Home Cultura QUEI COLLOQUI FORIERI DI SCIAGURE – Prima puntata

QUEI COLLOQUI FORIERI DI SCIAGURE – Prima puntata

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di Giovanni Fasanella
 
Un lettore mi ha inviato questo messaggio nella posta del mio sito web (giovannifasanella.it):
«Buongiorno e – per prima cosa – complimenti per tutti i libri. Ne ho letti diversi, cito per brevità Colonia Italia e il Puzzle Moro che ho davanti in questo momento e che, almeno per me, sono stati illuminanti su tanti tornanti controversi della nostra Storia recente. La ragione per cui le scrivo riguarda anzi proprio un passaggio di uno dei suoi libri che ricordo di avere letto ma che non riesco più a trovare. Vi si parlava di come, durante la guerra fredda, sia i nostri militari che Francesco Cossiga avessero studiato e approfondito la strategia difensiva preparata dall’Esercito Svizzero in caso di invasione tedesca negli anni ’40 (cd. “Ridotta nazionale”). Mi può ricordare in quale libro se ne parlasse (o se invece io me lo sia sognato)? Grazie in anticipo e ancora complimenti.»
 
Gentilissimo,
innanzitutto, grazie. Raccolsi quella dichiarazione di Francesco Cossiga nel corso di una lunga intervista sulla fine della guerra fredda in Italia, che registrai, se non ricordo male, nella primavera del 1999, subito dopo la nascita del governo D’Alema, il primo guidato da un ex comunista. L’ho pubblicata nel capitolo di apertura del libro “Una lunga trattativa” (Chiarelettere, 2013), in cui ricostruisco i colloqui segreti avvenuti al Quirinale, subito dopo la caduta del Muro, tra il presidente della Repubblica dell’epoca, Cossiga, e due emissari del Pci (non ancora Pds), Giorgio Napolitano e Luciano Violante.
Negli incontri si parlò dei “fantasmi del passato” e della necessità di lasciarseli alle spalle. E il capitolo s’intitola “Quei colloqui forieri di sciagure”. Lo ripropongo, sia pure a puntate, per capire meglio il contesto in cui vennero pronunciate le parole sugli ufficiali dell’esercito svizzero che durante la Seconda guerra mondiale si organizzarono segretamente e giurarono di disubbidire al loro governo nel caso in cui avesse fatto accordi con la Germania nazista. Cossiga citò l’esempio storico della Lega del Gottardo per spiegare ai suoi interlocutori che cosa accadde in Italia alla vigilia del sequestro Moro.
UN MURO CADUTO TROPPO IN FRETTA
Non era mai accaduto di assistere in diretta televisiva alla fine di un’era. E quella notte berlinese del novembre 1989, seguita in tv da milioni di persone in tutto il mondo, cambiò davvero il corso della storia. La folla accalcata al di qua del Muro, in un piazzale della parte ovest della città, attendeva impaziente un evento che solo fino a qualche settimana prima sarebbe stato inimmaginabile. All’improvviso, dall’altro lato, quello est, comparve la testa di un uomo che si stava arrampicando a fatica. In migliaia lo salutarono con applausi scroscianti, lacrime e urla di gioia, incitandolo a compiere l’ultimo sforzo. Indossava un casco giallo. E quando finalmente riuscì a emergere da oltre il Muro, dalla divisa si capì che era un militare. Aveva in mano un piccone, e con quello cominciò a battere sul cemento armato, che si sbriciolò come un pannello di polistirolo. Si aprì una breccia. E attraverso quella feritoia, il soldato, uno dei famigerati VoPos (Volkspolizei, la polizia popolare) che per anni avevano vigilato lungo la Cortina di ferro per impedire ai tedeschi della Germania comunista di fuggire in Occidente, oltrepassò la vecchia linea di confine, ormai solo immaginaria. A ovest venne accolto con un abbraccio e una vigorosa stretta di mano da un commilitone della Germania federale. Quella scena suggellò la fine della guerra fredda, preannunciando l’imminente riunificazione delle due Germanie e il repentino collasso dell’impero comunista, del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica. Tutto accadde nel giro di qualche settimana, a una velocità impressionante.
Diverse, molto diverse, le scene che in quello stesso periodo si svolgevano nel chiuso ovattato delle stanze di un palazzo del potere italiano, il Quirinale, sede della presidenza della Repubblica.
Capo dello Stato era Francesco Cossiga. Colui che undici anni prima, nella primavera del 1978, da ministro democristiano dell’Interno non era riuscito a salvare l’amico Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate rosse, e assassinato dopo 55 giorni di prigionia, perché aveva teso la mano ai comunisti di Enrico Berlinguer. Travolto dal senso di colpa, Cossiga si era dimesso. Aveva capito che le aperture di Moro erano avvenute con troppo anticipo sui tempi della storia. E, soprattutto, su quelli di alcune cancellerie dell’Occidente democratico e dell’Oriente comunista, nemiche sul fronte strategico della guerra fredda, ma con interessi tattici convergenti su uno stesso obiettivo: il mantenimento a ogni costo dell’equilibrio del Muro, basato sulla rigida divisione del mondo in due aree di influenza. Per questo, pur covando un sordo rancore nei confronti di chi aveva armato la mano delle Br, Cossiga aveva scelto il silenzio, sacrificando i propri sentimenti personali sull’altare della «ragion di Stato»: quell’interesse «superiore» che spesso può condurre uomini di governo e delle istituzioni, anche quelli di specchiata moralità, ad assumere posizioni non sempre limpide e a tenere comportamenti non sempre lineari. Il suo silenzio, che ad alcuni era sembrato omertoso, era stato comunque premiato. Rientrato ben presto dall’esilio volontario in cui si era rifugiato dopo la morte di Moro, aveva scalato i vertici del potere: presidente del Consiglio, poi presidente del Senato e infine presidente della Repubblica.
Era al Quirinale da quattro anni quando crollò il Muro di Berlino. Ma era troppo esperto delle segrete cose della politica interna e internazionale per non sapere che la fine della guerra fredda, in Italia, non sarebbe stata così festosa e rapida come a Berlino e nel resto d’Europa: da noi era tutta un’altra storia. Proprio questo cercava di spiegare ai nemici di mezzo secolo, i comunisti, che dopo la fine dell’era sovietica si apprestavano a cambiare il nome e il simbolo del partito; e che Cossiga aveva preso a «coccolare», convinto com’era che fosse giunta l’ora di una pacificazione nazionale.
(1-Continua…)

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  • Redazione

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