
di Francesco Pontelli
Alle ultime elezioni in Gran Bretagna si è recato alle urne ii 59,8% degli aventi diritto.
Il partito laburista ha ottenuto il 33,69% dei consensi, mentre quello conservatore ha raggiunto il 23,70% ed i liberal democratici il 12,29%.
Il partito laburista, di conseguenza, è risultato ampiamente il vincitore dell’ultima tornata elettorale britannica, e come conseguenza ai vincitori andranno 412 seggi (su 650) mentre al partito conservatore verranno assegnati 121 seggi, ed ai liberal democratici 72: sempre sui 650 disponibili.
In altre parole, in nome del raggiungimento di una governabilità successiva al responso delle urne, il sistema elettorale britannico premia il partito laburista con l’attribuzione del 63,5% dei seggi disponibili: ben oltre la stessa percentuale di votanti (meno del 60%).
Nessuno contesta come la governabilità rappresenti sicuramente un fattore importante; tuttavia, un sistema elettorale dovrebbe avere il compito di fornire la possibilità agli elettori di esprimere la propria opinione e successivamente sulla base della rispondenza dei suffragi poi si dovrebbero formare i governi, tuttavia senza forzarne le indicazioni politiche espresse.
Ora che un partito, dimostratosi vincente con il 33,69% ma su di una base elettorale del 59,8%, si veda riconosciuta una percentuale di seggi superiore agli stessi votanti (63.5%) rappresenta un problema democratico se non addirittura una deriva antidemocratica ed accentratrice.
Il premio di maggioranza dovrebbe essere ottenuto sulla base del raggiungimento o di una quota di consenso superiore al 40/45 % dei votanti, magari favorendo le aggregazioni, oppure con un’affluenza superiore al 70/75 %.
Viceversa, in Francia, il doppio turno ha dimostrato come molti partiti che non hanno nulla in comune possano formare un fronte comune in opposizione al nemico politico unanimemente riconosciuto, la destra lepenista, una volta arrivati al ballottaggio.
Una scelta di certo vincente, in considerazione degli esiti, ma che ora lascia la Francia priva di un governo e di una maggioranza stabile anche in considerazione di come i programmi della coalizione anti Le Pen risultino assolutamente incompatibili tra di loro.
Quindi al di là dello schema istituzionale, repubblica parlamentare o premierato, che si intenda adottare, risulta evidente come il sistema elettorale rappresenti il fattore fondante più della stessa matrice ideologica , per avviare una qualsiasi riforma istituzionale.
Proprio in questo senso, allora, venendo all’Italia il dibattito aspro tra favorevoli ed oppositori in relazione alla appena abbozzata riforma istituzionale nota con il termine “Premierato”, priva ancora oggi di un chiaro disegno di un sistema elettorale, rappresenta il declino politico e culturale tanto della maggioranza quanto dell’opposizione.
In quanto la contrapposizione politica esprime una superficiale deriva ideologica, essendo la riforma stessa priva ancora dell’indicazione del sistema elettorale da adottare.
Un sistema elettorale, quindi, interno di un qualsiasi sistema istituzionale democratico, dovrebbe essere ispirato dalla volontà di offrire la possibilità agli elettori di esprimere al meglio la propria opinione e così condizionarne l’orientamento governativo.
Viceversa, specialmente in Italia, il suo meccanismo viene ideato e reso operativo con l’unico obbiettivo di fornire un ulteriore strumento di amplificazione del trend elettorale.
Quindi il dibattito tra favorevoli e contrari, come le stesse votazioni parlamentari relative ad una riforma ancora oggi assolutamente incompleta e dai connotati più ideologici che riformisti, confermano ulteriormente un approccio assolutamente insufficiente e parziale dell’intera classe politica nazionale.





