Home Politica estera Germania, il voto che misura la crisi del vecchio equilibrio

Germania, il voto che misura la crisi del vecchio equilibrio

0
Germania, il voto in Sassonia-Anhalt

In attesa dell’esito del voto del 6 settembre in Sassonia-Anhalt

Domenica 6 settembre la Germania non vota per il Bundestag, vota in Sassonia-Anhalt, un Land dell’ex Germania orientale.

Eppure, sarebbe un errore considerare questo appuntamento come una semplice elezione regionale.

Perché, questa volta, a essere misurata non è soltanto la popolarità di un partito, ma la tenuta di un sistema politico che, per decenni, ha costruito la propria stabilità sulla capacità dei partiti tradizionali di contenere le forze considerate incompatibili con il consenso democratico.

Oggi, quest’equilibrio appare molto meno solido. Gli ultimi sondaggi collocano l’AfD intorno al 41%, circa 18 punti davanti alla CDU.

Una vittoria non significherebbe automaticamente la formazione di un governo AfD, perché gli altri partiti hanno escluso la cooperazione con essa.

Ma potrebbe comunque produrre un risultato politicamente dirompente. Per la prima volta nella storia della Repubblica federale, un partito di estrema destra potrebbe diventare la forza dominante in un Land e trasformare il proprio consenso elettorale in una concreta ipotesi di potere.

Noi facciamo ideologie per stabilire stabilire se l’AfD piaccia o meno, ma cerchiamo di capire perché la Germania sia arrivata a questo punto.

La risposta non può essere liquidata con la sola categoria dell’estremismo; un partito può essere radicale nelle proprie posizioni e, frattanto, intercettare problemi reali che gli altri partiti hanno lasciato irrisolti.

Immigrazione, sicurezza, costo dell’energia, competitività industriale, rapporto con Bruxelles, guerra in Ucraina e rapporto con la Russia non sono invenzioni propagandistiche, sono questioni concrete sulle quali una parte crescente dell’elettorato chiede risposte.

Ed è qui che si trova la vera vulnerabilità della politica tedesca. Perché la Germania sta attraversando contemporaneamente più trasformazioni.

Il vecchio modello industriale fondato su energia relativamente conveniente, export manifatturiero e, soprattutto, mercato cinese è sottoposto a una pressione crescente.

La concorrenza cinese sta investendo direttamente alcuni dei settori simbolo dell’economia tedesca.

Il caso Volkswagen è emblematico; il gruppo ha appena approvato un piano di trasformazione che prevede 50.000 posti di lavoro in meno e una radicale riduzione della complessità produttiva, nel tentativo di recuperare competitività di fronte soprattutto alla concorrenza cinese.

Contestualmente, Berlino sta facendo qualcosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe apparsa quasi impensabile, sta tornando a considerare la potenza militare come una componente essenziale della propria politica nazionale.

Merz ha dichiarato che la Germania raggiungerà il 3,5% del PIL destinato alla difesa entro il 2029, sostenendo che la NATO dovrà diventare più europea per poter restare transatlantica.

Non è soltanto un aumento della spesa militare, ma un cambiamento della posizione della Germania nell’architettura europea.

Poi c’è l’Ucraina.

La Germania di Merz ha scelto di assumere un ruolo centrale nel sostegno a Kyiv. Berlino dichiara oggi oltre 43 miliardi di euro di aiuti civili bilaterali e circa 57,6 miliardi di euro di assistenza militare fornita o stanziata.

Dal mese di aprile 2026 Germania e Ucraina sono inoltre legate da un partenariato strategico. Pochi giorni fa Merz ha ribadito a Volodymyr Zelenskyj la prosecuzione dell’assistenza civile e militare tedesca, dopo che Berlino ha attribuito alla Russia l’attacco ibrido contro l’aeroporto di Lipsia.

Difficilmente questo elemento elemento può essere separato dal voto di domenica.

Perché l’AfD non contesta soltanto la politica migratoria del governo. Contesta anche l’orientamento geopolitico della Germania, vuole una revisione radicale del rapporto con la Russia e si oppone al sostegno tedesco all’Ucraina.

Ed è proprio qui che il voto regionale assume una dimensione nazionale.

Per la prima volta, una parte significativa dell’elettorato tedesco potrebbe trovarsi a votare non soltanto contro una politica interna, ma contro una precisa visione del ruolo della Germania nel sistema europeo.

La questione diventa, quindi, molto più grande dell’AfD.

La Germania può finanziare una poderosa politica di sostegno all’Ucraina, aumentare drasticamente la spesa per la difesa, contribuire alla costruzione di una maggiore autonomia strategica europea e, nello stesso tempo, affrontare la trasformazione del proprio modello industriale?

Questa è la vera domanda.

La guerra in Ucraina ha modificato la geografia della sicurezza europea, Berlino ha scelto di stare al centro di questa trasformazione, e quella scelta ha un costo sia economico, industriale, energetico e politico.

E mentre la Germania aumenta il proprio impegno militare, il suo settore industriale è costretto a confrontarsi con una concorrenza globale sempre più aggressiva.

La stessa industria tedesca sta chiedendo al governo una politica più dura nei confronti della Cina, mentre le imprese segnalano la crescente pressione competitiva cinese.

È difficile, quindi, comprendere il consenso crescente dell’AfD senza guardare, al contempo, a questi fattori.

Non perché esista un rapporto automatico tra crisi industriale, guerra e voto radicale.

Piuttosto, da sempre esiste una domanda politica evidente: quanto è disposto a pagare il cittadino tedesco per la nuova posizione internazionale che Berlino ha deciso di assumere?

Una domanda che i partiti tradizionali rischiano di non riuscire più a controllare.

Quando una forza politica cresce intercettando un disagio, la delegittimazione morale dei suoi elettori può funzionare per un certo periodo. Ma non risolve il problema che produce quel consenso, trasforma il voto di protesta in voto identitario.

Nasce un paradosso.

Più l’establishment insiste sul fatto che l’AfD non può essere resa politicamente rilevante, più ogni suo successo elettorale può diventare una dimostrazione della distanza tra il sistema e una parte dell’elettorato.

La risposta non è necessariamente l’apertura all’AfD, sarebbe una conclusione semplicistica, ma capire se CDU, SPD e gli altri partiti tradizionali siano ancora capaci di recuperare consenso, rispondendo alle ragioni profonde che alimentano quella crescita.

La Germania che uscirà da queste elezioni non sarà più quella di una destra o di una sinistra, ma riguarderà l’Europa.

La Germania sta cercando di assumere, simultaneamente, il ruolo di principale potenza economica europea, uno dei pilastri della nuova difesa continentale e uno dei maggiori sostenitori europei dell’Ucraina.

Merz ha esplicitamente legato il rafforzamento della cooperazione franco-tedesca alla necessità di rispondere, parallelamente, alla minaccia russa, alla pressione economica cinese e a un rapporto transatlantico che non può più essere dato per scontato.

E se Berlino cambia, cambia anche l’Europa.

Una Germania più armata, più autonoma sul piano strategico e più impegnata sul fronte ucraino sarebbe una cosa.

Una Germania politicamente paralizzata dalla crescita dell’AfD, costretta a ripensare la propria politica verso la Russia e contemporaneamente alle prese con la crisi del proprio modello industriale sarebbe un’altra.

La differenza non si misura soltanto a Berlino, si misura a Bruxelles, a Varsavia, a Parigi, a Washington e sul fronte orientale dell’Europa.

Per adesso possiamo solo domandarci: quanto può ancora spingersi la trasformazione strategica della Germania senza che una parte crescente della Germania decida di trasformare, attraverso il voto, quella stessa strategia?

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui