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RILANCIARE L’ITALIA

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Rilanciare l’Italia, ripulire le partecipazioni e tornare a scegliere gli alleati

L’Italia deve affrontare una scelta strategica non più rinviabile: ripulire il tessuto produttivo da partecipazioni e fondi esteri che sottraggono controllo e valore aggiunto al Paese, per sostituirli con alleanze selezionate, a Ovest come a Est, sulla base di un interesse nazionale chiaro e misurabile. Non si tratta di chiudersi al mondo, ma di smettere di subire passivamente investimenti che diventano leve geopolitiche nelle mani altrui.

Oggi l’Unione Europea mostra crepe profonde: rigidità di bilancio, incapacità di coordinare una politica industriale comune, lentezza nel rispondere a crisi globali. Senza libertà di manovra economica, la competizione con Stati Uniti, Cina o altri attori emergenti sarà impossibile. Prima di tutto occorre rinvigorire il mercato interno, perché senza una base economica solida non si può negoziare alla pari. Poi, affrontare il mercato europeo con nuove regole, più elastiche e orientate alla crescita.

Gli errori del passato: 1992–2011
• 1992 – Crisi valutaria e svalutazione della lira. Privatizzazioni accelerate sotto pressione internazionale, senza un disegno strategico nazionale.
• 1997–2001 – Cessione di asset strategici in energia, telecomunicazioni e infrastrutture. Apertura totale dei mercati senza strumenti di difesa.
• 2002 – Introduzione dell’euro senza un’unione fiscale e industriale. Perdita di competitività a favore di Paesi con modelli di costo più bassi.
• 2008–2011 – Crisi finanziaria globale: applicazione di politiche di austerità pro-cicliche che hanno compresso la domanda interna e accelerato la disgregazione del tessuto industriale.

Il risultato è stato un indebolimento strutturale, ma non irreversibile. L’Italia conserva eccellenze industriali, distretti innovativi e competenze che il mondo ci riconosce. La condizione per valorizzarle è chiara: meno dipendenza da capitali speculativi, più accordi strategici mirati, fondati su reciprocità e ritorni concreti per il Paese.

Peraltro, anche come presidente di OpenIndustria, ritengo che la priorità sia tornare a essere un attore autonomo e credibile, capace di dire “sì” solo a ciò che rafforza la nostra sovranità economica. La ricostruzione parte dal mercato interno, ma si gioca anche sulla capacità di stringere partnership bilaterali ad alta intensità tecnologica e industriale. Il resto è rumore di fondo che rischia di farci perdere altro tempo prezioso.

 

Autore

  • Redazione

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