediati – Smenkhkara prima, poi Ay – furono figure deboli e di transizione.

Il giovane Tutankhamon, salito al trono ancora bambino, fu guidato verso una restaurazione del culto tradizionale di Amun.

Si tornò a Tebe, si riaprì il grande tempio di Karnak, si cancellarono progressivamente i segni dell’eresia amarniana.

Ma fu soprattutto con Horemheb, l’ultimo faraone della XVIII dinastia, che la reazione divenne sistematica e crudele.

Horemheb, un generale di origine non regale che aveva consolidato il potere con il sostegno dell’esercito, attuò una vera e propria damnatio memoriae nei confronti di Akhenaton e della sua famiglia.

I nomi furono cancellati dalle iscrizioni, i templi dell’Aten smantellati o riutilizzati, le tombe violate o abbandonate, la memoria stessa dell’epoca amarniana perseguitata con metodo.

Fu un periodo di restaurazione religiosa aggressiva, ma anche di instabilità dinastica profonda. Horemheb non ebbe eredi maschi diretti e dovette designare come successore il suo visir e compagno d’armi Pa-Ramessu, che divenne Ramses I, fondatore della XIX dinastia.

Con i Ramessidi il centro del potere si spostò in modo deciso e duraturo verso nord-est, nel Delta orientale.

Non più Tebe e l’Alto Egitto come fulcro principale, ma la zona del Delta, più vicina ai confini con il Levante, più strategica per il controllo militare e per le spedizioni in Siria e Canaan.

Ramses II in particolare fece di Pi-Ramesses la sua nuova capitale, una città immensa, fastosa, con templi, palazzi, arsenali e quartieri dedicati a diverse divinità, compresi culti asiatici come quello di Seth e di Astarte.

Questo spostamento non fu solo logistico: rappresentò un cambiamento di prospettiva, un’apertura maggiore verso il nord e verso le popolazioni asiatiche che da secoli vivevano o lavoravano nel Delta, fin dai tempi degli Hyksos.

Ed è proprio qui che si inserisce il legame con gli eventi dell’Esodo come li racconta la Bibbia.

Il testo biblico menziona esplicitamente le città-magazzino di Pitom e Ramses costruite dagli Israeliti in schiavitù.

La maggior parte degli studiosi seri colloca l’ambientazione narrativa dell’oppressione e dell’Esodo proprio nel periodo ramesside, non nell’epoca tebana di Akhenaton.

Il faraone dell’oppressione e quello dell’Esodo vengono di solito identificati con Ramses II o con il suo immediato successore.

Questo significa che, anche se i parallelismi poetici e teologici con l’Inno all’Aten sono evidenti, la cornice storica in cui la tradizione israelitica ha rielaborato quei motivi non è direttamente l’Amarna del XIV secolo, ma il Delta del XIII secolo, sotto i Ramessidi.

C’è quindi uno scarto temporale e geografico importante.

Proprio questo scarto apre la porta a una riflessione più ampia sulla possibilità che, nel Delta ramesside, ci sia stato un terreno fertile per incontri, scambi e sincretismi tra sensibilità religiose egiziane e semitiche.

Durante il periodo amarniano e soprattutto dopo, nel Delta, la situazione era fluida. C’erano grandi comunità di Asiatici – prigionieri di guerra, lavoratori, mercanti, schiavi – che vivevano da generazioni in Egitto, specialmente nella zona orientale del Delta, proprio dove sorse Pi-Ramses.

Questi gruppi portavano con sé le proprie tradizioni religiose, spesso di tipo enoteistico o monolatrico, centrate su un dio principale.

Allo stesso tempo, l’Egitto stesso, anche dopo la restaurazione, conservava correnti religiose che non erano più il politeismo tradizionale ingenuo.

L’esperienza amarniana, pur repressa con violenza, aveva lasciato tracce in certi ambienti colti o sacerdotali: un’abitudine a pensare il divino in termini più centralizzati, più universali, più legati all’idea di un dio supremo che provvede a tutto il creato e da cui dipende la vita di ogni essere.

Nel Delta, tra Pi-Ramesses e le zone abitate da popolazioni asiatiche, idee egiziane sulla provvidenza universale, sulla dipendenza totale delle creature dal dio, sull’ordine che nasce dalla presenza del divino e sul caos che torna quando quella presenza si ritira, potevano circolare non solo come testi letterari copiati da scribi, ma come concetti religiosi discussi, adattati, mescolati in contesti di vita quotidiana, di lavoro comune, di matrimoni misti, di culti condivisi o sincretizzati.

Alcuni di questi concetti, una volta reinterpretati alla luce della fede in Hashem e inseriti in una cornice etica e storica tipicamente biblica, avrebbero potuto confluire nella tradizione che poi ha prodotto testi come il Salmo 104.

È proprio in questo contesto che assume un rilievo particolare la figura di Mosè.

Prima di Mosè, il D-o che si rivela al popolo non è presentato come una divinità nuova o sconosciuta, ma come il D-o dei padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

La formula ricorrente «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe» sottolinea con forza la continuità con la religione patriarcale.

Non si tratta ancora della rivelazione piena del nome divino che avverrà al roveto ardente, ma di un richiamo alle promesse e all’alleanza già esistenti con gli antenati.

Il D-o che parla a Mosè è quindi, in primo luogo, il Dio dei padri, colui che ha già camminato con il popolo nelle generazioni precedenti.

Mosè stesso, secondo il racconto biblico, viene allevato come un principe egiziano nella corte del faraone.

Ciò avviene non molto tempo dopo gli eventi di Amarna. La formazione di un principe egiziano nel Nuovo Regno, soprattutto nel periodo che va dalla fine della XVIII dinastia all’inizio della XIX, era un processo lungo, rigoroso e profondamente segnato dalla cultura di corte.

I principi reali, e anche i figli adottivi o i giovani nobili destinati a ruoli di rilievo, venivano affidati fin dall’infanzia a precettori scelti tra i più colti scribi e sacerdoti del regno.

La loro educazione si svolgeva in gran parte all’interno delle istituzioni legate alla corte e ai templi, in particolare nelle cosiddette “Case della Vita”, centri di sapere dove si conservavano e si copiavano i testi sacri, si insegnavano le scienze e si formavano gli scribi di alto rango.

Un principe egiziano di quel periodo imparava innanzitutto a leggere e scrivere i geroglifici in tutte le loro forme: la scrittura monumentale, quella ieratica più corsiva usata per i documenti amministrativi, e talvolta anche elementi di scrittura demotica in fase di sviluppo.

Studiava la letteratura sapienziale classica, come le Istruzioni di Ptahhotep o le Istruzioni di Amenemope, testi che trasmettevano non solo regole di comportamento ma una visione del mondo ordinata, in cui il destino dell’uomo era legato alla maestà e alla giustizia del dio.

Imparava la matematica necessaria per calcolare le imposte, misurare i campi, organizzare le spedizioni e costruire templi e palazzi.

Studiava l’astronomia e il calendario, perché la vita religiosa e agricola dell’Egitto era scandita dai movimenti del sole, della luna e delle stelle, e perché il sorgere eliaco di Sirio segnava l’inizio dell’inondazione.

Apprendeva anche elementi di medicina, di botanica e di mineralogia, poiché i sacerdoti e gli scribi erano spesso custodi di conoscenze pratiche oltre che rituali.

L’educazione di un principe includeva inoltre una forte componente religiosa e teologica.

Egli veniva iniziato ai culti principali, imparava i miti, i rituali e i nomi segreti degli dèi, e veniva formato a comprendere il ruolo del faraone come mediatore tra il mondo divino e quello umano.

Nel periodo ramesside, con la presenza di culti asiatici nel Delta, un principe poteva anche venire a contatto con divinità straniere come Seth, Astarte o Baal, e con le loro pratiche.

La formazione militare era altrettanto importante: il principe imparava a guidare carri da guerra, a usare l’arco e la lancia, a comandare truppe, a organizzare campagne e a comprendere la strategia.

Infine, c’era l’educazione alla vita di corte: il protocollo, l’etichetta, l’arte del discorso, la capacità di trattare con ambasciatori stranieri, di ricevere doni e di gestire le relazioni diplomatiche.

Un principe egiziano veniva quindi formato non solo come futuro sovrano, ma come una figura che incarnava il sapere, la religione e il potere del regno nella sua interezza.

Mosè, secondo il racconto biblico, ricevette proprio questa formazione.

Crescendo come figlio della figlia del faraone, fu educato in tutto il sapere degli Egiziani, e questo lo rese capace di parlare con autorità sia di fronte alla corte egiziana sia, in seguito, di fronte al suo stesso popolo.

La sua figura diventa così un ponte naturale tra due mondi: da un lato la cultura egiziana con la sua profondità teologica, la sua concezione della provvidenza universale e della creazione continua, e dall’altro la fede nel D-o dei padri, che ora si rivela con un nome nuovo e con una promessa di liberazione.

È in questo contesto che assume un significato ancora più ricco il passo dell’Esodo in cui gli Israeliti, prima di lasciare l’Egitto, chiedono e ottengono dagli Egiziani oggetti d’argento, d’oro e vesti.

Il testo dice che gli Israeliti fecero come Mosè aveva ordinato e chiesero agli Egiziani vasi d’argento, vasi d’oro e vesti, e che il Signore fece sì che gli Egiziani concedessero loro quanto chiedevano, così che essi spogliarono gli Egiziani.

Questo episodio, spesso chiamato “lo spoglio degli Egiziani”, ha una dimensione letterale molto concreta: gli Israeliti, dopo anni di lavoro forzato senza compenso, ottengono una forma di risarcimento o di provvista per il lungo viaggio che li attende nel deserto.

Ma già nella tradizione antica questo episodio è stato letto anche in chiave spirituale e allegorica.

Come ho già detto in un precedente intervento, Origene, nel III secolo, è uno dei primi e più profondi interpreti di questo passo in senso spirituale.

Nei suoi scritti, soprattutto nel Contro Celso e nelle sue omelie sull’Esodo, Origene vede nello spoglio degli Egiziani un simbolo potente: gli Israeliti non rubano semplicemente ricchezze materiali, ma portano via con sé il sapere, la sapienza e le ricchezze spirituali dell’Egitto per metterle al servizio del vero Dio.

L’Egitto rappresenta per Origene il mondo della cultura pagana, della filosofia, delle scienze e delle arti.

Gli Israeliti, uscendo dall’Egitto, non lasciano tutto dietro di sé, ma prendono con sé ciò che di buono e di utile possono trovare in quella cultura, per poi purificarlo e trasformarlo alla luce della rivelazione divina.

Questa interpretazione diventa poi un modello per tutta la tradizione cristiana antica: i cristiani possono e devono prendere dalla cultura greca e pagana tutto ciò che è vero, bello e utile – la filosofia, la retorica, le scienze – e usarlo per la gloria di D-o, proprio come gli Israeliti portarono via l’oro e l’argento dell’Egitto per costruire il tabernacolo e gli arredi del culto.

Questa lettura spirituale illumina in modo nuovo anche il possibile rapporto tra l’immaginario egiziano presente nel Salmo 104 e la tradizione israelitica. Se Mosè fu educato come un principe egiziano, se ebbe accesso al sapere teologico, sapienziale e poetico dell’Egitto del suo tempo, e se portò con sé, in senso sia letterale sia spirituale, le “ricchezze” dell’Egitto, allora diventa più comprensibile come certi motivi – la provvidenza universale, la dipendenza totale delle creature dal divino, il contrasto tra la notte come tempo di caos e il giorno come tempo di ordine – potessero essere conosciuti, meditati e poi rielaborati all’interno della fede nel D-o dei padri.

Non si tratta di un prestito meccanico, ma di un lavoro di trasformazione: ciò che era stato cantato per l’Aten viene ora cantato per Hashem, incorniciato tra l’inno celeste iniziale e la dimensione etica finale, e diventa parte di un testo che celebra il D-o d’Israele.

Tutto questo rimane nel campo delle ipotesi ragionevoli, non delle certezze filologiche.

Non abbiamo prove dirette di sacerdoti dell’Aten che insegnano ai futuri Israeliti.

Ma abbiamo un contesto storico in cui contatti culturali intensi, spostamenti di popolazioni, sincretismi religiosi e rielaborazioni creative erano la norma.

E abbiamo un testo, il Salmo 104, che porta dentro di sé, in modo troppo ordinato per essere casuale, l’eco di quell’immaginario egiziano.

Il parallelismo non sminuisce l’originalità del testo biblico; al contrario, ci permette di apprezzare ancora di più l’abilità di chi ha saputo prendere motivi potenti da un’altra tradizione e trasformarli in qualcosa di nuovo, radicato nella fede in Hashem e nella continuità con il D-o dei Padri.

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