Il 6 settembre si terranno le elezioni legislative in Sassonia-Anhalt, stato federale tedesco nella Germania centro-orientale
C’è qualcosa di profondamente inquietante in ciò che sta accadendo in Germania alla vigilia del voto di domenica.
Non tanto per il contenuto delle polemiche politiche, che appartengono alla fisiologia di ogni democrazia, quanto per il modo in cui la paura del voto sembra essere diventata essa stessa uno strumento politico.
Quando le istituzioni vengono utilizzate per costruire un clima di allarme attorno all’esercizio del voto, il problema non è più soltanto chi vincerà un’elezione. Il problema diventa il rapporto tra istituzioni e cittadini.
Perché una democrazia dovrebbe avere paura del proprio elettorato?
È questa la domanda che dovremmo porci guardando alla Germania. E non soltanto alla Germania.
Il voto territoriale è uno dei momenti nei quali il cittadino esercita concretamente la propria sovranità. È il momento nel quale le grandi strategie nazionali, le formule europee e il linguaggio delle istituzioni vengono sottoposti alla verifica più semplice e più brutale: il giudizio degli elettori.
E quando quel giudizio appare imprevedibile, la tentazione può diventare quella di costruire intorno ad esso un recinto di paura.
È una tentazione pericolosa.
Perché una cosa è contrastare politicamente un’idea, un partito o una posizione. Altra cosa è trasformare il timore del risultato elettorale in una ragione per delegittimare preventivamente ciò che gli elettori potrebbero decidere.
Ed è qui che il caso tedesco diventa europeo.
Da Maastricht in poi, l’Unione ha costruito una parte rilevante della propria identità intorno a istituzioni, procedure, regole e organismi sovranazionali. Un sistema nato per garantire stabilità e impedire il ritorno delle tragedie del passato ha progressivamente prodotto una classe dirigente nella quale la dimensione politica e quella burocratica sono diventate sempre più difficili da distinguere.
Il problema non è naturalmente l’esistenza delle istituzioni europee. È il rischio che un sistema istituzionale sempre più complesso sviluppi una propria autoreferenzialità, considerando il consenso popolare pienamente legittimo soprattutto quando conferma l’ordine già costituito.
Ed è qui che la Germania diventa un campanello d’allarme per tutta l’Europa.
Se il voto viene percepito come un pericolo quando produce un risultato inatteso, il problema non riguarda più una singola elezione: riguarda la qualità della democrazia europea.
Perché la democrazia non consiste nel garantire che vincano le forze considerate rispettabili dalle istituzioni. Consiste nel garantire che gli elettori possano scegliere anche ciò che quelle istituzioni non desiderano.
Il punto, dunque, non è difendere questo o quel partito. È difendere il principio secondo cui l’elettore non deve essere educato, corretto o intimorito prima di votare. Deve essere libero.
Quando invece la paura, l’allarmismo e la perdita del senso della misura entrano nel linguaggio istituzionale, l’effetto è devastante: non si rafforza l’autorevolezza delle istituzioni, la si consuma.
Perché il cittadino percepisce immediatamente quando chi dovrebbe rappresentarlo comincia ad avere paura di lui.
E allora la domanda che arriva dalla Germania non è soltanto chi vincerà domenica.
È molto più grande.
L’Europa considera ancora il voto popolare la fonte della propria legittimità, oppure comincia a considerarlo un rischio da gestire?
È questa la linea sottile sulla quale si misura oggi la distanza tra un’Europa delle istituzioni e un’Europa dei cittadini.
E forse è proprio questo, più ancora del risultato di un’elezione tedesca, il vero problema politico dell’Europa di Maastricht.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


