A difesa del cittadino onesto
Chi ha paura del riconoscimento facciale? I delinquenti o chi li difende. Verrebbe da rispondere di getto.
Mentre c’è chi obietta subito con uno dei totem fondanti del secolo: la privacy. È un argomento serio, ma non può diventare una scusa. Occorre trovare il punto di equilibrio.
La privacy è un principio fondante dello Stato di diritto. Dire “no alla sorveglianza biometrica indiscriminata” ha una logica liberale.
Ma già oggi migliaia di telecamere sorvegliano le nostre città. L’Italia in Europa è una top player per numero di impianti installati. Nessuno ha mai protestato contro quegli occhi elettronici.
L’allarme democratico scatta solo quando quegli occhi cominciano a funzionare.
E a suonare a distesa le sirene d’allarme in Parlamento è stata, manco a dirlo, l’opposizione nel tentativo di contrastare il decreto che consente alla polizia l’uso del riconoscimento facciale.
Viva la privacy e abbasso lo Stato totalitario.
Da tempo immemore sono in vigore le intercettazioni, che, in verità, sembrano funzionare di più su certi giornali che nelle aule di giustizia.
Colpiscono il mafioso, il trafficante, il corrotto. Categorie che la sinistra può permettersi di perseguire senza danno politico.
Il riconoscimento facciale, invece, colpisce la piazza. Colpisce il ragazzo con il passamontagna che lancia la molotov a Bologna.
Colpisce il militante del centro sociale che assalta il cantiere in Val di Susa. Colpisce l’antagonista che spacca una vetrina e la mattina dopo torna all’università.
Colpisce, in una parola, un preciso elettorato di riferimento. Indovinate voi di quale parte politica.
La stessa, invero molto brava con le parole ma disastrosa a governare, che stizzita ha subito coniato due ritornelli social: Orwell all’amatriciana e Grande Fratello d’Italia.
Una cosa è opporsi alla sorveglianza di massa. Un’altra è opporsi all’identificazione di un criminale già ricercato, dopo un reato, con l’autorizzazione di un magistrato.
La prima è una giusta posizione liberale. La seconda è protezione dell’impunità. E la sinistra le mescola deliberatamente, sperando che nessuno noti la differenza.
Male non fare e paura non avere.
Chi attraversa una piazza per andare al lavoro, chi porta i figli allo stadio, chi manifesta pacificamente non ha nulla da temere dal fatto che una telecamera sappia chi è. Lo sa già il barista sotto casa.
Ma se la stessa operazione la compie un algoritmo, diventa totalitarismo. Non è la sorveglianza che disturba. È la sua efficacia.
A Bologna, il 20 luglio, sessantaquattro poliziotti feriti in quattro ore di guerriglia. Centinaia di violenti in azione. Dodici indagati.
Dodici, perché senza il riconoscimento facciale gli investigatori inseguono sagome sfuocate da un fotogramma all’altro, confondendo un giubbotto con un altro.
Con la tecnologia che l’opposizione vuole impedire, quei dodici sarebbero stati forse cento o più. Ed è esattamente questo che la nostra sinistra sembra non volere.
Il confronto internazionale conferma in modo implacabile che si tratta di una particolarità tutta italiana.
In Svezia, a maggio, il Parlamento ha approvato il riconoscimento facciale in tempo reale per la polizia. I socialdemocratici svedesi hanno votato a favore: 106 sì, zero no.
Unanimità assoluta nella socialdemocrazia più citata come modello dalla sinistra italiana.
Nel Regno Unito, il governo laburista (quindi di sinistra) ha triplicato la capacità operativa del riconoscimento facciale.
A Londra la polizia ha dichiarato oltre 2.000 arresti ottenuti con questa tecnologia. Stupratori, violenti, ricercati.
A New York, dove imperano i democratici, la polizia usa il riconoscimento addirittura retrospettivo con una regola elementare: hai commesso un reato davanti alla telecamera, ti cerco biometricamente; partecipi a una manifestazione pacifica, non mi interessi.
La sinistra italiana è più a sinistra dei socialdemocratici svedesi, dei laburisti britannici e dei democratici americani messi insieme? Oppure il problema non è l’ideologia, ma il serbatoio di voti della piazza?
L’AI Act europeo – quello che l’opposizione brandisce come un divieto assoluto – non proibisce affatto la tecnologia, perché non è stato scritto da nostalgici del medioevo.
Proibisce l’uso indiscriminato della tecnologia. Le eccezioni sono scritte nero su bianco: terrorismo, persone scomparse, reati gravi. Con autorizzazione giudiziaria.
La Svezia ha usato esattamente quegli spazi per approvare la propria legge.
Chi presenta quel regolamento come un muro invalicabile sta tagliando a metà la frase della Commissione europea: cita il divieto, nasconde le eccezioni.
Nessun ordinamento democratico riconosce un diritto alla privacy che copra un reato. Le perquisizioni violano la privacy. Nessuno grida allo Stato di polizia quando un magistrato firma un mandato.
Un ricordo breve. Nel 2021, dopo l’assalto alla sede della CGIL, la stessa area politica che oggi grida al Grande Fratello applaudì l’identificazione di ogni singolo assalitore. Nessun allarme di totalitarismo o vulnus alla privacy.
Quando la piazza che brucia è quella dell’avversario, lo Stato può fare tutto. Quando è la propria, lo Stato deve fare nulla.
Il punto politico va scolpito a lettere chiare: bisogna proteggere il cittadino da uno Stato totalitario e intrusivo, senza però proteggere il delinquente dalla Polizia.
Le due cose non si escludono. L’intero edificio dello Stato di diritto è costruito su questa doppia garanzia: lo Stato non può fare quello che vuole con i tuoi dati, ma il criminale non può fare quello che vuole con la tua vita.
E l’equilibrio sta nelle telecamere intelligenti sotto il controllo del giudice.
Una garanzia. Perché lo Stato non ti scheda se non commetti un reato. Ma se delinqui, lo Stato ti trova. Ed è giusto così.
Chi rifiuta quell’equilibrio ha smesso di difendere il cittadino. Ha scelto di difendere chi al cittadino fa del male. E la risposta di getto era quella giusta.




