Home L'Articolo del Sabato I CONSIGLI DI PTAHHOTEP

I CONSIGLI DI PTAHHOTEP

0

di Shabbat Menkaura

In memoria di Jan Assman, uomo di immenso ingegno che con le sue ricerche, volte a trovare le radici ultime del monoteismo giudaico-cristiano, ha scontentato quasi tutti tranne l’Altissimo, come già accadde al grande Benedetto XVI.

Confesso di aver tratto l’ispirazione a scrivere questo intervento da alcune conversazioni sull’ermetismo intrattenute con amici esperti di tale argomento.

Nulla da eccepire ovviamente sull’importanza di questa tradizione, ma nell’esaminare concretamente che cosa l’ermetismo abbia rappresentato per la cultura occidentale e soprattutto quale contributo possa offrire oggidì ai cercatori dello Spirito, ho provato un senso di insoddisfazione, come sovente mi accade quando mi confronto con i nostri percorsi tradizionali.

Proprio in un’epoca ove le ricerche scientifiche hanno aperto una moltitudine di nuove finestre sulle civiltà che hanno generato questi fantastici materiali sapienziali, gli studiosi di cose metafisiche in molti casi sembrano adagiarsi un po’ troppo sulle interpretazioni che delle culture antiche sono state date in un passato risalente anche a due secoli fa, se non ancora in tempi più lontani.

In altre parole, se da una parte l’accademia spesso deride gli studi metafisici in quanto non scientifici, d’altra parte i cultori di materie spirituali a loro volta sembrano non ritenere utili gli studi scientifici per meglio comprendere i propri apparati simbolici e i contenuti dei loro percorsi iniziatici.

A quasi novecento anni dal fatidico incontro intervenuto a Cordoba tra Averroè ed il giovanissimo Muhammad Ibn al-Arabi ancora ci si divide in modo partigiano sulla base della reciproca incomprensione gnoseologica.

Ma se consideriamo che la risposta del grande Al-Arabi all’implicita domanda di Ibn Rushd sulla possibile equivalenza tra conoscenza razionale e sapere intuitivo non fu negativa (no), ma giustamente ellittica (sì e no), dimostrando la necessità di entrambe nella decodificazione della realtà fisica e metafisica.[1]

In termini cabalistici ciò si traduce nell’unione tra Chokmah (intuizione di origine superna) e Binah (decodificazione razionale dei contenuti intuitivi) che produce Daat la conoscenza perfetta.

Non a caso ho dedicato a Jan Assman questo breve lavoro, per ricordare uno dei pochissimi studiosi che ha cercato di unire questi due approcci e con questo sforzo ha fatto avanzare enormemente la nostra comprensione di fenomeni fondamentali per la nostra civiltà, come la nascita del monoteismo.

Anche le opere di Erik Hornung, grande egittologo lettone scomparso nel 2022, sono state utilissime per illuminare alcuni aspetti fondamentali della spiritualità egizia e della sua penetrazione nelle tradizioni successive.

Alla luce di tali argomenti ritengo che forse sia venuta l’ora di rivedere alcune basi essenziali della nostra conoscenza esoterica, in particolare per quanto riguarda lo studio delle diverse radici del Corpus Hermeticum, una delle quali rimane più nascosta e sfuggente delle altre.

Eppure, a mio sommesso avviso, si tratta di quella forse più rilevante, in quanto è probabilmente essenziale anche per la tradizione giudaico-cristiana.

Ovviamente mi sto riferendo alla sapienzialità egizia, che tanto ha influenzato il nostro pensiero ma che pochi riconoscimenti analitici e puntuali ha ottenuto a causa della difficoltà intrinseca nel determinare i contorni di quella tradizione millenaria, al di fuori della ristretta cerchia degli egittologi.

Fortunatamente, proprio grazie allo sforzo di questi studiosi, si tratta anche di uno degli ambiti ove gli studi accademici sono avanzati più rapidamente e con ottimi risultati.

Ecco perché pubblicare le fonti della sapienzialità egizia risulta così affascinante e auspicabilmente utile ai fini sopra illustrati, cioè il ricongiungimento dell’Egitto mitico/favolistico a noi trasmesso dall’esoterismo occidentale con la realtà di questa cultura millenaria.

In una battuta è tempo di riconciliare il “Retour d’Égypte” ottocentesco e il “Mizraim” biblico con la “Kemet” storica.

Compito assai difficile, ma faremo del nostro peggio come al solito.

Non vorrei essere frainteso: anche ciò che tralaticiamente riteniamo di sapere sulla spiritualità del mondo greco-romano è spesso errato e superato da studi recenti e per recenti intendo anche quelli di George Dumézil, Mircea Eliade, Marcel Detienne, e Károly Kerényi[2] tanto per citarne alcuni, ma per quanto attiene all’antico Egitto, la situazione appare sicuramente peggiore di altre.

In altre parole, l’Antico Egitto è sicuramente importantissimo anche e soprattutto per la sua meravigliosa simbologia, ma a domanda su specifici argomenti spesso si va poco oltre la trita menzione dell’ankh la celeberrima “croce della vita” e di poco altro.

Forse, quindi, la pubblicazione di alcune fonti egizie viste non dall’ottica dell’accademia, perché non essendo egittologi non ci permetteremmo mai, ma da quella dei cultori di percorsi spirituali, attenti alla ricerca della verità del simbolo e non della sua apparenza tralaticia, potrà risultare utile anche al fine di formulare tali percorsi in modo più confacente ai nostri tempi.

Ciò premesso e come è previsto dal “nostro” metodo di cabalisti cristiani, partirò dalle Scritture:

“Esodo 12 – 35 Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. 36 Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani.”

Sin dall’antichità tale brano fu interpretato in senso allegorico, attribuendo alle cose preziose sottratte dagli Ebrei non solo la loro qualità letterale, ma anche un significato di carattere sapienziale e spirituale.

In particolare, al fine di perfezionare la transizione dal D-o di Abramo, Isacco e Giacobbe a quello del Popolo ebraico, il periodo da quest’ultimo trascorso nel sapiente Egitto e la guida di Mosè, l’istruito principe egiziano di sangue ebraico, sembrano rappresentare due passaggi non solo fondamentali ma necessari.

Con quelle ricchezze, si badi bene, gli Ebrei costruirono il Mishkan, il Tabernacolo, cioè lo spazio sacro ove risiedeva la Divina Presenza.

In altre parole, è con le ricchezze d’Egitto, adattate alle diverse esigenze del Popolo, che si costruisce il Luogo di contatto con D-o.

Vediamo, quindi, l’interpretazione che di tali circostanze scrive uno dei più grandi esponenti della patristica dei primi tre secoli, il grande Origene d’Alessandria.

Così scrive a Gregorio il Taumaturgo nella traduzione di E. Marotta:

“1. Una buona intelligenza cui si accoppi l’esercizio è in grado, come tu sai, di attendere con successo a fatiche che, quanto è possibile, le permettano di realizzare, per così dire, il fine ultimo dell’attività che uno si è proposto di praticare. Il naturale ingegno può, dunque, fare di te un perfetto giurista e un filosofo greco di una delle scuole più celebri. Era, però, mio desiderio che tu usassi le risorse del talento, avendo come unica meta il cristianesimo. Mi auguravo che a realizzare questo fine tu ricavassi dalla filosofia ellenica gli insegnamenti validi a dare una cultura di base, una formazione che fosse di propedeutica al cristianesimo e così anche che attingessi alla geometria e all’astronomia gli ammaestramenti utili all’interpretazione dei sacri testi. Ciò, affinché quello che gli alunni dei filosofi affermano a proposito della geometria, della musica, della grammatica, della retorica, dell’astronomia, che sono, cioè, scienze ausiliarie della filosofia, questo ci fosse consentito dire della filosofia medesima rispetto alla dottrina cristiana.

2. Concetto analogo, se non sbaglio, è espresso nell’Esodo per bocca di Dio stesso. Egli fa dire ai figli d’Israele di chiedere ai vicini e ai compagni di tenda oggetti d’argento e d’oro e vesti, affinché spogliandone gli Egiziani disponessero del materiale adatto ad apprestare gli arredi indispensabili al culto divino. Con il bottino, infatti, che i figli d’Israele razziarono a quel popolo sono stati fabbricati tutti gli oggetti del Santo dei Santi: l’arca con il coperchio, i cherubini, il propiziatorio, il vaso d’oro in cui era la manna, il pane degli angeli, arredi, s’intende, eseguiti con l’oro degli Egiziani, il più raffinato. Con quello, invece, per così dire, di qualità inferiore sono stati apprestati, in prossimità del velo interno, il candelabro massiccio e le lampade che lo sormontano, l’aurea mensa su cui erano i pani della propiziazione, e, tra la mensa e il candelabro, l’altare dell’olocausto, anch’esso d’oro. Con il metallo medesimo, di terza, però, e quarta qualità, erano fatti i vasi sacri; altri utensili, ancora, con l’argento. I figli d’Israele, infatti, abitando in Egitto, hanno ricavato da questo soggiorno il vantaggio di avere a disposizione grande abbondanza di materiale prezioso per confezionare gli oggetti occorrenti al culto di Dio. Con le vesti degli Egiziani sono stati eseguiti gli addobbi per i quali fu necessario, come si esprime la Scrittura, un lavoro di cucitura, l’opera, cioè, di sarti, che, in virtù della saggezza loro ispirata da Dio, congiungessero le stoffe le une alle altre, per farne veli e cortine all’interno e all’esterno del Santo dei Santi.

3. Ma quale il fine di questa inopportuna digressione volta a dimostrare i vantaggi che i figli di Israele ricavarono dagli oggetti tolti agli Egiziani, da quel materiale che costoro non seppero usare debitamente e gli Ebrei, invece, in forza della saggezza ispirata loro da Dio, adibirono al culto del Signore? La Sacra Scrittura non ignora certo che per alcuni si è risolto in danno il trasmigrare dalla terra dei figli d’Israele in Egitto: velatamente ci fa intendere che è sventura il coabitare con gli Egiziani, il vivere, cioè, nel mezzo delle scienze profane dopo essere stati allevati nella legge del Signore e nel culto a lui tributato dagli Ebrei. Ader l’Idumeo, ad esempio, finché visse nella terra d’Israele senza gustare il sapore del pane egiziano, non fabbricava idoli. Quando, però, venne in Egitto fuggendo lontano dal saggio Salomone, quasi che aborrisse la sapienza di Dio, divenne affine del faraone, sposandone la sorella della moglie e generando un figlio che fu allevato con quelli del monarca. Se, poi, ritornò nella terra d’Israele, fu unicamente per operare uno scisma in seno al popolo di Dio e per fare sì che gli Ebrei dicessero a proposito del vitello d’oro: Questi sono, o Israele, i tuoi dèi che li hanno fatto uscire dalla terra d’Egitto. Ed io, avendolo imparato con l’esperienza, posso dirti che raramente è dato trovare persona che, dopo avere preso dall’Egitto ciò che è utile, abbandonato, poi, questo paese, abbia fabbricato gli arredi indispensabili alla religione. Numerosi, invece, sono i fratelli di Ader: coloro che movendo da una certa perizia delle dottrine greche generarono opinioni eretiche e fabbricarono, per così dire, vitelli d’oro in Betel, parola questa che vale casa di Dio. A me sembra, pertanto, che il Verbo voglia significare che essi aggiunsero invenzioni proprie alle Scritture nelle quali abita la parola del Signore e che figuratamente sono dette «Betel». Secondo il Verbo un altro idolo fu collocato a Dan, città agli estremi confini, come risulta da quanto è scritto nel libro di Gesù Nave. Pertanto, alcune delle invenzioni che i fratelli di Ader, come abbiamo detto, architettarono, confinano con le eresie dei pagani.

4. Tu, dunque, mio signore e figlio, attendi sopra ogni cosa alla lettura dei sacri testi, e con estrema cura. Quando, infatti, leggiamo i divini libri è necessario che ci applichiamo intensamente ad evitare di esprimerci con avventatezza e di concepire pensieri temerari nei loro riguardi. Nel dedicarti, poi, alla lettura dei sacri testi con fede e disposizione d’animo gradite al Signore, bussa a quanto in essi è racchiuso e ti aprirà il portiere di cui Gesù ha detto: A questi apre il guardiano. Ancora, applicandoti alla divina lettura indaga con rettitudine e fede incrollabile nel Signore il senso delle celesti Scritture nascosto ai più. Ma non ti basti di bussare, cercare. Per comprendere le cose sacre è indispensabile soprattutto la preghiera. Ad essa, appunto, esortandoci, il Salvatore non dice soltanto: Bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete, ma anche domandate e vi sarà dato.

Tanto ho osato per il paterno affetto che ho per te. Se la mia audacia sia giustificabile o meno, lo sa Dio e così Cristo, suo Figlio, e chi è partecipe dello Spirito di Dio e dello Spirito di Cristo. Possa tu anche esserne partecipe, e sempre più, affinché ti sia consentito dire non soltanto: «Siamo diventati partecipi di Cristo», ma anche: «Siamo diventati partecipi di Dio». (sottolineature mie)

Questa lettera attribuita all’anno 240 c.e., scritta dal grande Origene (mai accolto tra i padri della chiesa) a Gregorio in seguito vescovo di Cesarea e detto Thaumaturgus per i suoi doni spirituali, è stata conservata nella Philokalia, o raccolta di estratti delle opere di Origene redatta da Gregorio di Nissa e Basilio di Cesarea.

Tante sono le gemme in questo testo e vien da dire che, se la chiesa non avesse condannato alcune idee fondamentali di Origene[3], forse non sarebbe arrivata a questo triste punto di degradazione necrotica.

Nel primo paragrafo troviamo una definizione del rapporto tra conoscenza scientifica e sapere metafisico che avrebbe probabilmente destato l’entusiasmo di Blaise Pascal e che non si discosta dagli insegnamenti cabalistici.

Da tale definizione deriva necessariamente una prescrizione metodologica precisa, tristemente negletta soprattutto nel nostro sfortunato paese, ove la metafisica poco si studia e molto si inventa, metodo che invita ad un armonico studio delle scienze esatte (la Conoscenza) quale base per lo studio delle Scritture che porta alla Sapienza.

L’invito è ad accostarsi alla metafisica con lo stesso rigore metodologico utilizzato nello studio delle scienze fisiche, utilizzando il proprio discernimento per indagare senza remore i concetti tradizionali.

Nel secondo paragrafo tale metodo viene ulteriormente specificato attraverso la mirabile descrizione della cucitura, la difficile operazione opposta al sincretismo.

Con la cucitura si cerca il significato trascendente comune di tradizioni diverse in modo analitico e preciso e si rigetta ciò che non appartiene a quello che potremmo definire il tessuto originale della creazione.

Per un cabalista la cucitura è immediatamente associata al concetto di Yichud, (Unificazione), che rappresenta il fine principale dell’indagine spirituale.

Nel nostro esempio si dice che servono agli Ebrei le vesti degli Egiziani.

Esperti sarti, guidati da Hashem, adattarono le egizie “vesti” al Popolo.

In altre parole, il materiale sapienziale egizio dovette essere adattato alle peculiarità essoteriche del popolo ebraico pur mantenendo le parti essenziali e immutabili di origine superna.

Nel terzo paragrafo Origene mette in guardia dai pericoli insiti nell’applicazione del metodo deduttivo alle Scritture, anche qui in piena coerenza con la Kabbalah.

Binah, la sephira del ragionamento logico deduttivo è tributaria di Chokmah, la conoscenza intuitiva che deriva dai mondi superiori e non viceversa.

Nel quarto paragrafo il grande Origene fa riferimento alla fonte della vera conoscenza, cioè allo studio delle Scritture ed in particolare al significato nascosto di queste ultime, il Sod l’oggetto di ricerca proprio della Kabbalah.

Anche se la lettera risulta affascinante, lo scopo di questo scritto non è certo l’analisi dettagliata di questo testo stupendo cui, a D-o piacendo, andrà dedicato un autonomo documento.

Ma la grande intuizione di Origene ci consente di fondare la nostra ipotesi.

La sapienzialità egizia ancora ci sfugge in larghissima parte e se non fosse proprio per i lavori di Jan Assman e di pochi altri la situazione sarebbe ancora più fosca.

Ecco quindi la necessità, anche con le nostre povere forze, di cercare di divulgare almeno qualche aspetto di tale sapienzialità con il fine specifico di comprendere meglio le simbologie egizie che molti percorsi esoterici condividono.

Gli antichi Egizi sono stati pionieri in molti campi, dall’agricoltura all’astronomia, dalla matematica all’ingegneria.

In particolare, la decifrazione del sistema di scrittura geroglifica ci ha permesso di gettare uno sguardo sempre più penetrante su una delle civiltà più antiche del mondo.

Da questa indagine risulta che l’antico Egitto ha lasciato un’eredità di scritti sapienziali che continua a risuonare anche nella nostra epoca.

Chiamati Sebayit, questi testi offrono una finestra sui valori e sui principi culturali coltivati principalmente dalle classi superiori egiziane e dall’élite letterata. Questi scritti offrono una guida pratica per una vita virtuosa, sia nella sfera pubblica che in quella familiare.

La nascita della letteratura Sebayit viene comunemente attribuita al Medio Regno, anche per quanto attiene a testi che fanno espressamente riferimento all’Antico Regno come quello che esamineremo appresso.

Secondo la cronologia tradizionale (Manetone) il medio Regno sarebbe composto solo da due dinastie: la XI e la XII, ma modernamente si tende ad includere anche la XIII dinastia estendendo così la durata di tale periodo, che inizierebbe circa nel 2055 a.C., sino al 1650 a.C.

Il tema dominante del Medio Regno è la ricerca della riunificazione delle Due Terre dopo la disgregazione avvenuta alla morte del longevo Faraone Pepi II, ultimo sovrano dell’Antico Regno.

Il termine Sebayit  sm6.pngsbꜣyt scritto s-b-sbA-A-i-i-t oltre al determinativo per “libro”, “concetto astratto” se2.png si può tradurre come “insegnamento,” “istruzioni” e deriva dal verbo sbꜣ, seba (insegnare) sm3.png   normalmente scritto s-b-sbA oltre al determinativo per “sforzo”, “impegno”, “forza” .  sm4.png                                                   

Ma seba significa anche altro. Scritto   sm5.png s-b-A-sbA oltre al determinativo per “sole”, “luce”, “tempo”, si può tradurre con “stella”, “meteora”.

Infine, seba può significare “porta”, “passaggio” ed in questo caso si scriverà  sm7.png sm9.png s-b-sbA-A oltre al determinativo per “casa”, “edificio”.

Teniamo conto che seba, la stella a cinque punte come la stella di mare immagine uno, rappresenta uno dei simboli maggiormente rappresentativi della spiritualità egizia, tanto da essere stata usata anche quale elemento decorativo in architettura.

Malgrado tale rilevanza simbolica, in ebraico il termine porta non deriva dal termine egizio seba[4].

La parola ebraica שער shaar (porta) e le sue varianti compaiono circa 375 volte nella Bibbia, il che la rende uno dei termini più comuni in quel corpus.

Più comunemente, essa si riferisce a un’apertura nel muro che circonda una città, una cittadella o un tempio, che permetteva l’ingresso di persone.

In alcuni casi, la parola shaar è usata in modo più ampio per indicare qualsiasi tipo di insediamento in cui le persone vivevano.

In aramaico l’ebraico shaar si traduce anche con i termini t’ra e bava anch’essi estranei alla matrice egizia.

La parola ebraica shaar deriva chiaramente dalla radice trilitterale shin-ayin-resh. Un altro significato di questa radice trilitterale compare due volte nella Bibbia: “Isacco seminò in quella terra e trovò in quell’anno cento quantità (meah shearim)” (Gen. 26:12) e “Come hai valutato (shaar) nella tua anima, così è [nella realtà]” (Prov. 23:7). In questi due casi, shaar si riferisce all’atto di stimare o valutare la realtà, o più specificamente, di misurare la quantità prevista di qualcosa in senso quantitativo.

Assai diverso è il significato simbolico del termine seba.

Avrete notato negli esempi precedenti relativi a seba la ripetizione fonetica sbA rappresentata dalla stella immagine uno, anch’essa da leggersi seba, malgrado i geroglifici già utilizzati sm11.png    siano sufficienti a pronunziare correttamente i suoni necessari a formare la parola in questione.

Questo fenomeno è assai comune nella scrittura geroglifica e oltre che a rafforzare la verbalizzazione della parola, la ripetizione di sbA (la stella) con la sua origine celeste e divina forse rappresenta il legame simbolico tra i tre significati di seba sopra illustrati.

Nel cielo  brilla seba, la stella immagine uno, simbolo della conoscenza superna, della Chokmah, che mediante l’insegnamento porta l’individuo a superare le porte dell’ascensione e della purificazione, come riportato dai testi sapienziali risalenti alle epoche più lontane della civiltà egizia: Testi delle piramidi (Antico Regno), Testi dei sarcofagi (Medio Regno) e Libro dei morti (Nuovo Regno).

Ecco, quindi, la duplice valenza dei testi Sebayit sia nella vita di ogni giorno ma anche in preparazione al viaggio nel duat[5] (oltretomba) ed al superamento delle dodici porte della purificazione del defunto al fine di prevalere nel giudizio innanzi ad Osiride.

A confermare il significato simbolico speciale della stella a cinque punte, di seba si pensi che quest’ultima, pur priva di ogni valore fonetico, viene inserita anche nella grafia della parola duat ???? e nella versione iscritta in un cerchio ? a volte sostituisce completamente la scrittura estesa di tale termine.

Per quanto attiene alle caratteristiche peculiari dei testi Sebayit, essi utilizzano scenari vibranti mediante i quali evidenziano regole etiche e offrono consigli pratici per formare il proprio carattere.

Enfatizzando l’onestà nei rapporti commerciali e la preservazione della propria reputazione, nonché sostenendo il rispetto per le autorità, si sottolinea l’importanza di un linguaggio misurato e della correttezza nelle transazioni finanziarie.

Spesso proposti come un consiglio genitoriale da parte del padre al figlio, i testi Sebayit sovente attribuiscono le loro massime ad illustri funzionari egiziani.

Questo escamotage serviva a rafforzare l’autorità e la credibilità del testo, in particolare tra le classi superiori, alle quali tali insegnamenti erano rivolti.

Associando questa letteratura sapienziale a figure di grande reputazione, i consigli offerti acquistavano un peso maggiore, aumentando la probabilità di essere ascoltati e rispettati.

Analogamente a quanto avveniva in altri contesti culturali, l’obiettivo principale era la formazione del carattere dei giovani.

I saggi dell’epoca miravano a inculcare nei giovani un comportamento corretto sia nella sfera familiare che in quella pubblica, guidando gli individui verso il giusto modo di vivere.

La letteratura sapienziale egizia possiede quindi una spiccata attitudine didattica, con un’attenzione primaria per i giovani in fase di crescita.

È molto probabile che queste istruzioni venissero incorporate nei programmi scolastici, come mezzo per impartire le abilità di carattere, di alfabetizzazione e di scrittura.

Non è quindi così bizzarro suppore che anche Mosè abbia potuto profittare di tali insegnamenti nel corso della sua educazione quale principe d’Egitto al tempo del nuovo Regno e precisamente nella XIX dinastia, ove la maggior parte degli studiosi pone gli eventi narrati in Shemot (Esodo).

Vorrei quindi proporre in questa sede uno dei più famosi di tali testi ed apparentemente il più antico in quanto attribuito a Ptahhotep (Ptah è soddisfatto), visir del faraone Djedkara Isesi della V dinastia (ca. 3000-2500 a.C.) dell’Antico Regno.

“L’insegnamento di Ptahhotep” è ambientato alla corte del faraone e ci presenta il suo più alto funzionario (visir nella traduzione egittologica), un uomo di nome Ptahhotep, che chiede al re di poter andare in pensione.

Ptahhotep dipinge un quadro desolante della vecchiaia, evidentemente per convincere il suo re che il pensionamento è necessario e chiede di essere sostituito nella carica dal figlio quale “bastone della vecchiaia” mdw jAwj,[6] un termine che si trova anche in un documenti pubblici del tardo Medio Regno per indicare un figlio che assume la carica del padre, presumibilmente a condizione che continui a sostenere il padre stesso.

Per ragioni di brevità non posso qui trattare con la dovuta accuratezza il tipo di bastone rappresentato nell’espressione sopra riportata, il  mdw, o bastone con un’estremità arrotondata, ma basti sapere che le tipologie di bastoni utilizzate nella scrittura geroglifica sono numerose e tutte dotate di significati diversi[7].

Questa espressione mdw jAwj, la sintassi tipica del Medio Regno e la datazione al tardo Medio Regno delle due prime copie manoscritte superstiti, indicano una data di composizione risalente alla XII dinastia anche se non escludono l’utilizzo di materiali anteriori.

Il faraone acconsente alla richiesta di Ptahhotep, con l’osservazione che i giovani non possono nascere con la saggezza già infusa e che implicitamente hanno bisogno dell’esperienza data dall’età avanzata.

L’Insegnamento presenta quindi sia gli aspetti positivi che quelli negativi drammatizzati dell’invecchiare nell’antica società egizia.

Il testo qui proposto deriva da quello contenuto nel Papiro Prisse conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi e che deve il suo nome al suo scopritore Émile Prisse d’Avennes che lo rinvenne nella necropoli di Tebe-Ovest, “vicino alla tomba di Enintef, nella sezione chiamata Drag Abu-Naqqa” e lo pubblicò nel 1847.

Il papiro in scrittura ieratica, lungo oltre sette metri, contiene due testi: l’insegnamento per Kagemni, ma solo nella sua parte finale, e l’insegnamento di Ptahhotep, chiamato anche Massime di Ptahhotep.

Porgendo le mie scuse per la pessima traduzione, basata sul raffronto tra quella classica di Battiscombe G. Gunn e quella quasi letterale pubblicata dall’University College London[8], ecco il testo[9]:

“Il governatore della sua città, il visir Ptahhotep, disse: “O principe, mio signore, la fine della vita è vicina; la vecchiaia si abbatte su di me; arriva la debolezza e si rinnova l’infantilismo. Chi è vecchio giace ogni giorno nella miseria. Gli occhi sono piccoli, le orecchie sono sorde. L’energia è diminuita, il cuore non ha riposo. La bocca tace e non pronuncia alcuna parola; il cuore si ferma e non si ricorda di ieri. Le ossa sono dolorose in tutto il corpo; [10] il bene si trasforma in male. Ogni gusto se ne va. Queste cose fanno la vecchiaia dell’uomo, che è malvagio in tutto. Il naso si tappa ed egli non respira per debolezza (?), sia in piedi che seduto. “Ordina dunque a me, tuo servo, di cedere la mia autorità principesca [a mio figlio]. Che io gli dica le parole di coloro che hanno ascoltato i consigli degli uomini di un tempo, di coloro che hanno ascoltato gli dèi. Ti prego, fa’ che questo avvenga, affinché il peccato sia bandito dalle persone intelligenti e tu possa illuminare le terre”, disse la Maestà di questo Dio: “Istruiscilo, dunque, con le parole di un tempo; possa essere una meraviglia per i figli dei principi, affinché entrino e ascoltino con lui. Raddrizza tutti i loro cuori e parla con lui senza stancarti”.

Qui iniziano i precetti della parola perfetta, pronunciati dal Capo ereditario, il Santo Padre, amato da Dio, il figlio maggiore del Re, del suo corpo, il governatore della sua città, il Visir, Ptahhotep, quando istruisce gli ignoranti sulla conoscenza nell’esattezza del parlare corretto; la gloria di chi obbedisce, la vergogna di chi li trasgredisce. Disse a suo figlio:

1. Non essere orgoglioso perché sei dotto, ma parla con l’ignorante come con il saggio. Perché non c’è limite all’abilità, né c’è artigiano che possieda tutti i vantaggi. Le parole perfette sono più ricercate della malachite (o dello smeraldo, letteralmente “pietra verde”), ma si trovano tra le donne alla macina.

2. Se trovi un interlocutore che parla, uno che è ben disposto e più saggio di te, lascia cadere le braccia, piega la schiena, non arrabbiarti con lui se non è d’accordo con te. Astieniti dal parlare male, non opporti a lui quando parla. Se si rivolge a te come a uno che non conosce la questione, la tua umiltà eliminerà le sue contestazioni.

3. Se trovi un interlocutore che parla, un tuo pari, uno che è alla tua portata, non tacere quando dice qualcosa di male; così sarai più saggio di lui. Grande sarà l’applauso da parte degli ascoltatori e il tuo nome sarà valorizzato agli occhi dei principi.

4. Se trovi un interlocutore che parla, un povero, cioè uno che non è tuo pari, non disprezzarlo perché è umile. Lascialo stare; allora si confonderà da solo. Non interrogarlo per compiacere il tuo cuore e non riversare la tua ira su colui che ti sta davanti; è vergognoso confondere una mente meschina. Se ti viene voglia di fare ciò che hai nel cuore, superalo come una cosa invisa ai potenti.

5. Se sei un capo, cioè uno che dirige la condotta di molti, sforzati di essere sempre benevolo, affinché la tua stessa condotta sia priva di difetti. Grande è Maat, che stabilisce una retta via; non è mai stata rovesciata dai tempi del regno di Osiride. Chi oltrepassa le leggi sarà punito. La tracotanza è dell’uomo bramoso; ma le degradazioni (?) portano via le sue ricchezze, perché la stagione delle sue malefatte non cessa. Infatti, egli dice: “Otterrò con le mie forze e per me stesso”, e non dice: “Otterrò perché mi è concesso”. Ma i limiti della giustizia sono saldi (la giustizia dura nel tempo); è ciò che un uomo eredita da suo padre.

6. Non causate paura tra le persone perché Dio punisce con lo stesso metodo. Chiunque dica “posso vivere di questo” non avrà il pane sufficiente a causa della sua affermazione. Chiunque dica “posso essere potente” dovrà dire “mi danneggerò da solo con la mia astuzia”. Chiunque dica che colpirà un altro, finirà con l’essere dato a uno straniero (andrà in rovina). È un altro che ottiene dando a chi non ha; non è lui che incute timore agli uomini. Perché accade che ciò che Dio ha comandato, si avvera. Vivete dunque nella casa della gentilezza, e gli uomini verranno a portare doni spontaneamente.

7. Se sei tra gli ospiti di un uomo più grande di te, accetta quello che ti dà, mettendolo sulle tue labbra. Se guardi colui che è davanti a te (il tuo ospite), non trafiggerlo con molti sguardi. È ripugnante per l’anima fissarlo. Non parlare finché non ti rivolge la parola; non si sa cosa può essere male nella sua opinione. Parla quando ti interroga; così il tuo discorso sarà buono secondo lui. Il nobile che siede davanti al cibo lo divide come lo muove la sua anima; dà a chi vuole favorire – è l’usanza del pasto serale. È la sua anima che guida la sua mano. È il nobile che dona, non il subalterno che ottiene. Così il mangiare il pane è sotto la provvidenza di Dio; solo uno sciocco se ne lamenta.

8. Se sei un emissario inviato da un nobile a un altro, sii preciso come colui che ti ha mandato, dai il suo messaggio così come l’ha detto. Guardati dal creare inimicizia con le tue parole, mettendo un nobile contro l’altro, travisando la verità. Non eccedere, non ripetere ciò che un uomo, sia esso principe o contadino, dice aprendo il cuore; è ripugnante per l’anima.

9. Se hai arato, raccogli il tuo raccolto nel campo e Dio lo renderà grande sotto la tua mano. Non riempirti la bocca alla mensa dei tuoi vicini… Se un uomo astuto è possessore di ricchezze, ruba come un coccodrillo ai sacerdoti.

Non sia invidioso l’uomo che non ha figli; non sia abbattuto né litigioso per questo. Perché un padre, anche se grande, può essere addolorato; quanto alla madre di figli, ha meno pace di un’altra. È l’uomo solitario che il dio promuove, mentre il signore di un clan si può trovare ad implorare di essere seguito.

10. Se sei umile, servi un uomo saggio, affinché tutte le tue azioni siano buone davanti a Dio. Se hai conosciuto un uomo di poco conto che è stato elevato di grado, non essere altezzoso nei suoi confronti per quello che sai di lui, ma onora colui che è stato elevato di grado, secondo quello che è diventato. Ecco, le ricchezze non vengono da sole; è la loro regola per chi le desidera. Se si impegna a raccoglierle da solo, Dio lo renderà prospero; ma lo punirà se è pigro.

11. Segui il tuo cuore durante la tua vita; non fare più di quanto ti è stato ordinato. Non diminuire il tempo in cui segui il cuore; l’anima non sopporta che le venga tolto il tempo in cui si sente a suo agio. Non accorciare il giorno più di quanto sia necessario per mantenere la tua casa. Quando si ottengono ricchezze, seguite il cuore; perché le ricchezze non servono a nulla se uno è stanco.

12. Se vuoi essere un uomo saggio, genera un figlio per piacere a Dio. Se egli segue il tuo esempio, se organizza i tuoi affari con ordine, fagli tutto ciò che è buono, perché è tuo figlio, generato dalla tua stessa anima. Non allontanare il tuo cuore da lui, o il tuo stesso figlio ti maledirà. Se è incurante e trasgredisce le tue regole di condotta ed è violento; se ogni parola che esce dalla sua bocca è una parola vile, allora battilo, affinché il suo parlare sia adeguato. Tienilo lontano da coloro che filosofeggiano su ciò che è comandato, perché sono loro che lo rendono ribelle. Chi è guidato non si smarrisce, ma chi perde l’orientamento non trova la retta via.

13. Se ti trovi nella sala del consiglio, agisci sempre secondo i passi che ti sono stati imposti all’inizio della giornata. Non assentarti, o sarai espulso; ma sii pronto a entrare e a fare rapporto. Ampio è il seggio di chi ha fatto un discorso. La sala del consiglio agisce secondo regole ferree e tutti i suoi piani sono conformi al metodo. È Dio che fa sedere uno al suo posto; non è così per chi sgomita.

14. Se sei in mezzo alla gente, fai dell’amore il principio e il fine del tuo cuore. Chi non conosce la sua strada dirà in sé stesso (vedendoti): “Colui che si ordina correttamente diventa proprietario di ricchezze; copierò la sua condotta”. Il tuo nome sarà buono, anche se non parli; il tuo corpo sarà nutrito; il tuo volto sarà ben noto ai tuoi vicini; ti sarà dato ciò che ti manca. Quanto all’uomo il cui cuore obbedisce al suo ventre, egli provoca disgusto al posto dell’amore. Il suo cuore è miserabile (?), il suo corpo è volgare (?), è insolente verso coloro che sono dotati di Dio. Chi obbedisce al proprio ventre ha un nemico in sé stesso.

15. Riferisci le tue azioni senza nasconderti; scopri la tua condotta quando sei in consiglio con il tuo signore. Non è un male per l’inviato che il principe non risponda al suo resoconto: “Sì, lo so”, perché ciò che egli sa non include [questo]. Se egli (il principe) pensa che si opporrà a lui per questo motivo, [pensa] che “tacerà perché ho parlato.”

16. Se sei un capo, fai in modo che le regole che hai prescritto siano eseguite; e fai tutto come uno che si ricorda dei giorni che verranno, quando la parola non servirà più. Non essere prodigo di favori; ciò porta al servilismo e alla pigrizia.

17. Se sei un capo, sii benevolo quando ascolti il discorso di un supplicante. Non esitare a lasciargli dire ciò che ha pensato di dirti, ma sii anche desideroso di eliminare il suo danno. Lascia che parli liberamente, affinché la cosa per cui è venuto da te sia fatta. Se esita ad aprire il suo cuore, si dice: “È forse perché egli (il giudice) commette il torto che non gli viene rivolta alcuna supplica al riguardo da parte di coloro ai quali è accaduto?”. Ma un cuore ben educato ascolta prontamente.

18. Se desideri mantenere l’amicizia in qualsiasi luogo in cui ti trovi, sia come padrone, sia come fratello, sia come amico, ovunque tu vada, guardati dal frequentare le donne. Non c’è luogo in cui ciò avvenga. Né è prudente prendervi parte; migliaia di uomini sono stati rovinati per il piacere di un tempo breve come un sogno. Si arriva persino alla morte; è una cosa miserabile. Per quanto riguarda il fegato malvagio (il desiderio illecito), lo si abbandona per ciò che fa, lo si evita. Se i suoi desideri non sono appagati, non si cura di nessuna legge.

19. Se desideri che le tue azioni siano buone, preservati da ogni malizia e guardati dalla qualità della cupidigia, che è una grave malattia interiore. Non sia mai che tu ci cada. Essa mette in disaccordo i suoceri e i parenti della nuora; mette in crisi la moglie e il marito. L’uomo giusto prospera; la verità va sui suoi passi e vi costruisce la sua dimora, non la dimora della cupidigia.

20. Non essere avido nel fare le parti, nel prendere ciò che non è tuo. Non siate bramosi di porzioni di ciò che non è di vostra proprietà. Non essere bramoso nei confronti dei tuoi vicini, perché per un uomo gentile la lode vale più della forza. Colui che è bramoso esce a mani vuote dai suoi vicini, essendo privo della persuasione della parola. Si ha rimorso anche per un po’ di cupidigia, quando il ventre si raffredda.

21. Se vuoi essere saggio, provvedi alla tua casa e ama la tua sposa che è nelle tue braccia. Riempi il suo stomaco, vesti la sua schiena; l’olio è il rimedio per le sue membra. Rallegra il suo cuore durante la tua vita, perché ella è un patrimonio vantaggioso per il suo signore. Non essere duro, perché la dolcezza la domina più della forza. Datele (?) ciò per cui sospira e ciò verso cui i suoi occhi guardano; così la terrete in casa vostra….

22. Soddisfa i tuoi servi con le cose che hai: è il dovere di chi è stato favorito da Dio. In realtà, è difficile soddisfare i servi assunti. Perché uno dice: “È una persona prodiga; non si sa cosa può venire [da lui]”. Ma l’indomani si dice: “È una persona precisa (parsimoniosa), che si accontenta”. E quando i servi hanno ricevuto dei favori, dicono: “Andiamo”. La pace non abita in quella città dove abitano servi miserabili.

23. Non ripetere discorsi calunniosi e non ascoltarli, perché sono discorsi di un corpo riscaldato dall’ira. Quando ti viene ripetuto un discorso del genere, non ascoltarlo, guarda a terra. Non parlarne, affinché colui che è davanti a te conosca la saggezza. Se ti viene ordinato di fare un furto, fai in modo che l’ordine ti venga tolto, perché è una cosa odiosa secondo la legge. Ciò che distrugge una visione è il velo che la ricopre.

24. Se vuoi essere un uomo saggio e uno che siede in consiglio con il suo signore, applica il tuo cuore alla perfezione. Il silenzio ti è più utile dell’abbondanza di parole. Considera come potresti essere contrastato da un esperto che parla in consiglio. È una cosa sciocca parlare di ogni tipo di lavoro, perché chi contesta le tue parole le metterà alla prova.

25. Se sei potente, fatti onorare per la conoscenza e la mitezza.  Parla con autorità, cioè non come se seguissi degli ordini, perché chi è umile (quando è in posizione elevata) cade in errore.  Non abbiate il cuore troppo alto, o sarà abbattuto. Non tacete se vi fa inciampare. Quando rispondete al discorso di un uomo focoso, distanziate la vostra vista, frenatevi. Chi fa i conti tutto il giorno non passa un momento felice. Chi si rallegra il cuore tutto il giorno non provvede alla sua casa. L’arciere centra il bersaglio, come il timoniere raggiunge la terra, grazie alla diversità di mira.  Chi obbedisce al suo cuore comanda.

26. Non ostacolate un principe quando è occupato, né opprimete il cuore di chi è già carico. Perché sarà ostile a chi lo ritarda, ma metterà a nudo il suo ka a chi lo ama. La disposizione delle anime spetta a Dio e ciò che Egli ama è la sua creazione. Non partire, dunque, dopo un litigio violento; sii in pace con chi ti è ostile, il tuo avversario. Sono queste anime che fanno crescere l’amore.

27. Istruisci un nobile nelle cose che gli sono utili; fai in modo che sia accolto tra gli uomini. Fa in modo che la sua soddisfazione ricada sul suo padrone, perché il tuo sostentamento dipende dalla sua volontà. Per questo motivo il tuo ventre sarà saziato; la tua schiena ne sarà rivestita. Lascia che accolga il tuo cuore, affinché la tua casa fiorisca e il tuo onore, se vuoi che fiorisca, ne tragga beneficio. Ti tenderà una mano gentile. Inoltre, impianterà l’amore per te nei corpi dei tuoi amici. Infatti, è un’anima che ama ascoltare.

28. Se sei figlio di un uomo del sacerdozio e sei un inviato per conciliare la moltitudine, parla senza favorire una parte. Non si dica: “La sua condotta è quella dei nobili, che favoriscono una parte nel loro discorso”. Rivolgete il vostro obiettivo verso giudizi esatti.

29. Se sei stato benevolo in passato, se hai perdonato a un uomo per guidarlo nel giusto modo, evitalo, non ricordargli dopo il primo giorno che è rimasto zitto [sull’argomento].

30. Se sei grande, dopo essere stato di nessun conto, e hai ottenuto ricchezze dopo lo squallore, essendo il primo in città, e hai conoscenze su cose utili, tanto che ti è arrivata una promozione, non ti crogiolare nel tuo tesoro, perché sei diventato l’amministratore delle dotazioni del Dio. Non sei l’ultimo; un altro sarà tuo pari e a lui spetterà la stessa sorte.

31. Piega le spalle al tuo capo, al tuo sorvegliante nel palazzo del re, perché la tua casa dipende dalla sua ricchezza e il tuo salario dalla sua stagione. Quanto è stolto chi litiga con il suo capo, perché si vive solo finché si è aggraziati…. Non saccheggiare le case dei vicini, non rubare le cose di un amico, per evitare che ti accusi in udienza, cosa che allontana il cuore. Se lo sapesse, ti farebbe del male. Litigare al posto dell’amicizia è una cosa sciocca.

32. Non fate sesso con una donna bambina perché sai che ciò che è proibito diventerà una necessità nel suo cuore e non si calmerà ciò che è nel suo ventre. Che ella (?) non passi la notte a fare ciò che è proibito perché si calmi dopo avere annullato il suo desiderio.

33. Se volete scoprire la natura di un amico, non chiedetelo a nessun compagno, ma passate un po’ di tempo con lui da soli, per non danneggiare i suoi affari. Discuti con lui dopo una stagione; metti alla prova il suo cuore in un’occasione di conversazione. Quando ti ha raccontato la sua vita passata, ti ha dato l’opportunità di vergognarti per lui o di avere familiarità con lui. Non essere riservato con lui quando apre un discorso e non rispondergli in modo sprezzante. Non allontanarti da lui e non interrompere colui la cui questione non è ancora conclusa e che è possibile avvantaggiare.

34. Il tuo volto sia luminoso per tutto il tempo che vivrai. Ciò che entra nel magazzino deve uscirne; e il pane deve essere condiviso. Chi è avido di divertimenti avrà lui stesso il ventre vuoto; chi è causa di litigi, andrà incontro a dispiaceri. Non prendere uno di questi come compagno. Sono le azioni gentili di un uomo che vengono ricordate di lui negli anni successivi alla sua vita.

35. Conosci bene i tuoi mercanti perché, quando i tuoi affari vanno male, la tua buona reputazione tra i tuoi amici è un canale (?) che si riempie. È più importante delle dignità di un uomo; e la ricchezza di uno passa a un altro. La buona reputazione del figlio di un uomo è una gloria per lui; e un buon carattere è un ricordo.

36. Correggersi principalmente; istruire in modo conforme. Il vizio deve essere eliminato, affinché la virtù rimanga. E questo non è un problema di disgrazia, perché chi è un perdigiorno diventa un creatore di conflitti.

37. Se sposate una ragazza di buon umore, una donna gioiosa conosciuta nella sua città, se è ribelle e si diverte nel momento, non respingetela, ma lasciatela godere; l’allegria è ciò che contraddistingue le acque calme.

Se obbedisci a queste cose che ti ho detto, tutto il tuo comportamento sarà dei migliori; perché, in verità, la qualità della verità è tra le loro eccellenze. Fissane il ricordo nella bocca del popolo, perché i loro proverbi sono buoni. E le parole che sono state scritte qui non scompariranno mai da questo paese, ma diventeranno un modello per far parlare bene i principi. Esse (le mie parole) istruiranno un uomo; come dovrà parlare, dopo averle ascoltate; sì, diventerà come uno abile nell’obbedire, eccellente nel parlare, dopo averle ascoltate. Gli capiterà una buona sorte, perché sarà del più alto rango. Sarà benevolo fino alla fine della sua vita; sarà sempre contento. La sua conoscenza lo guiderà (?) in un luogo sicuro, dove prospererà mentre è sulla terra. Lo studioso sarà soddisfatto della sua conoscenza. Quanto al principe, a sua volta, il suo cuore sarà felice, la sua lingua sarà retta. E [in questi proverbi] le sue labbra parleranno, i suoi occhi vedranno e le sue orecchie ascolteranno ciò che è utile per il figlio, affinché si comporti con giustizia, senza inganno.

38. È una cosa splendida l’obbedienza di un figlio docile; egli entra e ascolta con obbedienza. Eccellente nell’udire, eccellente nel parlare, è ogni uomo che obbedisce a ciò che è nobile; e la docilità di un obbediente è una cosa nobile. L’obbedienza è migliore di tutte le cose che esistono; essa crea buona volontà. Quanto è buono che un figlio prenda da suo padre ciò con cui ha raggiunto la vecchiaia (obbedienza).

Ciò che Dio desidera è l’obbedienza; la disobbedienza è aborrita da Dio. In verità, è il cuore che fa sì che il suo padrone obbedisca o disobbedisca; perché la vita sicura e sana di un uomo è il suo cuore.

È l’uomo docile che obbedisce a ciò che gli viene detto; chi ama obbedire, esegue i comandi. Chi obbedisce a sua volta sarà obbedito. È davvero bello quando un figlio dà ascolto a suo padre; e colui (suo padre) che ha parlato ne trae grande gioia. Un tale figlio sarà mite come un maestro e chi lo ascolta obbedirà a colui che ha parlato. Sarà bello di corpo e onorato da suo padre. Il suo ricordo sarà sulla bocca dei vivi, quelli sulla terra, finché esisteranno.

39. Il figlio accolga la parola di suo padre, senza ignorare alcuna sua regola. Istruisci tuo figlio, perché l’uomo obbediente è quello che è perfetto secondo i principi. Se egli dirige la sua bocca in base a ciò che gli è stato detto, vigile e obbediente, tuo figlio sarà saggio e il suo cammino sarà piacevole. L’imprudenza porta all’indomani alla disobbedienza, ma l’intelligenza lo consoliderà. Quanto allo stolto, sarà schiacciato.

40. Lo stolto, che non sa obbedire, non combina nulla. Considera la conoscenza come l’ignoranza, le cose utili come cose dannose. Commette ogni sorta di errore, tanto da essere rimproverato ogni giorno. Vive nella morte; è il suo cibo. Si meraviglia delle chiacchiere, come della saggezza dei principi, vivendo ogni giorno nella morte. È evitato a causa delle sue disgrazie, a causa della moltitudine di afflizioni che lo colpiscono ogni giorno.

41. Un figlio che ascolta ripercorre i passi di Horus: con l’ascolto diventa buono, invecchia, raggiunge l’onore e la rispettabilità. Ripete allo stesso modo ai suoi figli e alle sue figlie, rinnovando così l’istruzione del padre. Ognuno istruisce come ha fatto il suo capostipite, ripetendo ai suoi figli. Che essi parlino ai loro figli e alle loro figlie, affinché siano famosi nelle loro azioni. Che ciò che dici implichi cose vere e giuste nella vita dei tuoi figli. Allora arriverà la massima autorità e i peccati si allontaneranno da loro. E gli uomini che vedranno queste cose diranno: “Certamente quell’uomo ha parlato a fin di bene”, e faranno lo stesso; oppure: “Ma certamente quell’uomo era esperto”. E tutti dichiareranno: “Sono loro che dirigono la moltitudine; le dignità non sono complete senza di loro”. non togliere nessuna parola, né aggiungerne una; non metterne una al posto di un’altra. Attento a non aprirti…in te stesso; diffida dei discorsi quando un uomo dotto ti ascolta; desidera di essere consolidato per il bene sulla bocca di coloro che ti ascoltano parlare. Se sei entrato come esperto, parla con labbra esatte (?), affinché la tua condotta sia corretta.

42. Il tuo cuore sia traboccante, ma trattieni la tua bocca. La tua condotta sia corretta tra i nobili e corretta davanti al tuo signore, facendo ciò che egli ha ordinato. Un tale figlio parlerà a coloro che lo ascoltano; inoltre, il suo genitore sarà favorito. Applica il tuo cuore quando parli a dire cose tali che i nobili che ti ascoltano dichiarino: “Quanto è eccellente ciò che esce dalla sua bocca!”.

43. Esegui il volere del tuo signore nei tuoi confronti. Quanto è buono l’insegnamento del padre di un uomo, perché viene da lui, che ha parlato del figlio quando non era ancora nato; e ciò che viene fatto per lui (il figlio) è più di ciò che gli viene ordinato. Infatti, un buon figlio è un dono di Dio; fa più di quanto gli è stato ordinato, fa bene e mette il cuore in tutte le sue azioni.

Se ora raggiungi la mia posizione, il tuo corpo fiorirà, il Re sarà contento di tutto ciò che farai e raccoglierai anni di vita non meno di quelli che ho passato sulla terra. Ho accumulato anche centodieci anni di vita, perché il Re mi ha concesso più favori che ai miei antenati; questo perché ho lavorato per il Re in verità e giustizia fino alla mia vecchiaia.”

CONCLUSIONI

Senza voler arrivare alle posizioni forse estreme di Martin Bernal, non si può negare che la sapienzialità egizia, ricca di migliaia di anni di storia abbia costituito uno dei pilastri fondanti di numerose tradizioni includendo quella ermetica e quella giudaico cristiana.

Oltre al meraviglioso racconto biblico dell’Esodo che vede come protagonista Mosè, un principe d’Egitto, si pensi alle opere di Athanasius Kircher, uno dei tanti intelletti geniali che cercarono di attingere nuovamente alle acque sacre del Nilo.

Ora che il lavoro infaticabile degli Egittologi ci ha permesso di poter esaminare con maggiore precisione molti aspetti di quella grande civiltà, sembra opportuno rivedere ciò che sappiamo e delineare ciò che rimane ancora oscuro.

Magari anche ricuperando testi poco noti al grande pubblico, ma non di meno preziosissimi in questo nuovo sforzo ermeneutico.

Molti di questi testi meritano di essere maggiormente conosciuti ed utilizzati in vari percorsi esoterici, con particolare riferimento a quelli che traggano ispirazione, diretta ovvero indiretta, dalla sapienzialità egizia in generale e al ciclo di Osiride in particolare.

Questo sembra essere il contenuto autentico del termine tradizione, tanto spesso invocato, ma altrettanto di sovente riempito di scarsi contenuti, se non di errori marchiani.

Tradizione non significa venerare le opinioni di alcuni esoteristi appartenenti ai turbolenti tempi intercorsi approssimativamente dalla Rivoluzione francese alla Prima guerra mondiale, per quanto detti capi scuola ci appaiano grandi e rispettabili.

Tradizione, inoltre, non significa elevare le proprie opinioni e i propri ragionamenti a patrimonio dell’umanità.

Tradizione, infine, non può essere il restare nel proprio angolo di esoteristi/occultisti/spiritualisti rimestando continuamente le stesse acque ormai in larga parte stagnanti.

Vorrei fare un esempio pratico utilizzando proprio l’opera di Athanasius Kircher, proprio per la sua importanza nell’ermetismo antico e moderno.

Kircher viene comunemente considerato il padre dell’egittologia per la sua incredibile intuizione relativa alla stretta relazione tra antica lingua egizia e copto.

Detto ciò, le sue opere sono anche infarcite di opinioni fantasiose totalmente prive di fondamento.

Perché possiamo serenamente fare tale affermazione che certo non sminuisce l’importanza di Kircher? Perché abbiamo a disposizione strumenti che a lui mancavano e ciò è avvenuto anche grazie alla sue opere.

L’insegnamento tradizionale deve essere costantemente raffrontato alle risultanze della ricerca scientifica per distinguere ciò che fa parte del giusto sentiero e ciò che, invece, rappresenta un ostacolo attribuibile alle umane deficienze.

Solo così, in un mondo come il nostro nel quale la controiniziazione è stata capace con l’apporto dei fessi neopositivisti di convincere le moltitudini che lo Spirito non esista e che chi creda in Esso sia nella migliore delle ipotesi un illuso e nella peggiore un pericoloso bigotto da combattersi con ogni mezzo, potremo coltivare la speranza di poterci confrontare con dignità e senza guadagnarci la nomea di terrapiattisti.

La ricerca metafisica deve appoggiare su basi solide provenienti dalla tradizione, ma ha anche il dovere di aggiornare metodi e simbologie mediante l’irrispettoso rispetto della tradizione stessa.

Ecco perché il riscontro dei testi originali deve necessariamente far parte di tale aggiornamento al fine di meglio comprendere i presupposti dei percorsi tradizionali e correggere eventuali inesattezze tralatizie.

Con ciò speriamo di preservare le nostre immutabili verità spirituali proprio quando si apre la sfida dell’intelligenza artificiale che sicuramente ci metterà a dura prova.

Shabbat Menkaura

 

 

[1] L’importanza di questo incontro è difficilmente descrivibile senza ricorrere ad iperboli e parallelismi arditi.

Ma paragonarlo ad un impossibile dialogo tra San Agostino e San Tommaso non sarebbe così fuori luogo per la rilevanza che i due partecipanti ebbero per il mondo islamico e non solo. Farebbe piacere potervi indirizzare a qualche pubblicazione nella nostra lingua che abbia analizzato questo evento eccezionale, ma a mia conoscenza tale pubblicazione semplicemente non esiste e anche quelle in lingua inglese sono pochissime. Ovviamente per i conoscitori della lingua araba le cose sono assai diverse. Un altro bell’esempio di provincialismo culturale dell’occidente moderno.

[2] Non stupiscano i riferimenti ad autori così lontani dal nostro tempo. Come ho già affermato le radici antiche della sapienzialità occidentale vengono filtrate nei percorsi spirituali da visioni amatoriali ottocentesche, o al meglio dei primi decenni del Novecento senza tenere conto degli studi anche contemporanei ai capi scuola dell’epoca. Ovviamente sarebbe opportuno tener conto anche delle ricerche più recenti, ma almeno iniziare dai grandi classici risulterà certamente utile. Ovviamente anche l’accademia, almeno in Italia, è spesso cieca e sorda a quanto le accade intorno se le nuove idee non provengano da ambienti certificati come legittimi e su questo ha pesato molto anche l’ipoteca ideologica marxista, che non solo ha discriminato sul piano sopra menzionato, ma anche all’interno delle mura accademiche ha attivamente perseguitato chiunque non aderisse alle loro buffe teorie settarie.

A questo proposito vorrei condividere un’esperienza personale. Quando mi occupavo di storia del diritto ebbi l’occasione, per me fantastica, di spendere alcune giornate con il grandissimo latinista di Uppsala Jan-Olof Tjäder e durante le nostre conversazioni gli comunicai il mio giovanile entusiasmo per le tesi espresse da Georges Dumézil riguardo alla possibile applicazione della funzionalità tripartita di origine indoeuropea ad alcuni istituti di diritto romano, quali la compravendita, il matrimonio e il testamento. Anche il famoso studioso svedese supportava l’ipotesi dell’esistenza della tripartizione funzionale a Roma. Quando però raccontai al mio direttore di istituto (uno dei migliori esperti di diritto romano al mondo e sicuramente non un marxista) quanto mi era accaduto, egli rifiutò in toto quella teoria, in quanto Dumézil non apparteneva allo specifico settore giuridico (e neppure Tjäder).

[3] Una per tutte, la reincarnazione delle anime.

[4] Vorrei solo puntualizzare l’allergia tutta ebraica verso i popoli adoratori del sole, della luna e delle stelle, come bene risulta nei termini utilizzati in Genesi 1-16 e non solo quello, visto che la creazione della luce e il trascorrere delle giornate era già avvenuto già tre volte prima della creazione del sole e della luna. D’altronde il testo biblico è esplicito sulla mera funzione di “orologi” delle due luminarie.

[5] Più innanzi accenneremo alla “confessione negativa” che il defunto doveva pronunziare innanzi al tribunale di Osiride. La confessione conteneva un elenco di quarantadue peccati che l’anima del defunto poteva dire onestamente di non aver mai commesso. La lista più famosa proviene dal Papiro di Ani, un testo del Libro dei Morti egizio, preparato per il sacerdote Ani di Tebe (1250 a.C. circa) e incluso nel corredo della sua tomba. Include alcuni capitoli del Libro dei Morti, ma non tutti. Queste omissioni non sono dovute a un errore, né a sezioni del manoscritto andate perdute, ma sono il risultato della pratica comune di creare un testo funerario appositamente per l’uso di una certa persona nell’aldilà. A parte la rilevanza intrinseca di tale pratica per la cultura egizia, molti studiosi si sono confrontati sull’eventuale relazione tra tale confessione ed i Dieci Comandamenti biblici. In altre parole, del collegamento tra fondamenti dell’etica giudaico-cristiana e la sapienzialità egizia.

[6]  Ad essere precisi sembra che mdw jAwj potesse rappresentare un titolo amministrativo dal Medio Regno fino alla XVIII dinastia. Questo titolo è un’espressione che descrive un figlio che ha ereditato la posizione del padre, grazie alla promozione da parte del faraone o di un altro burocrate, anche se il padre “ha mantenuto la sua autorità” o il suo status sociale tra i suoi pari. Il titolo può essere attribuito a qualcuno che sostiene e si prende cura dei funzionari d’élite più anziani mentre svolgono i loro nuovi compiti amministrativi. La prima attestazione dell’espressione “bastone della vecchiaia” proviene proprio dalle Istruzioni di Ptahhotep

[7] Il bastone mdw ha sicuramente a che fare con il concetto di potere, alcuni lo traducono con il termine pilastro/colonna con particolare riferimento ai quattro bastoni che sostengono i baldacchini usati dal re durante l’HebSed (Giubileo), come appare in una raffigurazione della XII dinastia di Senuseret III alla sua Festa Sed. Raramente in mano agli dèi, sembra maggiormente legato al potere temporale, mentre i ben più famosi scettri   wAs  e Dam  sono forse tra le raffigurazioni di bastoni più note e studiate dell’antico Egitto. In particolare, wAs, potenza, nella sua frequente associazione con altri due celebri simboli  Ankh vita e  Djed stabilità, rappresenta un potere legato a quello degli dèi più che a quello temporale.

Esistono diverse altre tipologie di bastoni/scettri come il famoso  HqAt il pastorale a doppia curvatura raffigurato in braccio al faraone, da non confondersi con il pastorale dritto     o   chiamato awt .

[8] Particolarmente utile sia per l’aderenza al testo originario che per la presenza della traslitterazione di quest’ultimo cosa che consente di controllare passi particolarmente difficili.

[9] Esistono a dire il vero pochissime traduzioni integrali nella nostra lingua di questo documento e non a caso.

Gli antichi Egizi non pensavano e non utilizzavano il linguaggio in maniera immediatamente traducibile nella nostra lingua e in generale nelle principali lingue moderne, per cui si devono spesso utilizzare perifrasi che rendano intelleggibile il significato. Esiste un termine però che deve essere preventivamente spiegato ai fini di una corretta comprensione. Questo termine è la parola cuore che generalmente fa pensare ai sentimenti, agli affetti.

Per gli Egizi il cervello non possedeva particolari funzioni mentre il cuore , jb o ib, era considerato di gran lunga l’organo più importante del corpo umano, anche a livello spirituale.

Il cuore anatomico era chiamato haty, la parola ib si riferisce al cuore come entità metafisica che incarna non solo il pensiero, l’intelligenza, la memoria e la saggezza, ma anche il coraggio, la tristezza e l’amore. È il cuore nella sua accezione di ib che viene pesato nella famosa scena del giudizio raffigurata nel papiro di Ani e altrove. Dopo che il defunto aveva enumerato i molti peccati che non aveva commesso (la cosiddetta confessione negativa di cui sopra), il cuore veniva pesato assieme alla piuma di Maat. Seguire il proprio cuore, quindi, non è traducibile con seguire il proprio istinto tantomeno i propri sentimenti, ma seguire il risultato di un procedimento ove TUTTI questi fattori vengono coinvolti, non diversamente da quanto accade con l’albero cabalistico. Seguire il cuore vuol dire, in questa accezione, migliorarsi incessabilmente e non farsi sviare dalle altrui parole.

Come abbiamo detto il cuore era la chiave per l’aldilà assieme alle altre parti dell’anima/spirito dell’essere umano e precisamente Khet o corpo fisico, Sah o corpo spirituale, Ren o nome, identità, Ba o personalità, Ka doppio o essenza vitale, Shuyet o ombra, Sekhem o potere, forma.

Collettivamente, queste componenti spirituali di una persona morta erano chiamate Akh, dopo che il defunto avesse completato con successo il suo passaggio nell’aldilà.

[10] Bello il raffronto con Qoelet 12-3 e ss. “quando tremeranno i custodi della casa [braccia] e si curveranno gli uomini possenti [gambe] e cesseranno di lavorare le donne che macinano [denti], perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre [occhi] e si chiuderanno i battenti sulla strada [labbra/orecchie]; quando si abbasserà il rumore [parola] della macina [bocca] e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto”

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui