Home Economia e finanza PRESSIONE FISCALE OLTRE IL 50 PER CENTO, UNA ASSURDITA’

PRESSIONE FISCALE OLTRE IL 50 PER CENTO, UNA ASSURDITA’

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50,3% 

di Francesco Pontelli

” …più si aumentano le aliquote e meno le imposte rendono; per ottenere il rendimento bisogna invece diminuire le aliquote… ” L.Einaudi.

A questo pensiero illuminato del più grande Presidente della Repubblica va aggiunto come egli fosse anche convinto che la stessa moltiplicazione delle imposte, avendo queste sempre un costo, diminuisse l’efficienza del sistema fiscale complessivo.

La classe politica italiana, viceversa, da oltre trent’anni anni utilizza la leva fiscale semplicemente con l’unico obbiettivo di fornire le risorse necessarie ad una spesa pubblica assolutamente impazzita ed ingestibile, troppo spesso espressione di interessi lobbistici e di gruppi di interesse. 

La giustificazione, sempre adottata per giustificare questa deriva e la contemporanea esplosione della pressione fiscale, rimane quella relativa al mancato apporto finanziario legato alla quota di reddito evaso.

Andrebbe ricordato come questa quota evasa abbia una minima incidenza con 80 miliardi di imponibile, su di una spesa pubblica che sta arrivando ai 1.100 miliardi, e che si dimostra, quindi, più un argomento politico che economico, in quanto assolutamente irrisoria nella sua entità, rappresentando meno del 5% della spesa complessiva.

La leva, o la clava fiscale, rappresenta, quindi, l’estrema ratio, la quale consente ad una classe politica assolutamente irresponsabile di continuare ad aumentare la spesa pubblica, in virtù di un ipotetico benessere a vantaggio della collettività.

Un concetto alquanto infantile, in quanto l’effetto della realizzazione di un’opera pubblica, non venendo più realizzata da un’azienda, ma da un general contractor, il quale poi a sua volta attraverso la catena di subappalti trasferisce a caduta ad aziende specifiche, comporta peraltro costi ridotti.

Di conseguenza lo stesso aumento della occupazione risulterebbe assolutamente irrisorio e a tempo determinato.

Il raggiungimento, ora, come il superamento del 50% della aliquota fiscale nel nostro paese rappresenta uno scandalo senza precedenti, anche in prospettiva della continua e costante riduzione della spesa pubblica dedicata, per esempio, al sistema sanitario nazionale.

Questa deriva economico-fiscale meriterebbe un approfondimento, in relazione alle capacità ed onestà intellettuale di chi ha gestito tanto la spesa quanto la pressione fiscale negli ultimi anni a partire dal 2011, quando il debito pubblico segnava 1987 (ora ha raggiunto i 2867 mld).

Appare evidente come la leva fiscale e la stessa spesa pubblica, come il debito che ne consegue, rappresentino l’espressione  di una forma di potere assolutamente svincolata dai suoi effetti per la popolazione, come ampiamente ho anticipato quasi otto anni addietro.

Riportare la spesa pubblica, e la sua prima sorgente che la rifornisce cioè la pressione fiscale, all’interno di un rapporto di valutazione costi/benefici rappresenta la prima scelta per tentare di rientrare all’interno di un sistema democratico, che abbia come obiettivo la crescita dell’intero paese.

Nel caso contrario con questa aliquota (50,3%)   lo Stato diventa semplicemente un predatore di risorse finalizzate al conseguimento  di obiettivi politici ed etici spesso espressione di deliri ideologici, e comunque sempre  molto lontani dal concetto istituzionale di benessere collettivo.

Autore

  • Redazione

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