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La ‘sinistra’ autoritaria: vestito democratico del neofascismo

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L’attuale sinistra ricorda i movimenti extraparlamentari degli anni ’70

La Seconda Repubblica nasce per vari motivi, ma in particolare per distruggere la politica e, di conseguenza, indebolire le radici democratiche del Paese. Questo processo si è articolato in almeno cinque fasi.

1° step

Il primo passo è stato indebolire i partiti della Prima Repubblica nell’immaginario collettivo e, indirettamente, la politica stessa. Si sono eliminate le preferenze ed è stata introdotta una legge elettorale maggioritaria, il Mattarellum (guarda caso).

La criminalizzazione è poi passata dai singoli partiti alla politica in generale, al grido di “tutti corrotti”, “uno vale uno” e i “Vaffa” dei grillini, poi trasformatisi nel Movimento 5 Stelle.

Con l’eliminazione dell’immunità parlamentare e del finanziamento pubblico, i nuovi partiti sono stati messi alla mercé della finanza privata per poter esistere, dimenticando che la democrazia ha un costo e che i partiti ne sono il fondamento costituzionale.

Questo primo step è stato utile per porre le bassi istituzionali affinché il pensiero manicheo si potesse affermare: destra/sinistra, ovviamente pian piano questa visione della società e delle relazioni umani si è diffusa nei gangli della società in quanto precondizione per l’affermazione del pensiero unico ai reciproci schieramenti trasformando la politica (che è l’arte del dialogo tra diversi) in tifoseria determinando una profonda frattura nel tessuto democratico. Questa operazione è alla base delle successive involuzioni del pensiero democratico.

2° step

Si è passati poi alla svendita delle aziende pubbliche attraverso la manipolazione della realtà. Ci dicevano: “privatizzando le aziende si migliora il servizio e diminuiscono i costi”. Oggi possiamo affermare con certezza che si trattò di una narrazione mistificatoria sostenuta da tutti i media.

La stessa operazione è avvenuta sul fronte del lavoro: “con una maggiore flessibilità aumenteranno occupazione, produttività e salari”. In realtà, si è semplicemente legalizzata la precarietà, indebolendo – con il consenso degli stessi lavoratori – il potere sindacale.

3° step

Il referendum sul taglio dei parlamentari ha proseguito l’opera di degradazione della politica, facendo credere ai cittadini che fosse inutile mantenere dei “parassiti” e che si stessero solo “sprecando i soldi dei contribuenti”.

Questa operazione ha prodotto due gravi danni alla democrazia: in primo luogo ha ridotto la rappresentatività elettorale dei territori e dei cittadini; in secondo luogo, un minor numero di eletti permette ai “poteri invisibili” un controllo più facile sulla politica.

Il combinato disposto tra il taglio delle poltrone e l’impennata dell’astensionismo rende facilissimo controllare chi va a votare e condizionare partiti stretti da necessità di bilancio.

L’equazione è semplice: l’opinione pubblica è difficile da manipolare, quindi è meglio se votano in pochi. Meno deputati significano meno persone da convincere. Se a questo aggiungiamo le liste bloccate, il risultato è la mediocrità al potere.

4° step

La “vigile attesa” e il green pass. Al di là del dibattito tra pro-vax e no-vax – una tipica distrazione di massa utile solo a dare a ciascuna fazione un nemico, usando la paura come arma di condizionamento – queste sono state due scelte politiche travestite da misure sanitarie. Non si è trattato di impreparazione o ignoranza nella gestione della crisi: si è voluto creare un falso allarmismo sociale per gestire il potere con furbizia.

5° step

Ultima fase che  consiste nell’alimentare la mentalità manichea già sviluppata durante la pandemia. Tutto viene banalizzato, rifiutando l’analisi dei fatti nella loro complessità. Oggi si deve essere per forza o putiniani o ucraini, pro-Palestina (identificata con Hamas) o pro-Israele, con la teocrazia iraniana o con il “Grande Satana” americano, con Trump (dipinto come un pazzo) o con Ursula von der Leyen (esaltata come l’incarnazione della sapienza europea contro la rozzezza d’oltreoceano).

Tutto questo ovviamente ha delle responsabilità: innanzi tutto l’incontro tra l’integralismo cattolico di settori democristiani con gli ex comunisti, ormai senza anima, i quali hanno colto al volo gli interessi della finanza angloamerica per accreditarsi al nuovo corso post Yalta.

In questo vuoto, la nascita delle 5 Stelle ha raccolto l’eredità dell’antipolitica da loro seminata ed amplificata oltre agli elettori delusi dai due blocchi tradizionali. Si è così strutturata nel Paese un’impalcatura ideologica che permette una manipolazione costante, alimentata da social e media.

Questi ultimi disegnano una realtà distorta attraverso una comunicazione emotiva che favorisce la radicalizzazione esistenziale e identitaria. Ne deriva uno scontro sociale permanente che funge da distrazione di massa, poiché incentiva il “pensiero debole” e veloce a discapito della coscienza critica e dell’approfondimento (il “pensiero lento”).

L’esempio lampante è l’abuso del termine “genocidio”: usato ben oltre il suo significato etimologico, suscita un impatto emotivo tale da annebbiare le responsabilità di Hamas. Si arriva, così, a difendere un regime antidemocratico e teocratico come quello iraniano, banalizzando una questione complessa nella dicotomia tra buoni e cattivi.

Ci si svezza alla fonte dei social, dove comici e cantanti, improvvisati esperti, dispensano verità assolute, rassicurando e criminalizzando le opinioni altrui.

All’interno di questo nuovo scenario, i giornalisti non sono più solo spettatori che raccontano o censurano i fatti, ma attori di una dicotomia comunicativa. Spesso sono loro stessi a guidare la politica, trasformando il quarto potere in una forza schierata che alimenta un sistema basato sul caos informativo.

Oggi chi controlla i media e la comunicazione controlla e orienta l’opinione pubblica occidentale (cioè la finanza internazionale nelle sue diverse articolazioni, anche con presunte forme di beneficenza), ma per fare ciò è necessaria una opinione pubblica “ignorante”, isolata che ripudia il confronto, che individua in chi non condivide le proprie idee un nemico.

Questa ignoranza è la nuova “banalità del male”: come nel nazismo, si perde l’empatia e si trasforma il diverso in un nemico su cui scaricare le proprie frustrazioni.

Alcuni esempi chiariscono il senso di questa disinformazione manichea. Pensiamo a un’associazione nata per combattere la discriminazione omosessuale che, nell’organizzare il Gay Pride, decida di escludere un’associazione israeliana a meno che questa non si dissoci dal governo Netanyahu.

In questo modo, non solo si discrimina una realtà che persegue gli stessi obiettivi, ma, per piegarsi a un Pensiero Unico e totalizzante, si finisce indirettamente per difendere chi, per cultura, è omofobo. Anche la storica scelta di appartenere alla Comunità Europea viene affrontata con la stessa dicotomia: da un lato il rifiuto dell’Europa “matrigna” (o il “no euro”), dall’altro lo spauracchio del “senza l’Europa siamo finiti”.

Si tratta di posizioni utili per fare polemica e raccogliere consensi, ma inefficaci per risolvere i problemi. Si potrebbe, ad esempio, criticare l’Europa dei banchieri e delle lobby e puntare, invece, agli Stati Uniti d’Europa, un progetto in cui non ci sarebbero più figli e figliastri.

Un altro esempio è la gestione del fenomeno migratorio, dove il meccanismo manicheo vede scontrarsi due posizioni irragionevoli: da una parte la cosiddetta sinistra dell’accoglienza indiscriminata (una visione quasi evangelica, spesso etichettata come “buonista”), dall’altra la destra del “mandiamoli tutti a casa loro”.

È evidente che queste due visioni, oltre a essere inconciliabili, servono solo a radicalizzare il consenso elettorale; pertanto, la politica si fa sempre contro a priori e mai per. Basterebbe che destra e sinistra cooperassero per il rispetto della legalità per giungere a provvedimenti condivisi, ma ciò contrasta con gli interessi economici ed elettorali in gioco.

Purtroppo, l’attuale sinistra ricorda i movimenti extraparlamentari degli anni ’70: accoglie qualsiasi istanza (e linguaggio) utile a contrastare il governo, arrivando persino a giustificare palesi forme di violenza.

Subito dopo, però, quasi colpita da una sindrome bipolare, si lancia in sermoni sull’inclusività e contro il linguaggio d’odio. Così facendo, dimentica che i sentimenti umani non si possono estirpare, ma solo educare; e per educare servono regole che affondino le radici nei nostri valori.

Far rispettare i valori della nostra civiltà – per quanto imperfetta, pur sempre perfettibile – attraverso le regole si chiama legalità. Essa non è né di destra né di sinistra, ma rappresenta il fondamento della nostra Costituzione e della democrazia stessa. Non comprenderlo significa spianare la strada a una deriva autoritaria o fascista, di cui la pseudo-sinistra e alcuni settori della destra si stanno rendendo responsabili.

P.S.: Spero ardentemente in un ritorno al sistema proporzionale con sbarramento e senza vincoli di apparentamento, affinché possano rinascere comunità politiche sorrette da veri valori.

Auspico, inoltre, il ripristino del finanziamento pubblico, essenziale per dare autonomia ai partiti, e credo non si debba mai dimenticare la lezione di Giovanni Falcone: “seguire il denaro” per comprendere chi ci sia davvero dietro ai tanti movimenti che hanno come unico obiettivo quello di bloccare il Paese e indebolirlo economicamente.

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