Piattaforma siderurgica integrata del Mediterraneo
a cura di Institute for Work-in-Progress Studies

Mappa industriale dei laminatoi italiani, distinguendo soprattutto tra laminazione a caldo, laminazione a freddo, lunghi, piani e acciai speciali.

Per molte aziende il dato pubblico disponibile è la capacità/produzione del gruppo o dello stabilimento siderurgico, mentre il numero di addetti è spesso pubblicato a livello di gruppo.
Le cifre più solide sono quelle dichiarate direttamente dalle aziende. Per esempio, Arvedi indica per Cremona circa 3,5 milioni di tonnellate e 1.800 occupati; Terni supera 1 milione di tonnellate e 2.300 addetti; Trieste impiega 350 persone.
Marcegaglia dichiara 6,5 milioni di tonnellate di prodotto finito e 7.800 dipendenti complessivi; Marcegaglia Plates, a San Giorgio di Nogaro, ha una capacità di un milione di tonnellate annue.
Feralpi ha prodotto 2,7 Mt nel 2025 con 2.173 dipendenti; il gruppo comprende i poli di Lonato, Calvisano e Lecco, con laminazione di barre, vergella e prodotti speciali.
Pittini dichiara oggi circa 1.989 collaboratori e una filiera che comprende acciaierie, laminazione di vergella e barre e successive lavorazioni a freddo; il gruppo ha oltre 3 Mt/anno di capacità siderurgica. Verona, in particolare, possiede due linee di laminazione della vergella.
Duferco è particolarmente interessante perché mostra la specializzazione territoriale dei laminatoi: Pallanzeno ha 500.000 t/anno e Giammoro 450.000 t/anno, con prodotti diversi per dimensioni e tipologia di profili.
La geografia che emerge

Il dato interessante è che la laminazione italiana non è affatto scomparsa. È molto più frammentata e specializzata di quanto faccia pensare la crisi dell’ex Ilva.
Possiamo schematizzarla così.

Il vero problema non è semplicemente quante acciaierie possiede l’Italia, ma quale capacità di laminazione possiede e quali prodotti è in grado di ottenere: lamiera spessa, piatto sottile, profili, barre, vergella, acciai speciali, inox, nastri di precisione.
Questa è la differenza fra “avere acciaio” e possedere una filiera industriale strategica.e prendiamo sul serio l’ipotesi di Taranto come grande hub nazionale della laminazione, la trasformazione potrebbe essere molto più ampia del semplice potenziamento dell’attuale stabilimento.
Il punto decisivo è distinguere gli impianti che ha senso trasferire da quelli che devono rimanere legati alla propria metallurgia o a mercati locali.
La base di partenza
Taranto dispone già di una struttura eccezionale: tre treni di laminazione a caldo – due per coil e uno per lamiere – oltre a laminazione a freddo, zincatura e tubifici. Il sito ha inoltre 200 km di binari, 90 km di nastri trasportatori e accesso diretto ai quattro sporgenti portuali.
La capacità autorizzata dello stabilimento è oggi india in circa 6 Mt/anno. Quindi non partirei da zero: Taranto è già un enorme polo di trasformazione piana dell’acciaio.
Quali impianti potrebbero convergere su Taranto?
Una prima ipotesi realistica sarebbe questa.

Il dato particolarmente interessante è quello di Novi Ligure: fu ammodernato negli anni Novanta proprio per arrivare a 2 milioni di tonnellate annue di laminati a freddo e zincati. Genova, invece, ha una capacità nominale storica di circa 1,5 Mt/anno e dispone di decapaggio, laminazione a freddo, zincatura e impianti per banda stagnata/cromata.
Non si dovrebbero trasferire materialmente tutti i vecchi laminatoi: in molti casi sarebbe più razionale ricostruire a Taranto linee moderne equivalenti, utilizzando eventualmente macchinari recuperabili.
Scenario prudente: 3 – 4 grandi poli trasferiti, circa 4 – 5 Mt/anno
Scenario intermedio: 5 – 7 poli/linee, circa 6 – 8 Mt/anno aggiuntivi
Scenario massimo: Taranto diventa il grande hub nazionale dei prodotti piani, concentrando: laminazione a caldo; laminazione a freddo; zincatura; decapaggio; banda stagnata; lamiere pesanti; taglio e spianatura; tubi; centri servizio.
In questo caso potremmo arrivare a una piattaforma industriale da circa: 12 – 15 Mt/anno di prodotti laminati e trasformati.
Non significa 15 Mt di nuovo acciaio prodotto a Taranto: una parte sarebbe bramma – coil importato o prodotto da acciaierie italiane, poi trasformato a Taranto.
Il vero salto sarebbe logistico
Oggi abbiamo una situazione paradossale: minerale – dri – hbi – scrap – Taranto, bramma – coil, Genova, Novi Ligure, laminazione a freddo- zincatura.
La stessa materia prima siderurgica compie quindi lunghi percorsi prima di diventare prodotto finito.
Taranto potrebbe invece diventare:

Questo è molto diverso dal semplice “rilancio dell’Ilva”.
Quanto spazio industriale servirebbe?
Taranto è particolarmente adatta perché non stiamo parlando di costruire una zona industriale da zero.
Il complesso esistente occupa una superficie enorme e possiede già infrastrutture portuali e ferroviarie straordinarie.
Un progetto a tre livelli
Taranto 1 – 8 Mt/anno
Riportare pienamente a regime la capacità esistente e concentrare: caldo; freddo; zincatura; lamiere; tubi.
Taranto 2 – 12 Mt/anno
Trasferire/concentrare: Novi; Genova; parte delle attività Marcegaglia; centri servizio. Avremmo un grande polo nazionale dei prodotti piani.
Taranto 3 – 15 Mt/anno
Fare di Taranto un hub siderurgico mediterraneo, non soltanto italiano: minerale, DRI/HBI, acciaio, bramma, coil, laminato, prodotto finito con capacità di ricevere anche bramme e semilavorati dall’estero e riesportare prodotti ad alto valore aggiunto.
La cosa più importante è che il progetto avrebbe senso non se Taranto sostituisse tutte le acciaierie italiane, ma se diventasse il grande polo nazionale della trasformazione dei prodotti piani, mentre gli altri siti si specializzano.
Questo potrebbe portare a una siderurgia italiana molto più concentrata, portuale e integrata, invece dell’attuale rete frammentata.
E c’è un dato che rende l’ipotesi ancora più forte: la stessa Acciaierie d’Italia oggi spedisce già coil da Taranto verso Genova, Marghera e Ravenna.
In altre parole, una parte della rete che immaginiamo esiste già: bisognerebbe rovesciarne la logica, portando una quota maggiore della trasformazione verso Taranto, anziché spedire semilavorati verso il Nord.
La Grande Taranto della Laminazione
Un altro scenario è costruire la “Grande Taranto della laminazione”, mettendo su una mappa 10 – 12 impianti italiani trasferibili, tonnellate/anno, superficie necessaria, addetti e collegamenti portuali/ferroviari, fino ad arrivare a una capacità complessiva di 12-15 Mt.
Andrebbe costruita come un progetto industriale, non come semplice trasferimento di fabbriche. Il principio è: Taranto diventa il grande nodo italiano dove il semilavorato entra dal mare e viene trasformato fino al prodotto finito.
Le fonti confermano che la logistica esiste già: Taranto invia oggi coil verso Genova, Novi Ligure, Ravenna e altri siti; il complesso dispone di quattro banchine, 200 km di ferrovia interna, due treni di laminazione a caldo, un treno lamiere, zincatura e tubifici.
Obiettivo: 12–15 milioni di tonnellate/anno di prodotti laminati
Si dovrebbero stabilire sei grandi poli produttivi integrati.
Poli integrati
Non sono 15 Mt di acciaio liquido: sono tonnellate di prodotti laminati e trasformati. È una distinzione fondamentale.
Il cuore: Taranto hot strip
Qui non sarebbe da toccare l’esistente, ma creare un sistema composto da: DRI/HBI più rottame, acciaierie elettriche, colata continua, bramme, laminazione a caldo con almeno 5–6 Mt/anno di coil a caldo.
Il vantaggio è enorme: la bramma non deve più viaggiare fino a Genova, Ravenna o Udine per essere trasformata.
Taranto possiede già due treni di laminazione a caldo e una capacità storica di produzione di acciaio molto superiore ai livelli attuali.
Taranto cold
Qui si potrebbe trasferire progressivamente la funzione oggi dispersa soprattutto fra Genova e Novi Ligure.
Novi è particolarmente interessante: è stato ammodernato negli anni Novanta per arrivare a 2 Mt/anno di laminati a freddo e zincati. Genova ha una capacità nominale di circa 1,5 Mt/anno e possiede decapaggio, zincatura e linee di finitura.
Non si dovrebbero trasferire fisicamente i vecchi impianti, ma costruire a Taranto 2–2,5 Mt/anno di laminazione a freddo moderna.
Questo permette di eliminare una grande quantità di: Taranto, nave, Genova, treno, Novi, cliente
sostituendola con: Taranto, laminazione, cliente.
Taranto coated
È probabilmente il segmento con maggiore valore aggiunto. Si dovrebbe realizzare un un grande distretto: zincatura, 1–1,2 mt/anno; preverniciatura 0,3–0,5 mt/anno; stagnato/cromato, 0,2–0,3 mt/anno; finiture speciali, 0,2–0,3 mt/anno. totale: ~1,5–2 mt/anno.
Però la banda stagnata/cromata di Genova è una specializzazione particolare e oggi Genova è indicata come l’unico sito italiano capace di produrla. Quindi non la chiuderei semplicemente: trasferirei la funzione solo dopo aver costruito a Taranto una linea equivalente e qualificata dai clienti.
Taranto heavy plate
Questo è un pezzo strategico. Si tratterebbe di portare a Taranto una parte della capacità oggi concentrata a San Giorgio di Nogaro. Marcegaglia Plates dispone infatti di due laminatoi per lamiere pesanti, con capacità complessiva di circa 1 Mt/anno.
A Taranto si costruirebbe un polo da: 1,5–2 Mt/anno con: lamiere navali; ponti; infrastrutture; energia; recipienti a pressione; wind; mezzi pesanti; difesa; grandi carpenterie.
È una scelta strategica perché Taranto potrebbe collegare direttamente: acciaio, lamiera, cantieristica, porto, nave.
La stessa gamma applicativa di Marcegaglia comprende ponti, eolico, recipienti a pressione, acciai ad alto snervamento e applicazioni navali.
Taranto tubes
L’esistente è già importante: Taranto dispone di tre tubifici. Si potrebbe trasfromare in un vero distretto del tubo: coil, slitting, ERW, tubo e lamiera, SAW, grande tubo. Capacità obiettivo: 0,7–1 Mt/anno. Con specializzazione in: gasdotti; acquedotti; oleodotti; infrastrutture; strutture; energia; offshore; difesa.
Taranto service center
Questa è la parte che trasformerebbe Taranto da semplice laminatoio in piattaforma industriale.
Si potrebbe cerare una gigantesca area di coil center + service center con: taglio longitudinale; taglio trasversale; spianatura; cesoiatura; laser; slitter; preverniciatura; profilatura; componentistica; imballaggio; magazzini automatizzati.
Capacità: 1–2 Mt/anno.
E qui entrano anche imprese private.
Cosa succede agli altri stabilimenti?
Genova: Ridimensionamento della trasformazione pesante. Conservazione di: terminale logistico; distribuzione; alcune produzioni specialistiche; eventuale banda stagnata finché Taranto non è qualificata. Genova diventa il gateway siderurgico del Nord-Ovest, non necessariamente il grande laminatoio.
Novi Ligura: Progressivo trasferimento della grande laminazione a freddo. Rimane: service center, distribuzione, lavorazioni specialistiche.
San Giorgio di Nogaro: Non necessariamente chiusura. Il polo potrebbe mantenere produzioni speciali e diventare centro di finitura del Nord-Est.
Questo è importante perché i due stabilimenti Marcegaglia hanno insieme circa 250.000 m² e 1 Mt/anno di capacità per lamiere pesanti.
Il risultato sarebbe la Grande Taranto
Porto, dri/hbi + scrap, acciaieria, colata, hot strip, cold, zincato / stagnato / verniciato, lamiera / tubo / service, porto, mondo.
La cosa più interessante è che non stiamo inventando una vocazione industriale nuova per Taranto.
La struttura attuale già dimostra questa vocazione: il sito produce coil nero, laminato a freddo, zincato, lamiere e tubi e alimenta Genova e Novi; inoltre dispone di una gigantesca infrastruttura ferroviaria e portuale.
La proposta consiste quindi nel ribaltare il modello logistico esistente.
Invece di: Taranto produce semilavorati e il Nord Italia li trasforma avremmo Taranto produce acciaio, Taranto lo trasforma, Taranto esporta prodotti finiti.
E questo porta a un concetto ancora più ambizioso: Taranto potrebbe diventare il grande “Rotterdam dell’acciaio” italiano, cioè non semplicemente un’acciaieria, ma una piattaforma mediterranea per minerale, DRI/HBI, rottame, acciaio, laminati, tubi, lamiere e prodotti finiti.
Il punto fondamentale è che Taranto possiede già ciò che manca ai poli del Nord: la sorgente primaria dell’acciaio, il porto e una enorme infrastruttura ferroviaria interna. Il sito dispone infatti di circa 15 milioni di m², 200 km di binari e 90 km di nastri trasportatori.
Il salto quantitativo
La configurazione che si propone come scenario-obiettivo sarebbe: 8 Mt acciaio primario + 7 Mt capacità di trasformazione = Grande Taranto siderurgica da 10–12 Mt di prodotti commerciali/anno, considerando ricicli, semilavorati e differenze di massa lungo la filiera.

Non significa necessariamente che tutto il materiale debba essere trasformato localmente: significa che Taranto diventerebbe il baricentro produttivo della siderurgia piana italiana.
Questo è particolarmente interessante perché il piano governativo del 2025 già ipotizzava 6 Mt di acciaio da tre forni elettrici a Taranto e 2 Mt da un forno a Genova, per 8 Mt complessive.
La nostra ipotesi fa un passo ulteriore: non portare semplicemente a Taranto la produzione primaria, ma portare a Taranto anche la trasformazione a valle.
Il valore aggiunto
Qui emerge probabilmente il dato più interessante. Per una grande piattaforma integrata di laminazione, zincatura, verniciatura, taglio e trasformazione, possiamo assumere prudenzialmente un valore aggiunto medio di €250–350/t. Su 7,2 Mt/anno: 7,2 Mt × €250/t = €1,8 miliardi fino a: 7,2 Mt × €350/t = €2,52 miliardi
Quindi una prima stima ragionevole sarebbe: €1,8–2,5 miliardi di valore aggiunto industriale annuo a cui aggiungere l’effetto moltiplicativo su logistica, manutenzione, energia, engineering, servizi industriali, portualità e trasporto.
Con un moltiplicatore territoriale prudente di 1,5–1,7, il sistema potrebbe generare circa €2,7–4,2 miliardi di valore economico complessivo annuo nell’area.
Stiamo immaginando di concentrare in un unico grande nodo portuale-industriale competenze oggi disperse in almeno cinque-sei poli italiani.
La vera Grande Taranto
In sei grandi distretti:
- distretto acciaio: DRI/HBI, forni elettrici, colata continua, bramme
- distretto laminazione: 2–3 treni a caldo, laminatoio quarto, lamiere pesanti
- distretto laminazione a freddo: decapaggio, tandem, ricottura, skin-pass
- distretto rivestimenti: zincatura, alluminatura, preverniciatura, banda stagnata
- distretto trasformazione: tubi, slitters, centro servizi, automotive, elettrodomestico, navalmeccanica, energia
- distretto logistico: porto, terminal coils, terminal minerali/DRI, ferrovia, interporto, magazzini automatizzati.
Il risultato sarebbe molto diverso dal semplice “rilancio dell’ex Ilva”. Sarebbe la trasformazione di Taranto da grande acciaieria a grande piattaforma siderurgica integrata del Mediterraneo.
Trasferimenti produttivi
Non conviene trasferire a Taranto tutta la siderurgia italiana. Conviene trasferire soprattutto le lavorazioni piane che oggi dipendono da coil prodotti altrove, mentre è razionale mantenere al Nord alcuni poli altamente specializzati e tecnologicamente efficienti.

Il conto economico della Grande Taranto
Qui possiamo finalmente fare il primo vero bilancio.
Investimento
| Settore | Investimento |
| Acciaierie/DRI | €2,0–3,0 mld |
| Laminazione a caldo | €1,0–1,4 mld |
| Laminazione freddo | €1,5–2,0 mld |
| Zincatura/verniciatura | €1,0–1,4 mld |
| Lamiere pesanti | €0,9–1,2 mld |
| Automotive/speciali | €1,0–1,5 mld |
| Porto/logistica | €0,7–1,0 mld |
| Ferrovia | €0,3–0,5 mld |
| Energia/accumulo | €1,0–1,5 mld |
| TOTALE | €9,4–13,5 mld |
Quindi utilizzerei come numero centrale di progetto: circa €11,5 miliardi.
Occupazione
Diretta: 4.500–6.000 addetti, ma la Grande Taranto avrebbe bisogno di: manutenzione; engineering; trasporti; movimentazione; automazione; IT; laboratori; sicurezza; servizi portuali; energia; costruzioni; packaging; imprese metalmeccaniche. Per questo si può stimare: ≈12.000–15.000 posti di lavoro complessivi
E soprattutto sarebbero posti di lavoro industriali, non prevalentemente amministrativi o commerciali.
Le infrastrutture
Supponiamo che la Grande Taranto debba movimentare: 6 Mt/anno di prodotti siderurgici
e che il 40% venga trasferito via ferrovia.
Sono: 2,4 Mt/anno
Se consideriamo un treno siderurgico medio da circa 1.750 t: 2.400.000 / 1.750 ≈ 1.370 treni/anno
cioè circa: 4 treni merci siderurgici al giorno solo per i prodotti finiti.
Ma aggiungiamo: DRI/HBI; rottame; carbone/metallurgici; coils; semilavorati; materiali industriali; prodotti destinati al Nord.
Potremmo arrivare facilmente 8–12 treni merci/giorno in uno scenario industriale maturo.
Non è una quantità impossibile, ma richiede una ferrovia progettata per la siderurgia, non semplicemente una linea ferroviaria sulla quale passa anche la siderurgia.
Il vero problema: l’ultimo miglio ferroviario
Questo è il punto sul quale concentrerei una parte importante dell’investimento.
Il porto possiede già collegamenti ferroviari. Il terminal container, per esempio, ha cinque binari direttamente collegati alla rete nazionale. Ma la Grande Taranto avrebbe bisogno di qualcosa di molto più ambizioso: una vera Cittadella ferroviaria siderurgica.
Con: fascio arrivi; fascio partenze; fascio composizione; terminal coils; terminal DRI/HBI; terminal rottame; terminal prodotti finiti; locomotori di manovra; automazione; pesatura dinamica; controllo digitale; collegamenti diretti alle singole acciaierie e laminatoi.
In altre parole: porto – ferrovia – stabilimenti senza attraversamenti stradali e senza manovre inefficienti.





