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PSICOLOGIA POLITICA APPLICATA DI MARCO DELLA LUNA

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PSICOLOGIA POLITICA APPLICATA  di Marco Della Luna

Prefazione di Marcello Foa e appendice di Franzaldo di Paolo  Arianna Editrice, pagg. 408

Questo è il primo manuale generale di psicologia politica applicata, con la panoramica delle sue basi scientifiche e delle sue tecniche, più o meno note, più o meno contrarie al rispetto dell’uomo e della legge. 

Un popolo dotato di conoscenza della psicologia politica e di memoria storica non sarebbe governabile se non mediante l’uso continuo della violenza. Questa è la ragione per cui la psicologia politica non è insegnata, se non per suoi aspetti marginali. Per occultare i suoi metodi, i suoi fallimenti, i suoi piani, i suoi veri scopi e al contempo esibire un’immagine etica e legale di sé, oltre che per produrre consenso e per molti altri fini, la politica si avvale della psicologia politica, la quale è tanto più efficace, quanto meno è conosciuta. La divulgazione della psicologia politica suscita l’ostilità delle classi dominanti, perché analizza e decostruisce lo storytelling del loro potere. Ma suscita anche il disagio delle classi governate, perché disturba la loro comfort zone, l’adattamento alla loro condizione, scuotendo le certezze e i valori con cui esse vengono nutrite, dominate e culturalmente trasformate, soprattutto nel grande cantiere dell’Agenda 2030 e del C40, del Nuovo Ordine Mondiale a cui apertamente plaude lo stesso Sergio Mattarella.

Oggi il potere fa un uso della psicologia politica sempre più sistematico e prepotente, volendo adattare l’uomo a una radicale trasformazione riduttiva del tenor di vita e delle libertà, ma i testi disponibili si limitano a trattare aspetti marginali e innocui di queste tecniche, concentrandosi sul marketing elettorale e prudentemente tacendo sulle applicazioni più importanti, dalla propaganda all’ingegneria sociale, al terrorismo di Stato, alla guerra psicologica, al controllo della narrazione.

Questo libro intende, al contrario, esporre la psicologia politica nella sua interezza e in tutta la sua pericolosità. Esso, presentando numerosi esempi storici e numerosi esperimenti scientifici, descrive e mette in relazione tra loro molte tecniche di psicologia politica, applicate sia al governo dei popoli, che nell’interazione tra i governi, comprese le situazioni di guerra, di infiltrazione e destabilizzazione, di false flag. Sono trattate sia le operazioni di psicologia politica per risolvere problemi circoscritti e immediati, che quelle di ingegneria socioculturale, miranti a produrre modificazioni di lungo termine nella cultura e nei costumi delle popolazioni, come le ideologie gender e woke.

Le decisioni del potere politico sono state legittimate in vari modi: col mandato divino, o investitura divina, del monarca; poi con la volontà popolare democraticamente espressa; più recentemente con le richieste dei mercati, insegnando ai popoli che essi sarebbero liberi, trasparenti, ottimali per l’allocazione delle risorse nonché per la prevenzione e la cura delle crisi – un insegnamento tanto falso quanto interessato, perché i mercati non sono affatto trasparenti né liberi, bensì sono controllati da cartelli; e le crisi sono un importante metodo di profitto finanziario speculativo, cioè di arricchimento delle classi apicali a spese del resto dela società. Poiché la dottrina dei mercati quali decisori ottimali oramai smentita dai fatti e ampiamente screditata, diviene necessario introdurre una nova fonte di legittimazione delle decisioni politiche.

Una grande innovazione in questo senso e per la gestione dell’opinione pubblica, esplicitamente preconizzata da qualche tecnocrate, è offerta dall’Intelligenza Artificiale, che gradualmente diventerà uno strumento indispensabile per l’informazione, e per la vita quotidiana nonché professionale, uno strumento che crea dipendenza, e che permette a coloro che la gestiscono sia di tracciare e profilare tutte le attività degli utenti, che di indirizzare le loro conoscenze e scelte del pubblico in quanto i gestori programmano l’Intelligenza Artificiale in modo che consideri attendibili determinate fonti e non altre, determinate teorie (economiche, sanitari, etc.) e non altre, e trasmetta implicitamente queste scelte al pubblico. Ancora più importante, ai fini politici, è il fatto che l’Intelligenza Artificiale può essere presentata e percepita come il decisore perfetto: da un lato appare obiettiva, imparziale: (anche se è programmata per non esserlo, per fare interessi di parte); dall’altro lato, appare avere il massimo della competenza: nessuno conosce, collega ed elabora più dati di essa. Pertanto nessuno può decidere meglio di essa. Quindi è razionale affidare ad essa le decisioni politiche. Le sue decisioni saranno le migliori possiibli. Il suo “pensiero” sarà il legittimo pensiero unico, il Verbo. Chi dissentirà, è un soggetto irragionevole, antiscientifico, contrario all’interesse collettivo. La democrazia, il voto e la volontà popolare, sarà così soppiantata come obsoleta e inaffidabile. Anzi, la volontà popolare sarà legittima solo in quanto allineata con esso.

La psicologia politica applicata ha bensì fini generali (come l’aumentare il controllo, il consenso, la prevedibilità, l’omogeneità dei comportamenti), ma non opera in una dimensione esterna alla storia concreta. I suoi còmpiti sono stabiliti dagli interessai, dai bisogni e dai piani contingenti, di breve o lungo periodo, degli operatori politici.  In particolare, le sue elaborazioni e applicazioni nell’ambito della gestione della pubblica opinione, nell’Occidente, nell’area del dollaro, dalla fine della 2° Guerra Mondiale in poi, hanno avuto un còmpito principale, assorbente e specifico: servire al ruolo e ai bisogni strutturali degli USA come nuova potenza egemone dell’Occidente e del mondo intero. Particolarmente, oltre a costruire una concezione e un insieme di valori popolari di supporto all’egemonia USA, si trattava di esercitare e consolidare due “diritti” esclusivi della potenza egemone, diritti che nessun altro paese poteva avere, perché direttamente sostanzianti l’egemonia: il diritto di sovranità monetaria proprio del dollaro come moneta di riserva globale (che consente di comprare e pagare stampando moneta, così da sostenere la American Way of Life e le spese soprattutto di dominanza militare globale, a sua volta necessaria per imporre l’accettazione del dollaro); e il diritto di intervenire militarmente in altri paesi per imporre, sotto la veste di difesa della libertà contro il comunismo o altre ideologie, l’accettazione del dollaro e in generale l’apertura al capitalismo occidentale. In termini di psicologia politica, ciò comporta un costante impegno delle istituzioni e dei massmedia per legittimare moralmente, politicamente, culturalmente l’azione internazionale, soprattutto militare, degli USA e dei loro stati clienti, facendola percepire all’opinione pubblica come necessaria per fermare i nemici dei valori americani e come moralmente giustificata a difesa della libertà e della giustizia. Ciò veniva e vieme fatto sottacendo, minimizzando o negando i crimini di guerra commessi da Washington e dai suoi stati clienti, enfatizzando o inventando crimini commesso dalla controparte; e anche capovolgendo il senso dei fatti. Avram Chomsky, nel suo Manufacturing Consent, e soprattutto nella introduzione alla seconda edizione, presenta alcuni esempi di ciò: i curdi e i timoriani. Le stragi di curdi commesse dall’alleata Turchia sono definite “repressione”, mentre quelle compiute dal nemico Iraq sono definite “genocidio”. Le stragi di almeno un milione di timoriani commesse dal loro uomo, il dittatore indonesiano Suharto, non sono state condannate. L’intervento nel Vietnam, giustificato come reazione a un attacco mai avvenuto a una nave militare USA (l’incidente del Golfo del Ronchino), è presentato come in difesa dei sudvietnamiti, mentre fu a difesa di un regime autoritario senza consenso popolare, e si esplicò attraverso massicci bombardamenti del Sud Vietnam con bombe convenzionali e armi illecite, chimiche, che hanno reso sterili i campi e causarono centinaia di migliaia di decessi e nascite con deformità e malattie, sicchè oggettivamente, nei confronti dei Sudvietnamiti, non fu affatto un intervento difensivo, ma, al contrario, distruttivo. Washington ha successivamente usato armi illecite (fosforo bianco) anche sui civili iraqeni, e in generale ha colpito bersagli civili, non consentiti dalle convenzioni internazionali.

Una cosiffatta politica estera è sostenibile solo grazie al quasi perfetto dominio dei media di informazione e di intrattenimento, i quali non solo diffondono un’informazione molto aggiustata e censurata, decidendo che cosa e come debba essere percepito dalla popolazione generale (la quale manca dell’iniziativa e della capacità di informarsi in modo adeguato e indipendente), ma creano miti popolari e impiantano pure stereotipi degli USA (come buoni, generosi, democratici, e che salvano il mondo), del sistema liberal capitalista, dei comunisti, etc. Chomsky cita il mito dei prigionieri di guerra trattenuti da Hanoi – un mito forgiato ad hoc durante le trattative di pace, corroborato dalla filmografia (vedi Rambo), e poi risultato infondato, ma usato nel frattempo per ritardare la trattativa di pace e spostare l’attenzione delle masse statunitensi dal dato oggettivo della sconfitta militare del loro Paese alla storia altamente emozionante dei poveri compatrioti trattenuto e torturati dai comunisti.

Questo stile di controllo della psiche popolare è riconoscibile nelle operazioni di Libia, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia e adesso Ucraina. Rispetto a quest’ultima, stiamo osservando il forte impegno manipolativo dei governi europei e della UE stessa.

L’URSS non aveva tali ruoli, mezzi e bisogni, e contrastava l’azione propagadistica in modo asimmetrico, come a suo tempo vedremo, miranti principalmente alla penetrazione culturale e a destabilizzare i paesi occidentali sul piano politico e culturale, cercando di diffondere la consapevolezza delle ingiustizie sociali inerenti al sistema liberal-capitalista, per suscitare conflitto di classe – consapevolezza che l’azione psicopolitica occidentale tendeva a spegnere attraverso l’ingegneria sociale del consumismo e la focalizzazione dell’attenzione sul conflitto tra mondo libero e mondo comunista. Naturalmente, anche l’URSS, entro la sua zona di influenza, ricorreva alla retorica dell’intervento difensivo in favore dei paesi amici per giustificare invasioni come quelle dell’Ungheria, della Cecoslovacchia e dell’Afghanistan, ma tale propaganda non aveva ovviamente i mezzi, l’ampiezza e la strutturazione culturale di quella USA e non era corroborata dall’azione dell’entertainment sulla formazione della sensibilità e dell’immaginario delle masse.

In tempi recenti, i còmpiti affidati alla psicologia politica applicata in Occidente concernono principalmente la costruzione di un pensiero unico, politicamente corretto e obbligatorio intorno ai temi e ai progetti ecologici (Green Deal, Agenda 2030, C40) di trasformazione delle condizioni di vita, all’immigrazione di massa, alla traduzione della ideologia gender-woke-lgbtqx. in riforme giuridiche e sociali nonché, in Europa, dalla promozione del processo di trasferimento dei poteri e delle competenze nazionali all’Unione Europea, assieme all’accettazione-implementazione dei piani economici (l’Euro, i vincoli di bilancio, il PNRR). A questi obiettivi, ultimamente, in Europa, si è aggiunta la campagna di allarmismo per una possibile invasione russa, la mobilitazione “morale” e la politica di riarmo, da finanziarsi anche con tagli a servizi pubblici.

Anche scrivere un libro così, naturalmente, è un atto di psicologia politica applicata, che può richiamare il mito della caverna formulato da Platone nel famoso dialogo Repubblica: alquante persone stanno incatenate ad alcuni banchi dentro una caverna, con la faccia rivolta al fondo di essa. Dalle loro spalle arriva la luce del sole, che sul fondo della caverna proietta le ombre di sagome che alcune persone, camminando nascoste dietro un muretto parallelo all’imboccatura della caverna, muovono tenendole sopra il muretto. I reclusi della caverna pensano che quelle ombre siano la realtà e non si pongono interrogativi a questo riguardo. A un certo punto, uno di loro viene tratto fuori dalla caverna, e dapprima rimane abbagliato dalla luce del sole, poi vede e capisce che cosa è la realtà, e vorrebbe ritornare dentro per “svegliare” gli altri; però se ci prova essi non gli crederanno e se la prenderanno con lui, fino ad aggredirlo. E allora che fare? Ritornare dentro e rischiare, oppure starsene fuori alla luce?

Platone stesso ha dato la sua risposta realistica, la saggia via di mezzo, e lo ha fatto proprio con lo scrivere il libro contenente il mito in parola: chi è interessato e pronto, può leggerlo, capirlo, e aprire gli occhi; mentre chi non è interessato né pronto, chi vuole restare nella sua comfort zone, non è forzato a farlo, può non leggere il libro, o leggerlo e non capirlo, o scordarlo, e rimanere dentro la spelonca. La caverna in effetti richiama l’utero, e i reclusi gli embrioni, che è bene che escano quando sono maturi, non prima[i].

* Marco Della Luna, laureato in legge e psicologia, avvocato e saggista, esperto di tecniche di dominazione sociale, insegna psicologia politica alla SSML Salerno, Tra le sue opere più importanti: Euroschiavi, Neuroschiavi, Tecnoschiavi, Cimiteuro, Oligarchia per popoli superflui.

[i] Il mito della caverna si riferisce alla scoperta della realtà ultima, metafisica; ma la sua struttura psicologica lo rende riferibile a ogni risveglio dall’illusione, anche dall’illusione politica, tanto più che si trova in un dialogo, Repubblica, che tratta ampiamente di politica e di organizzazione dello Stato.

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  • Redazione

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