
di Guido Salerno Aletta
Negli anni scorsi, le famiglie italiane hanno fatto sicuramente bene a tenere i soldi in Banca, depositati nei conti correnti: anche se ad interessi zero e con i costi mensili di tenuta del conto, era sicuramente meglio che sottoscrivere titoli a rendimento nominale negativo: c’era davvero da perdere tanto.
Tutta colpa, o merito per chi vuole, della politica monetaria eccezionalmente espansiva e non convenzionale che era stata adottata dalle Banche Centrali, come la Fed e la Bce, che, acquistando titoli pubblici a tutto spiano, ne avevano fatto crollare i rendimenti fino a portarli addirittura a livelli negativi.
Sarebbe dovuto servire, così si diceva, a riportare il tasso di inflazione ad un livello vicino ma non superiore al 2% annuo. Fatto sta che, alla fine, tutta la liquidità immessa sul mercato ha provocato una fiammata inflazionistica che ora viene “curata” ritirando liquidità ed alzando i tassi.
Un passo avanti e poi uno indietro che abbiamo segnalato tempo fa, scrivendo “Metti la cera! Togli la cera“: un titolo che prendeva a prestito una battuta di un vecchio film in cui per insegnare le mosse fondamentali di karate ci si doveva allenare facendo continui movimenti con le mani, prima ruotandole in un senso e poi al contrario.
Questa preferenza per la liquidità è ben nota da tempo come “trappola della liquidità“: una situazione che si verifica tutte le volte che i tassi di interesse offerti dal mercato sono giudicati troppo bassi dai detentori di capitali che dunque non investono.
Per capire i comportamenti delle famiglie italiane, bisogna tornare indietro nel tempo.
Nel 1995, l’anno più lontano per il quale abbiamo statistiche finanziare complete e confrontabili, il totale di Biglietti, monete e depositi bancari delle famiglie erano complessivamente pari a 561 miliardi di euro (abbiamo usato la moneta unica per facilitare i paragoni). Gli investimenti in titoli pubblici italiani erano invece pari a 363 miliardi: praticamente, una somma pari al 64% dei depositi bancari.
Dieci anni dopo, nel 2005, il totale di Biglietti, monete e depositi bancari era arrivato a 646 miliardi (+85), mentre gli investimenti in titoli pubblici italiani era crollato a 161 miliardi (-202).
Nel complesso, però, il valore corrente del totale delle attività finanziarie delle famiglie erano raddoppiato, passando dai 1.754 miliardi di euro del 1995 ai 3.632 miliardi del 2005: erano stati gli anni del boom degli investimenti in Azioni, in quote di Fondi di investimento, in Assicurazioni Ramo vita ed in Fondi pensione che tutti messi insieme avevano rastrellato gli impieghi finanziari delle famiglie.
C’è un punto, però, che bisogna tener presente: anche i Fondi di investimento, le Assicurazioni Ramo vita ed i Fondi pensione, impiegavano le somme conferite loro in titoli di Stato. In pratica, mentre nel 1995 le famiglie investivano direttamente in titoli pubblici, nel 2005 avevano ridotto questo impiego che però veniva effettuato da altri operatori finanziari: c’era stata una “sostituzione nella intermediazione”.
Nel 2021, 16 anni dopo ancora, il totale del valore corrente delle attività finanziarie delle famiglie era ancora cresciuto, arrivando a 5.072 miliardi di euro (+1.440). Di queste, il totale di Biglietti, monete e depositi a vista era arrivato a 1.217 miliardi di euro (+571) mentre gli investimenti in titoli di Stato italiani erano scesi ancora, a 119 miliardi.
In pratica, mentre nel 1995 gli impieghi in titoli di Stato italiani rappresentavano il 21% del totale attività finanziarie delle famiglie, nel 2005 questa percentuale era scesa al 4%. Nel 2021, la percentuale è scesa ancora, arrivando al 2,2%.
Negli primi tre trimestri del 2022, la situazione è cambiata: le famiglie stanno acquistando nuovamente titoli di Stato: il fatto che siano aumentati i rendimenti su questi titoli mentre gli interessi sui conti correnti bancari sono rimasti pressoché stabili attorno allo zero, sta invogliando le famiglie.
Occorre fare un ragionamento sistematico: ci sono stati lunghi periodi di capital gain in Borsa, ed altrettanto lunghi periodi di capital loss. I rendimenti dei titoli di Stato, come quelli degli altri bond, sono stati massacrati dalla politica monetaria, che ora è tornata a rendimenti più significativi.
Le Banche si tengono molto liquide, anche perché la congiuntura non è eccezionalmente positiva, ed usano i titoli di Stato per parcheggiare i depositi che non vengono impiegati per erogare prestiti.
Le famiglie cercano di recuperare, tra bollette cresciute ed impegni di ogni genere: tra i tanti impieghi possibili del loro risparmio, quello in titoli di Stato italiani si è fatto finalmente interessante.
Il Tesoro ha lanciato un prodotto retail, pensato per le famiglie, che verrà piazzato in questi giorni: c’è pure un “premio fedeltà” per chi detiene fino a scadenza.
Facciamo un’ipotesi di scuola: se si tornasse alla percentuale del 1995, quando le famiglie italiane erano state soprannominate “Bot People” per quanto erano affezionate all’investimento in titoli di Stato guadagnandoci un bel po’, impiegando così il 21% delle proprie attività finanziarie, si arriverebbe oggi alla stratosferica cifra di 1.100 miliardi di euro.
A fine 2022, il debito pubblico italiano è arrivato a 2.757 miliardi di euro. E’ detenuto: per 721 miliardi dalla Banca d’Italia, che li ha comprati con i vari Qe; per 689 miliardi dalla Istituzioni Monetarie e Finanziarie residenti, cioè dalla Banche; per 346 miliardi da Altre Istituzioni Finanziarie residenti; per 262 miliardi da Altri Residenti; per 738 miliardi da Non Residenti.
Ecco il punto: bisognerebbe ridurre questa ultima partita, che costituisce un esborso netto di interessi verso l’estero, e che è sempre ballerina per via delle ricorrenti “crisi di fiducia”.
Di più, all’estero dicono sempre che le nostre banche sono troppo zavorrare dalle detenzioni di debito pubblico: un processo di riavvicinamento delle famiglie italiane ai titoli di Stato italiani, magari accompagnato anche da una riduzione delle sottoscrizioni di titoli pubblici stranieri che magari rendono molto meno, potrebbe rendere più stabile il nostro debito pubblico.
Il discorso è complesso, ma vale la pena di affrontarlo adesso: in condizioni di relativa calma dei mercati e senza la pressione dell’urgenza.





