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Lebensraum della rete intertribale delle élite progressiste – Parte 1

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Lebensraum della rete intertribale

Il woke potrebbe essere inteso come una “lingua tribale” – Il conflitto con il territorio –

L’attuale temperie storica, sociologica, culturale e valoriale riporta all’attenzione il concetto di Lebensraum, spazio vitale, usato in varie epoche per stabilire geograficamente il predominio di questa o di quella etnia, oppure di questa o quella ideologia.

Ritengo che il concetto di Lebensraum abbia oggi una sua applicazione in quella che definisco «rete intertribale», dove le tribù sono costituite dalle élite finanziario tecnocratiche, le quali hanno un’ideologia progressista e woke (oggi in declino) e che territorialmente si stabiliscano nelle città.

Questa ipotesi è interessante da sviluppare, soprattutto se la prendiamo in considerazione come “spazio di influenza” o “spazio vitale socio-territoriale”.

Le élite finanziarie – tecnocratiche – professionali culturali condividono linguaggi, valori, istituzioni e reti transnazionali, si concentrano soprattutto nelle grandi città, controllano o influenzano: finanza – università – media – cultura – amministrazione – imprese – ONG – tecnologia e producono una sorta di ambiente sociale omogeneo che tende a separarsi culturalmente dal territorio circostante.

Questo è un fenomeno reale che la sociologia urbana studia da tempo sotto categorie diverse: cosmopolitan élites, global cities, creative class, professional-managerial class, urban progressive enclaves, ecc.

L’originalità dell’ipotesi che sottopongo al lettore consiste nel tentativo di leggerlo come una forma di territorializzazione della rete.

La “tribù” progressista non è più territoriale nel senso classico, ma è “rete intertribale”.

La tribù tradizionale era: territorio, popolo, identità, élite.

La tribù contemporanea potrebbe essere: rete, identità, istituzioni, territorio.

È quasi il contrario.

Un dirigente finanziario di Milano può avere più affinità culturali con un dirigente di Londra, Parigi o New York che con un operaio della provincia lombarda.

Non necessariamente perché abbia interessi identici in ogni cosa, ma perché condivide: università di riferimento; lingua professionale; piattaforme finanziarie; reti d’impresa; conferenze; media; valori culturali; mobilità internazionale; modelli abitativi; consumi culturali.

Il territorio nazionale diventa quindi meno importante della rete.

Ed è proprio per questo che la definizione “rete intertribale” è suggestiva.

La città diventa il territorio della tribù in rete

La città globale non è semplicemente un luogo fisico. Può diventare una sorta di ecosistema sociale autosufficiente: finanza, università, professioni, media, politica, cultura, tecnologia.

Tutti questi elementi si alimentano reciprocamente.

Milano, Londra, Parigi, New York, San Francisco, Bruxelles ecc. possono quindi essere interpretate come “nodi territoriali” di una rete tribale transnazionale.

La cosa importante è che la rete non coincide con la popolazione della città.

Una città può contenere contemporaneamente: élite globalizzata e popolazione locale con valori, interessi e condizioni economiche molto differenti.

Ed è qui che nasce una delle fratture politiche contemporanee più interessanti: città globalizzata contro territorio nazionale.

Il woke potrebbe essere inteso come una “lingua tribale”

Il woke può essere interpretato non soltanto come ideologia, ma come linguaggio di riconoscimento reciproco di una determinata classe urbana.

Una persona che utilizza correttamente determinati codici: diversity, inclusion, gender, climate, intersectionality, ESG, DEI, esprime un segnale di appartenenza: “Appartengo a questo ambiente”.

Il woke è quindi anche un marcatore di status e di appartenenza.

Se il woke entra in declino, la questione non è semplicemente che alcune idee vengono abbandonate.

La tribù rischia di perdere il proprio linguaggio identificativo.

Il Lebensraum delle élite progressiste non è conquista territoriale, espulsione, dominio etnico; è piuttosto: concentrazione, segregazione sociale, controllo istituzionale, influenza culturale.

Il concetto pertanto potrebbe essere: Lebensraum delle élite progressiste non come territorio da conquistare militarmente, ma come spazio urbano nel quale una rete transnazionale di élite concentra capitale economico, capitale culturale, capitale tecnologico e potere istituzionale.

E allora possiamo addirittura formalizzarlo in uno schema.

quattro capitali

L’aspetto significativo del conflitto con il territorio

Il conflitto con il territorio è una questione politica enorme.

La rete urbana può pensare: “Il futuro è qui.” Il territorio può rispondere: “Ma noi produciamo ciò che vi permette di vivere.”

Quindi potremmo avere una frattura tra “rete intertribale” (capitale, conoscenza, finanza, tecnologia, città e “territorio” (energia, industria, agricoltura, logistica, lavoro materiale). Ed è una frattura che attraversa l’intero Occidente.

L’ipotesi teorica che propongo a questo punto può diventare ancora più potente, perché la vera contrapposizione potrebbe non essere destra verso sinistra, ma “rete intertribale” contro territorio.

La rete è: cosmopolita; mobile; finanziaria; digitale; professionalizzata; transnazionale.

Il territorio è: nazionale; produttivo; infrastrutturale; industriale; demograficamente radicato; meno mobile.

E il conflitto politico nasce quando la rete prende decisioni che producono conseguenze sul territorio senza essere necessariamente immersa nella vita materiale del territorio.

Questa potrebbe essere una delle chiavi per comprendere: Brexit, Trump, populismi europei, crisi della socialdemocrazia, crisi del woke, anti-élite, nazionalismo economico, reindustrializzazione.

La territorializzazione di una rete transnazionale

E arriviamo alla formulazione, probabilmente più interessante relativa all’idea iniziale: il vecchio “spazio vitale” era la territorializzazione dell’identità di un popolo. Il nuovo “spazio vitale delle élite” potrebbe essere la territorializzazione di una rete transnazionale.

Non più: popolo, territorio, Stato, ma rete, città, istituzioni, territorio.

E questo spiega anche perché le città possono diventare politicamente progressiste mentre le campagne e le aree industriali diventano conservatrici, senza che ciò sia necessariamente una semplice differenza ideologica.

Potrebbe essere la manifestazione territoriale di due sistemi sociali differenti.

E, soprattutto, spiegherebbe perché la crisi del woke potrebbe essere molto più destabilizzante per le élite urbane di quanto appaia: se viene meno il linguaggio identitario che teneva insieme la rete, la rete deve trovare una nuova forma di legittimazione.

In questo quadro, la presenza del Rhine Group, nuovo pensatoio di Draghi, Collison, Aghion, ecc, potrebbe rappresentare proprio il tentativo di sostituire la vecchia legittimazione morale-identitaria con una nuova legittimazione basata su innovazione, crescita, competitività e tecnologia.

La domanda successiva, allora, diventa davvero interessante: questa nuova rete riuscirà a riconnettersi al territorio produttivo, oppure costruirà semplicemente una nuova forma di élite urbana, questa volta post-woke?

A questo punto la domanda centrale è: capire dove sta andando l’Occidente.

segue

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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