
di Giovanni Fasanella
Oggi, la terza puntata del capitolo tratto dal libro “Una lunga trattativa” (Chiarelettere, 2013): Cossiga parla anche della P2, di cui Licio Gelli «era soltanto una specie di segretario amministrativo: in alto, molto più in alto, c’era qualcun altro».
LA VITA SEGRETA DI DC E PCI
Cossiga sapeva benissimo quali erano i tasti dolenti. E li toccava senza alcuna remora. Uno dei più delicati era la P2, la famigerata loggia massonica segreta diretta da Licio Gelli. Era a quella che Cossiga si riferiva quando citava l’esempio della Lega del Gottardo. Con gli «ambasciatori» di Occhetto ne parlava in totale libertà. Senza tralasciare nulla delle sue inquietanti ramificazioni, delle sue articolazioni di potere, del suo ruolo nella storia italiana e in particolare nella fase del compromesso storico tra Moro e Berlinguer. Diceva:
«Sì, la P2. In Italia pochi hanno davvero capito che cos’era la P2. Quella loggia è sempre esistita, Giuseppe Zanardelli, all’inizio del Novecento, ne è stato uno dei capi. Era la loggia dove venivano trasferiti i grandi esponenti della politica, militari e altro, quando la massoneria era la religione laica dello Stato. Era una loggia regolare, collegata al Gran Maestro. Negli anni Settanta, quando è iniziata la politica di avvicinamento tra Dc e Pci, la P2 è finita sotto l’ombrello americano, è diventata una specie di Lega dei «super atlantici». Questa era la P2. Davvero si crede che il capo di stato maggiore della Difesa, il comandante dell’Arma dei carabinieri, i capi dei due servizi segreti, il segretario generale del Cesis [Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, che all’epoca coordinava l’attività dell’intelligence militare e di quella civile, nda] e altre persone di questo livello prendessero ordini da Gelli? Ma siamo diventati matti? Gelli era soltanto una specie di segretario amministrativo della P2, in alto, molto più in alto c’era qualcun altro.» Un personaggio che «oggi è ancora nell’esercizio delle proprie funzioni» spiegava Cossiga agli emissari del Pci. E proseguiva:
«Io non mi scandalizzo del fatto che la P2 fosse una lega dei «super atlantici». Come non mi scandalizzo del fatto che esistesse an- che una «rete rossa». Non è un mistero che i comunisti, temendo un colpo di Stato, avessero approntato con l’aiuto dei sovietici una struttura di «esfiltrazione». Era così, mica mi scandalizzo. Le formazioni paramilitari sono esistite anche dopo la fine della Resistenza e della guerra. Quelle comuniste e quelle bianche. […] Questa era la situazione. E Togliatti e De Gasperi fecero un «compromesso storico». Togliatti disse: «Non faccio la rivoluzione e voi non ci mettete fuori legge». E De Gasperi accettò: «Ok, non vi mettiamo fuori legge, ma voi non fate la rivoluzione». La politica italiana si è retta per diversi decenni su quel compromesso. Però ognuna delle due parti ha continuato ad avere una vita segreta. Io, quand’ero ministro dell’Interno, avevo in tempo reale i resoconti del Comitato centrale e della Direzione comunista. No, non dirò mai come mi arrivavano. Posso dire soltanto che le informazioni sul Pci erano di due origini: una direttamente di fonte democri- stiana, un’altra del ministero dell’Interno. Era illegale, certo, che io avessi spie e informatori dentro il Pci, lo so benissimo. Ma anche i comunisti avevano le loro spie nella Dc e nel ministero dell’Interno. Era logico in quel contesto. Questo non mi ha mai scandalizzato.»
Questa era la narrazione cossighiana della guerra fredda italiana. Ancora più tragica della Cortina di ferro tedesca e capace di scatenare pulsioni più violente. Perché segnata non solo dalla linea che separava fisicamente il nostro paese dal mondo comunista lungo la frontiera nordorientale con la Iugoslavia, ma anche da quel muro invisibile, eppure assai robusto, che attraversava l’Italia, dividendola in due al proprio interno. Due «mezze mele» separate da feroce odio politico-ideologico, spaventate l’una dall’altra e sempre sul punto di affrontarsi, determinando un contesto di incombente guerra civile. Certo, guerra civile a «bassa intensità», 2perché non è mai degenerata in un vero e proprio bagno di sangue.»
Tuttavia, il «compromesso storico» tra Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, su cui si era a lungo retto l’equilibrio della deterrenza dopo il Secondo conflitto mondiale, non sempre era riuscito a tenere a freno le teste calde dei rispettivi campi: diverse schegge erano sfuggite al controllo provocando centinaia di morti e migliaia di feriti, con il corollario di intrighi e trame oscure. Tutto era iniziato proprio in Sicilia, il 1° maggio 1947, con la strage «mafiosa» di Portella della Ginestra. Poi, una lunga scia di sangue aveva attraversato per alcuni decenni la storia del paese. Ma adesso, diceva Cossiga agli emissari del Pci, naufragato sotto il piombo brigatista il tentativo di stipulare un secondo «compromesso storico» tra Moro e Berlinguer, dopo quello tra De Gasperi e Togliatti, caduto il Muro di Berlino, erano maturi i tempi per un terzo «compromesso storico». Questa volta tra il Quirinale e Occhetto, per lasciarsi alle spalle il passato con i suoi miasmi e i suoi fantasmi, e creare le condizioni per un passaggio possibilmente indolore a una nuova fase della storia politica italiana. Il presidente lasciava intendere che, se se ne fosse presentata l’occasione, avrebbe posto fine per sempre al «fattore K», affidando l’incarico per formare un nuovo governo a un postcomunista. Ma in cambio chiedeva che il nuovo partito che stava per nascere dalle ceneri del vecchio Pci mettesse da parte i vecchi rancori e rinunciasse a eventuali propositi di vendetta. Su questi presupposti si sarebbe dovuto fondare il patto tra ex nemici.
(3-Continua…)





