Home Politica RESTAURARE L’IMMUNITÀ PARLAMENTARE E COMMISSIONE D’INCHIESTA SU “MANI PULITE”

RESTAURARE L’IMMUNITÀ PARLAMENTARE E COMMISSIONE D’INCHIESTA SU “MANI PULITE”

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Giuseppe Augieri, in questo stesso numero del giornale, scrive che sulla vicenda di Mani Pulite non si può tacere.

E infatti, per quanto ci riguarda, non abbiamo intenzione di tacere, affrontando, oggi, le due questioni che emergono dalle dichiarazioni di Giovanni Pellegrino e dalla sua intervista a Giovanni Fasanella, edita in un libro dal titolo: “La guerra civile”.

Prima questione: l’immunità parlamentare.

Nel libro citato, Giovanni Pellegrino afferma: “Dall’arresto di Chiesa partì tutto, ma la data più importante secondo me è un’altra, è il 25 aprile di quello stesso anno, il giorno in cui, dopo Francesco Cossiga, eleggemmo Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica. Nell’opinione pubblica montava in modo sempre più percepibile l’insofferenza verso un regime politico che tendeva a sopravvivere a se stesso a alle condizioni storiche che lo avevano determinato. E Scalfaro se ne fece interprete nel discorso d’investitura, scagliandosi contro l’istituto dell’immunità parlamentare, che secondo lui si era trasformato in una sostanziale impunità. Quelle parole suonarono come campane a morto per la prima Repubblica: erano un segnale non solo alla procura di Milano, ma a tutte le procure d’Italia”.

Ecco il punto. La risposta della politica, oggi, se vuole recuperare pienamente l’indipendenza dalla magistratura, deve essere quella di un provvedimento coraggioso: restaurare pienamente l’immunità parlamentare come era prima della riforma del 1993.

Nel testo licenziato dalla Costituente nel 1947, l’articolo 68 della Costituzione prevedeva che: “I membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile”.

Con la riforma del 1993 (legge costituzionale 3/1993), l’articolo 68 è stato riformulato nell’attuale testo: “I membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”.

La portata dell’immunità è fortemente ridimensionata rispetto alle origini: si tratta ora di una immunità che copre perquisizioni, arresto e intercettabilità delle comunicazioni, ma che non preclude più la possibilità di essere sottoposti a procedimento penale. Ed è comunque non automatica, ma concessa con voto della Camera di appartenenza, che deve valutare che le ragioni delle richieste della magistratura non siano politiche.

Torniamo, dunque, al 1947 e chiudiamo la fase del regime iniziato nel 1992.

La seconda questione riguarda l’idea sottostante all’azione di alcuni magistrati, come afferma Pellegrino, di sostituire la democrazia e la politica con una tecnocrazia.

E’ chiaro che qui siamo di fronte ad un’aperta violazione della Costituzione che si configura come eversione.

Non si tratta di fare processi o di avviare gogne o ghigliottine, quelle che nelle narrazioni di Pellegrino sembravano normali a Massimo D’Alema, che guardava la rivoluzione (sarebbe meglio dire sedizione a questo punto) con la quale Mani Pulite eliminò i partiti della Prima Repubblica e la stessa Prima Repubblica, essendo gli Usa non registi, ma spettatori plaudenti.

Si tratta di fare spazio alla verità, con una Commissione d’inchiesta parlamentare che recuperi, anche in questo modo, il ruolo centrale della politica e della democrazia parlamentare.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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