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Licio Gelli fra Resistenza, Guerra Fredda e P2

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Licio Gelli

Anatomia di un potere ambiguo: Licio Gelli fra Resistenza, Guerra Fredda e P2

La formazione del metodo: l’estate partigiana del “Camaleonte”

Il punto di partenza più documentato sulla funambolica personalità di Licio Gelli viene oggi da un memoir.

Il novantaseienne magistrato Nicola Cipriani, che nell’estate 1944 era una giovane staffetta partigiana sulle colline pistoiesi con il nome di battaglia “Ninì”, ha pubblicato per Vecchiarelli Aprile – settembre 1944: ribelli sulle colline pistoiesi. La folle estate del Camaleonte, un testo interamente basato sui suoi quaderni di guerra, di cui Monica Zornetta ha dato conto su Domani (5 febbraio 2026).

Al centro del racconto vi è la formazione partigiana “Giustizia e Unità”, attiva dal 28 aprile all’11 settembre 1944 nell’area pistoiese, composta da 24 combattenti di ispirazione apertamente comunista.

La formazione è rimasta pressoché assente dalla storiografia ufficiale: negli elenchi del Comitato Toscano di Liberazione compare con un nome diverso, “Gugliano”, come se fosse stata composta da soli sei membri.

La ragione di questa obliterazione documentaria rimane controversa; una delle ipotesi avanzate è che il gruppo, al momento della resa delle armi, avesse consegnato un arsenale irrisorio, lasciando intendere di aver combattuto per mesi con dotazioni incompatibili con le dimensioni reali della formazione.

Il fatto che dopo l’8 settembre 1943 l’ex volontario fascista nella guerra di Spagna e presunto ufficiale di collegamento tra le SS e la Federazione dei Fasci di Pistoia avesse intessuto un’interessata collaborazione con alcuni partigiani locali è documentato.

Ma Cipriani aggiunge un elemento fino ad allora trascurato: due esponenti di primo piano del PCI pistoiese nel Comitato di Liberazione Nazionale – Italo Carobbi e Gino Fedi, cognato di Gelli per averne sposato la sorella Lina – l’avevano messo a capo del gruppo denominato Giustizia e Unità (editorialedomani).

Gelli si presentò ai partigiani nell’estate piena, scortato dal nipote Marcello Fedi e da due ufficiali scozzesi: «Il comandante è qui. Sono io», sono le prime parole che rivolge agli increduli e arrabbiati partigiani: «Sono tra voi per ordine del comando Alleato e dei capi della brigata partigiana».

Cipriani riconosce che quella collocazione al vertice della formazione ebbe una funzione pratica precisa: «L’averlo fatto diventare per qualche mese il comandante di una formazione gli ha permesso di evitare i processi per collaborazionismo allestiti dopo la Liberazione».

Le benemerenze partigiane non bastarono tuttavia ad evitargli una condanna nel 1945, annullata poi dall’amnistia Togliatti (editorialedomani).

Il saggio Licio Gelli, la Venerabile Talpa – edizione storica riveduta e ampliata, in formato quaderno accademico – offre la cornice interpretativa più rigorosa per leggere questa fase.

La guerra civile pistoiese fu, secondo tale ricostruzione, il primo laboratorio del metodo gelliano: in un contesto nel quale le istituzioni erano spezzate e la sovranità militare contesa, chi possedeva notizie, mezzi e canali di mediazione acquistava un valore superiore alla propria appartenenza formale.

Gelli apprese che il potere non deriva sempre dalla coerenza, ma spesso dalla capacità di essere necessario a più parti nello stesso momento.

La struttura del potere: P2, archivi e finanza

La fase successiva – l’ascesa alla guida della loggia Propaganda Due – è analizzata in entrambi i saggi con categorie storiografiche distinte ma convergenti.

Il saggio La Venerabile Talpa situa la P2 non come semplice “loggia deviata” ma come autentica “struttura paramassonica di condizionamento”, cresciuta grazie alla tolleranza e alla complicità di soggetti interni alle istituzioni.

La loggia non fu semplicemente esterna allo Stato; lo abitò, orientando carriere, informazioni, finanziamenti e campagne mediatiche.

Il “Piano di rinascita democratica” esprimeva tale logica in forma programmatica: non un progetto di colpo di Stato classico, bensì una strategia di controllo progressivo dei circuiti attraverso i quali si costruisce il consenso: informazione, magistratura, partiti, sindacati, pubblica amministrazione.

Il manoscritto Tovarasc Licio, a firma Massimo Riserbo (copia interna riservata, Edizioni Stampa Autarchica, maggio 2026), sorta di samizdat dei tempi attuali, approfondisce la dimensione organizzativa dal punto di vista della sua proiezione internazionale. La P2 aveva una morfologia di “infiltrazione privata”: penetrava un ordinamento democratico senza coincidere con esso, collegando vertici militari, servizi, finanza, informazione e segmenti politici attraverso vincoli riservati.

La sua forza non derivava da un potere sovrano proprio, ma semmai dalla capacità di convertire vulnerabilità personali e funzioni pubbliche in leve di condizionamento.

Il fascicolo Cominform – il dossier aperto dal SIFAR nel 1950 su un certo «Gelli di Pistoia» sospettato di legami con i servizi comunisti – occupa in entrambi i saggi una posizione centrale.

La lettura più prudente lo colloca non come prova di un reclutamento organico da parte sovietica, ma come dispositivo di pressione: un materiale che poteva essere attivato, richiamato, fatto pesare nel momento opportuno.

Sul piano funzionale, il suo valore non dipendeva dalla piena verità giudiziaria, ma piuttosto dalla possibilità di distruggere la credibilità atlantica di Gelli al momento opportuno.

Il caso Pecorelli – il giornalista di OP ucciso il 20 marzo 1979 dopo aver lasciato intendere di essere in possesso del fascicolo – illustra la violenza potenziale di simile meccanismo.

La tesi della “P2 comunista”: un’ipotesi da calibrare

L’articolo di Massimo D’Agostino pubblicato dal Nuovo Giornale Nazionale il 25 marzo 2026 – che ripropone e commenta l’articolo di Mino Pecorelli pubblicato su OP nel gennaio 1979, integrandolo con fonti di stampa romena, con un dossier dell’FBI e con materiali tratti da blog romeni – spinge fino alle sue estreme conseguenze la tesi del Gelli doppiogiochista, giungendo a sostenere che le trame della P2 fossero funzionali agli interessi sovietici.

Il ragionamento prende le mosse dal testo pecorelliano: il giornalista molisano, nella sua caratteristica scrittura per “pillole” e allusioni in codice, avrebbe comunicato a Gelli di essere in possesso del fascicolo Cominform, probabilmente consegnatogli dal colonnello Antonio Viezzer, e avrebbe minacciato – implicitamente – di rivelarne il contenuto.

La chiave interpretativa proposta da D’Agostino è che gli iscritti alla P2, in larga parte militari e funzionari filo-atlantici, ignorassero di aver lavorato – tramite la rete gelliana – nell’interesse del blocco orientale; e che la minaccia di Pecorelli fosse rivolta precisamente a questa contraddizione.

La tesi viene corroborata attraverso fonti eterogenee: le dichiarazioni attribuite a blog romeni e alla rivista accademica Sfera Politicii (2013) sulla presunta affiliazione di Nicolae Ceaușescu alla Massoneria; i materiali sull’operazione Jimbolia (il contrabbando di petrolio russo verso la Jugoslavia durante l’embargo degli anni Novanta, nel quale comparirebbero emissari del circuito gelliano); i collegamenti con il caso Carlos e con la rete Caraman (un’operazione di spionaggio romena all’interno della NATO negli anni Cinquanta-Sessanta).

Il dossier FBI su Gelli – 85 pagine con estesi omissis, reso disponibile in base alle leggi statunitensi sulla libertà di informazione – viene presentato come conferma di un interesse investigativo americano rimasto senza sviluppi giudiziari.

Il giudizio storiografico su questo complesso di materiali richiede una distinzione rigorosa fra livelli probatori. Che Gelli intrattenesse rapporti commerciali con la Romania di Ceaușescu attraverso le società Giole SpA e I.N.C.O.M. SpA, in rapporto con l’impresa statale romena CONTEX, è documentato dai registri doganali di Firenze e Pistoia, analizzati da Sabin Drăgulin sulla rivista Sfera Politicii e ripresi nel manoscritto Tovarasc Licio: i volumi d’importazione tessile nel biennio 1974/1975 superano complessivamente i 2,9 milioni di chilogrammi, configurando un corridoio commerciale strutturale.

Che simili rapporti avessero anche una dimensione informativa, come affermato da un ufficiale italiano davanti alla Commissione parlamentare («trafficante di informazioni»), è ugualmente attestato dalle fonti parlamentari. Che la P2 fosse in ultima analisi uno strumento del KGB rimane, invece, una tesi che le fonti attualmente disponibili non consentono di trasformare in prova piena: si tratta di un’ipotesi interpretativa, senza dubbio coerente con vari elementi della vicenda, ma non sorretta da riscontri documentari di pari solidità.

Lo stesso Tovarasc Licio mantiene questa distinzione con nettezza: la pista del condizionamento sovietico – maturata, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche romene, durante il soggiorno argentino di Gelli, dove i servizi sovietici avrebbero ricattato l’ex fascista facendo leva sul suo passato di guerra – viene registrata come «ipotesi interpretativa secondaria e non come architrave dimostrativa».

Il suo valore è morfologico: mostra come un soggetto costruito sull’anticomunismo pubblico potesse risultare trattabile da apparati collocati nel campo opposto, senza che ciò autorizzi la formula semplificata di una P2 di dipendenza direttamente sovietica.

La sentenza di Bologna e il giudizio storico

Sul piano dell’accertamento giudiziario, il punto di arrivo più recente è la sentenza della Corte Suprema di Cassazione, Sezione I penale, n. 1869/2026, che ha definitivamente collocato Gelli – insieme a Umberto Ortolani, Mario Tedeschi e Federico Umberto D’Amato – nel quadro dei mandanti, organizzatori e finanziatori occulti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, confermando le condanne di Paolo Bellini per concorso in strage pluriaggravata, di Piergiorgio Segatel per depistaggio aggravato e di Domenico Catracchia per false informazioni al Pubblico Ministero.

Il saggio La Venerabile Talpa sottolinea il valore storico di questa pronuncia oltre la sua portata processuale: il depistaggio – la costruzione di false tracce, la fabbricazione di piste alternative, l’utilizzo strumentale di ufficiali del SISMI come Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte – mostra la capacità del sistema gelliano di interferire con l’accertamento della verità su un massacro.

La P2, in siffatta lettura, rappresentò non soltanto un dispositivo di pressione e di influenza, ma un’infrastruttura di disponibilità: un sistema pronto a rendere possibile ciò che la legalità repubblicana avrebbe dovuto impedire.

L’eredità: dal franchising simbolico alle reti contemporanee

Il manoscritto Tovarasc Licio chiude il suo percorso con una riflessione sulla permanenza adattiva del modello. La costituzione, nel dicembre 2019, della “Nuova Loggia Propaganda Massonica 3” – riconducibile al generale romeno Bartolomeu Constantin Săvoiu, che si presenta come erede spirituale di Gelli, insieme a Gianmario Ferramonti – viene letta come passaggio dal segreto funzionale al franchising simbolico: il nome della P2 diventa marchio, provocazione e linguaggio di aggregazione, in un contesto nel quale la riservatezza assoluta lascia posto alla spettacolarizzazione del segreto.

La continuità con la P2 storica non è organizzativa ma morfologica: la capacità di convertire memoria, reti, fondazioni e mediazioni estere in capitale politico.

Il quadro complessivo che emerge da dette pubblicazioni non è quello del complotto onnipotente, né quello della devianza marginale. È piuttosto – per riprendere la categoria proposta dal saggio La Venerabile Talpa – quello di una grammatica adattiva del potere: costruire accessi laterali, proteggere i propri operatori, trasformare il credito in dipendenza, usare l’estero come schermo, sostituire la responsabilità pubblica con la fedeltà di rete.

La vicenda di Gelli, letta attraverso queste quattro fonti, resta un caso di studio sulla permeabilità delle istituzioni democratiche e sulle condizioni che la resero possibile.

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