
L’attivismo di Viktor Orban e la formazione del partito europeo dei Patrioti non ha solo come obbiettivo quello di dare corpo ad un gruppo politico nel Parlamento europeo, ma di mettere a dura prova l’asse centrale della politica europea di questi ultimi trent’anni, ossia il Partito Popolare Europeo, sino ad ora egemonizzato dalle formazioni tedesche Csu e Cdu.
La postura chiaramente sovranista di Orban mette in campo uno dei fattori più potenti di disgregazione della tenuta dell’attuale posizione del Ppe, che tende a riprodurre una politica dell’Unione Europea assolutamente uguale a quella uscita sconfitta dalle elezioni, la quale ha visto il Partito popolare europeo prono alle logiche della tecno-finanza incarnate dai parlamentari dei Socialisti & Democratici e dei Verdi.
Ursula Von der Leyen sta cercando di essere rieletta poggiando su Ppe, socialisti e verdi, ossia su una coalizione che ha il significato esatto di un arroccamento e che invia agli elettori un messaggio preciso: votate quel che volete, ma comandiamo noi, dove il noi significa le élite della tecno-finanza.
Del pericolo che rappresenta la politica di Orban è segno evidente l’agitarsi dei mandarini europei per i suoi viaggi a Kiev, Mosca, Pechino, al fine di indicare una via che non sia quella dello scontro, ma della possibile mediazione per por fine alla guerra in Ucraina, ma anche, e qui la questione diventa non solo europea, di attivare un tavolo multilaterale, una sorta di nuova Yalta. Posizione che contrasta con quelle dell’attuale amministrazione Usa.
Va in questa direzione la visita di Orban a Donald Trump, in un’America che vede ormai il Partito democratico in totale confusione, pronto a cacciare Joe Biden per sostenere Kamala Harris o qualche altro candidato uscito dal cappello del prestigiatore.
Non si deve considerare di poco conto l’eventuale uscita di scena della famiglia Biden anche in rapporto ai destini dell’Ucraina e della posizione Usa nei confronti della Russia. Troppi scheletri negli armadi impediscono lucidità politica e strategica a vantaggio di difesa di interessi e di storie compromissorie.
Per ora anche la Nato ha messo, al di là delle parole, l’Ucraina in stand by per l’ingresso nell’Alleanza Atlantica, vero nodo dei rapporti con la Russia.
La sponda americana della tecno-finanza, ossia il Partito democratico dei Clinton e degli Obama, è in crisi esistenziale. Comunque vadano le elezioni in America l’era Clinton-Obama è finita. Non a caso la tecno-finanza si arrocca in Europa, area di riserva.
Tuttavia la realtà, come sempre, supera ogni arroccamento e se la partita prevede lo scacco matto al re, ormai nudo, non c’è torre che tenga.
Veniamo ai fatti.
L’asse franco tedesco che ha retto trent’anni di politica europea non c’è più.
A sbriciolarlo, sia chiaro, è stata l’America di Obama, innescando, con il colpo di stato del 2014 in Ucraina, guidato da Victoria Nuland e George Soros, essendo plenipotenziario Joe Biden (vicepresidente di Obama) la reazione Russa, la quale si è esplicitata fino ad aggredire l’Ucraina, portando l’Occidente di fronte ad una guerra simmetrica, di logoramento, stile prima guerra mondiale, che ha messo a dura prova lo stesso assetto militare Nato.
Al di là di ogni considerazione sul conflitto, la conseguenza più evidente è la débâcle della Germania, privata del gas russo a poco prezzo e costretta a chiudere i canali con il mercato cinese. Ne sono l’ennesima prova le misure adottate dal governo del socialista Scholz di revisione degli incentivi per le rinnovabili e quelle adottate nei confronti delle cinesi Huawei e Zte. La Germania è in recessione.
Non meno disastrosa la situazione della Francia, dove l’arroccamento del pupillo della finanza sta creando una situazione di ingovernabilità, dopo che sinistra da una parte e destra dall’altra sono cresciute e il centro è stato battuto alle elezioni legislative.
Anche qui, l’arroganza della tecno-finanza mette a nudo la disponibilità dei socialisti, così come in Europa, all’inciucio costante. Dal cappello del prestigiatore esce, come possibile primo ministro, il trombatissimo Hollande, ma la crisi economica francese è enorme, tanto che Bruno Le Maire, ministro dell’economia, ha tracciato lo scenario di lacrime e sangue dei prossimi anni. Forse, a questo punto, gli astri hanno favorito la Le Pen, che si sarebbe trovata a gestire una Francia “soumis” al rigore europeo e a prendere misure altamente impopolari.
E qui si arriva al nodo del sovranismo.
Francia e Germania, ossia l’asse franco tedesco, dovranno fare i conti con un sovranismo crescente all’interno, poiché quanto arriva dalle logiche delle élite tecno-finanziarie va contro i loro interessi concreti.
Se guardiamo alla Germania, cuore del Ppe, in Baviera, motore industriale del Paese, c’è la Csu, che è ben più a destra della Cdu e che sente il fiato sul collo per la tenuta industriale.
Nella ex Rdt ci sono spinte evidenti, sia di destra, sia di sinistra, con una componente che vuole riprendere i rapporti con la Russia. Quanto potranno resistere la Cdu e la Csu alle spinte interne se appoggeranno l’asse con socialisti e verdi nell’Unione Europea?
Forza Italia, finanziata da Mediaset, deve fare i conti con il mercato pubblicitario e rimarrà fedele nei secoli all’Unione Europea dell’inciucio, ma non è detto che sia così per le altre componenti europee del Partito popolare.
Incalzato da Vox, ad esempio, il Partito popolare spagnolo potrà allegramente sostenere la Von der Leyen che vuole proseguire la politica attuata negli ultimi cinque anni?
Lo stesso dicasi degli altri Paesi.
Viktor Orban ha innescato una mina pronta a scoppiare e non a caso si vede l’agitazione delle élite europee e dei mandarini dell’Unione.
Può essere che dalle urne del 18 luglio esca confermata la Von der Leyen, ma il processo di dissoluzione di una vecchia logica è inarrestabile, perché inarrestabili sono le condizioni economiche, geostrategiche e geopolitiche.
Il Partito popolare europeo saprà capire che è ora di cambiare o aspetta che una possibile frattura si evidenzi, con perdita di pezzi e, conseguentemente, perdita di deputati nel Parlamento europeo?
La partita è apertissima sulle due sponde dell’Atlantico.





