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Europa, delirio dei moribondi che vogliono la guerra per sopravvivere

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Europa, delirio dei moribondi

La propaganda dell’European Council on Foreign Relations – La Ruota della fortuna gira – I droni di Lipsia per esorcizzare AfD in Sassonia – Londra baricentro finanziario di una guerra con la Russia

Quando uno è moribondo spesso delira e rischia di trascinarci in guerra con la Russia.

L’ultima trovata, che attesta che l’Unione Europea a giunta al fine vita, è la recente analisi dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), il think tank (un centro di studi ed elaborazione di idee) pan-europeo specializzato in politica estera e affari internazionali.

Il pensatoio si dichiara indipendente, ma nella lista ufficiale dei partecipanti compaiono, tra gli altri, Commissione europea, European Investment Bank, ministeri degli Esteri di Italia, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Norvegia, Polonia, Giappone, Paesi Bassi, ministeri della Difesa, uffici del Primo ministro francese e (udite udite) grandi fondazioni private come: Open Society Foundations, Rockefeller Foundation, Rockefeller Brothers Fund, Ford Foundation, Carnegie Corporation, Bill & Melinda Gates Foundation, Stiftung Mercator, European Climate Foundation, Luminate, Ploughshares Fund oltre a numerose società, tra cui ENI, Generali, Intesa Sanpaolo, Santander, BBVA, Equinor, Mercedes-Benz, Nokia.

Messo a nudo il parterre del pensatoio, questo ha emesso una sentenza, ovviamente rilanciata dal Financial Times: “Vannacci cavallo di Troia della Russia in Italia”.

Il quotidiano britannico ricostruisce le posizioni di Vannacci partendo dall’attacco alla politica italiana di sostegno all’Ucraina sul caro-carburanti.

“Quando i prezzi della benzina in Italia hanno raggiunto quest’estate il livello più alto degli ultimi tre anni, l’esponente della destra radicale Roberto Vannacci ha interrotto le sue vacanze al mare per dare la colpa all’Ucraina”, scrive il Financial Times.

In un video sui social, Vannacci aveva sostenuto che gli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie russe avessero fatto “volare alle stelle” i prezzi dei carburanti, proponendo come soluzione: “Smettere di dare armi e denaro all’Ucraina”.

Secondo il Financial Times, l’attacco di Vannacci “ha aperto un nuovo fronte contro la premier Giorgia Meloni”, sfidando direttamente la sua politica estera fortemente favorevole all’Ucraina “con argomenti sorprendentemente vicini a quelli di Mosca”.

Tra i punti sostenuti dal generale, il quotidiano cita anche la richiesta di rilanciare affari e commercio con il Paese guidato da Vladimir Putin.

Poveretti, il delirio del fine vita ha colpito.

Se l’Islanda dice di no all’Unione Europea non si vuol capire che chi vive di pesca non ne vuol sapere di una banda di scappati di casa che misurano la curvatura delle banane e la dimensione delle cozze.

No. La colpa è di Putin che ha corrotto i pescatori e la Russia è alleata delle banane.

Nelle fasi calde della campagna referendaria, la ministra degli Esteri islandese, Þorgerður Katrín Gunnarsdóttir, aveva lanciato l’allarme sul rischio di ingerenze straniere.

Successive analisi giornalistiche e di intelligence – evidenziate, guarda caso, da testate come la Repubblica, hanno denunciato una massiccia campagna di “infowar” orchestrata tramite fabbriche di troll e spot di notizie false riconducibili al Cremlino, volta a esacerbare le paure della popolazione per favorire la vittoria del “No” e indebolire l’espansione geopolitica dell’Unione Europea.

Non sanno perdere e soprattutto sono deliranti.

Putin Sassonia

 

Merz, che se la fa sotto per le elezioni in Sassonia si inventa il drone con la bomba a Lipsia, ovviamente inviato dalla Russia.

Le consultazioni locali in Sassonia-Anhalt di domenica non sono un appuntamento elettorale di routine, sono un test per la federazione tedesca e per l’Europa.

Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale un partito di estrema destra potrebbe prendere il potere nel Paese.

I sondaggi indicano per Alternative für Deutschland (AfD) un consenso attorno al 40-42 per cento dei voti, con i cristiano-democratici della CDU del cancelliere Friedrich Merz molto staccati, con un sostegno stimato tra il 23 e il 26 per cento delle preferenze.

La vittoria della destra estrema, negazionista sul green e sul clima, anti-immigrazione, anti-islam, anti-Unione europea, anti-euro, appare come fortemente probabile.

AfD è in crescita continua e costante: in Germania è passata dal 4,7 per cento di voti nel 2013 al 20,8 per cento nel 2025, in Parlamento europeo è passata dal 7,1 per cento e 7 seggi delle elezioni del 2014 al 15,9 per cento e 15 seggi al voto del 2024.

Sondaggi Sassonia

 

Sintesi dei dati:

AfD (Blu): 40-43%

CDU (Nero/Antracite): 22-24%

Linke (Magenta/Rosso scuro): 11-13%

SPD (Rosso): 6-9%

Verdi (Verde): 5-6%

BSW (Viola/Amaranto): 3-5%

FDP (Giallo): 2-4%

Siamo davanti a una possibile rottura del sistema politico della Germania orientale.

Il vero drone che vola sulla testa di Merz è AfD. I suoi alleati sono allo stremo.

Cosa fare? Inventarsi un drone di Putin. Il classico drone elettorale.

L’accusa viene dal ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt che, in conferenza stampa, indica la Russia come responsabile del tentato attacco con droni all’aeroporto di Lipsia.

Dobrindt ha spiegato che “il tentato attacco all’aeroporto di Lipsia del 4 agosto rientra nel consolidato schema delle operazioni ibride russe in Europa”.

Gli investigatori tedeschi hanno identificato i sospettati coinvolti nel tentato attacco, sostenendo che hanno agito per conto di un’agenzia di intelligence russa.

Come riportano i media tedeschi, uno dei sospettati è un bielorusso con passaporto russo, il cui Dna è stato rinvenuto sul luogo dell’attacco: sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto italiano, secondo quanto riferisce la Bild rilanciando Suddeutsche Zeitung, NDR e WDR.

L’uomo era già noto per reati commessi nei Paesi baltici, secondo quanto riportato dalle testate tedesche. Un secondo uomo, di origine russa e con passaporto lettone, avrebbe svolto un ruolo chiave nella preparazione dell’attentato: si sarebbe recato in Germania via aeroporto di Berlino Brandeburgo (BER) alla fine di luglio, avrebbe proseguito per la Sassonia e avrebbe lasciato il Paese due giorni prima del fallito attentato.

Le bugie dei tedeschi hanno le gambe corte. Il cittadino bielorusso – in possesso di visto italiano – non è mai transitato per il nostro Paese. A dirlo è il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dopo gli accertamenti urgenti che sono stati svolti in queste ultime ore.

Ovviamente arriva immediatamente il delirio di Ursula. La Von der Leyen grida: “Attacco opera di agenti russi sul territorio UE”.

Se l’attacco a Lipsia “fosse andato a buon fine – aggiunge nel suo delirio la presidente della Commissione Europea in cerca di soldi per il riarmo tedesco -, avrebbe causato danni enormi e forse anche delle vittime. Voglio quindi essere molto chiara su che cosa sia stato. Si è trattato di un attacco condotto con materiale di tipo militare da agenti russi sul territorio dell’Unione europea”.

Mosca ha avvertito che “risponderà a tutte le azioni anti-russe” e il portavoce del ministero degli Esteri ha detto: “Hanno inventato un pretesto”.

Immediata la solidarietà della NATO che, scrive su X il segretario generale, l’olandese Mark Rutte, che ha sentito il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Meloni e Tajani hanno espresso solidarietà alla Germania, sbilanciandosi. Giorgia Meloni ha affermato: “I tentativi di intimidirci o di creare divisioni tra gli alleati non avranno successo: le azioni ibride “riguardano tutti e troveranno una risposta unitaria”.

Sulla stessa linea della premier anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che, al suo arrivo a Wicklow dove si tiene la riunione informale dei ministri degli Esteri dell’UE, ha detto: “Certamente bisogna rispondere uniti a questi attacchi, a queste provocazioni, che servono anche a testare la reazione dell’Europa e l’unità dell’Europa. La migliore risposta è l’unità dell’Unione europea, la solidarietà alla Germania che non è mancata, non mancherà e la ribadiamo anche qui in occasione della riunione dei ministri degli esteri dell’Unione Europea. Siamo a fianco della Germania, lo esprime anche il ministro degli esteri Wadephul, sapendo che la Germania può contare sulla vicinanza dell’Italia”.

Non poteva mancare Volodymyr Zelensky, il quale ha discusso col cancelliere tedesco, Friedrich Merz, definendo l’incidente “l’ennesima escalation russa”.

L’oro a Londra per prepararsi alla guerra

Mentre i politici europei, sempre meno leader, se mai lo sono stati, discutono del drone di Putin e dei pescatori della Finlandia, l’Olanda viste le instabilità geopolitiche sposta il suo oro, ben 86 tonnellate, nella banca del Regno Unito.

In un comunicato l’istituto centrale ha sottolineato come la misura miri a «migliorare la liquidità e negoziabilità delle sue riserve» e rafforzare la capacità di resistere alla crisi.

Una «più bilanciata distribuzione delle riserve», rileva aiuterà a «spalmare il rischio» ed essere più efficaci in caso di situazione di crisi.

Lo spostamento è avvenuto fra marzo e agosto, rileva la Dnb, e ha riguardato 86 tonnellate su 313 detenute negli USA e Canada verso la Bank of England a Londra, considerato «il maggior centro» mondiale per l’oro fisico e dove il metallo può essere disponibile più facilmente e velocemente in caso di crisi.

«Ci aspettiamo di non doverlo usare mai ma abbiamo bisogno di rafforzare la nostra resistenza» sottolinea il governatore Olaf Sleijpen. Le riserve complessive della DNB ammontano a 612,4 tonnellate per un valore, certificato a fine 2025, di 72,2 miliardi di euro.

Già nel 2014 la banca centrale olandese aveva ridotto la quota di oro detenuto negli Stati Uniti. I depositi sono una eredità della seconda guerra mondiale e degli accordi di Bretton Woods che avevano indotto molti istituti a spostare negli Usa un’alta percentuale delle loro riserve. Una situazione ora mutata.

Non a caso anche la banca centrale francese, qualche mese fa, aveva venduto le riserve in lingotti negli USA per rimpiazzarle con altre a Parigi.

Secondo la Bloomberg la DNB ha ceduto 59 tonnellate di oro a New York per comprarlo poi sul mercato di Londra mentre 27 sono state spostate fisicamente da New York a Zeist, in Olanda.

Secondo la DNB alla fine del 2025 le riserve auree dei Paesi Bassi ammontavano a 612,4 tonnellate, per un valore di 72,2 miliardi di euro. La decisione di spostare le riserve ha permesso alla banca di distribuirle in modo bilanciato tra i diversi luoghi di custodia.

Il dato politicamente importante è che la distribuzione è passata da:

Prima Dopo
🇳🇱 Zeist 30,8% 30,8%
🇬🇧 Londra 18,1% 32,1%
🇺🇸 New York 31,3% 18,5%
🇨🇦 Ottawa 19,7% 18,5%

Quindi Londra diventa il principale deposito estero dell’oro olandese, superando nettamente New York.

Questo è il dato sensibile, che è anche una opzione politica pro Inghilterra e contro Trump.

E la DNB fornisce una motivazione ufficiale molto precisa: aumentare la liquidità e la negoziabilità dell’oro e renderlo più rapidamente utilizzabile in una crisi. L’oro custodito presso la Bank of England è considerato più facilmente negoziabile di quello a New York e Ottawa.

Perché Londra?

Quattro possibili risposte.

1. Preparazione a una crisi finanziaria – geopolitica. È la spiegazione ufficiale. La DNB parla esplicitamente di “increasing geopolitical unrest”, di resilienza e di preparazione a crisi gravi.

2. Il fattore Trump è probabilmente reale, anche se non dichiarato. Qui bisogna distinguere ciò che dice DNB da ciò che possiamo dedurre. La banca non dice: “Abbiamo spostato l’oro perché non ci fidiamo di Trump”, ma il contesto del 2026 è quello di una forte deteriorazione dei rapporti transatlantici, compresi i conflitti commerciali USA-Canada e le tensioni USA – Europa.

La stampa finanziaria interpreta infatti la decisione anche alla luce della crescente preoccupazione europea sulla prevedibilità della politica americana. Siamo in presenza di una copertura geopolitica rispetto agli Stati Uniti.

3. Londra non è semplicemente “Inghilterra”: è il mercato mondiale dell’oro. La scelta può essere Londra perché Londra è il principale hub mondiale dell’oro fisico. La stessa DNB lo dice: l’oro custodito presso la Bank of England risponde agli standard internazionali di mercato ed è considerato il più facilmente negoziabile.

4. “Ossigeno all’Inghilterra”. C’è ovviamente una conseguenza geopolitica interessante: più oro delle banche centrali europee viene custodito a Londra e maggiore è la centralità di Londra nel sistema finanziario europeo post-Brexit. Questa conseguenza può essere strategicamente importante anche se non è la finalità dichiarata.

Riorganizzazione geografica delle riserve auree europee.

Guardando la sequenza: la Francia ha recentemente rimpatriato oro dagli Stati Uniti, la Germania mantiene una grande quota a New York, ma è sotto crescente pressione per ripensare la distribuzione; i Paesi Bassi riducono drasticamente New York/Ottawa e portano Londra dal 18,1 al 32,1% potremmo essere in presenza di una possibile riorganizzazione geografica delle riserve auree europee.

Non è ancora un esodo dagli USA, ma qualcosa in atto c’è.

Il caso olandese è davvero anomalo. Tra marzo e agosto 2026 la DNB ha ridotto la quota a New York dal 31,3% al 18,5% e quella a Ottawa dal 19,7% al 18,5%, portando Londra dal 18,1% al 32,1%. La quantità complessiva di oro non è cambiata: circa 612 tonnellate.

E soprattutto la DNB usa proprio la formula “increasing geopolitical unrest” e parla di maggiore resilienza e preparazione alle crisi. L’oro a Londra, secondo la DNB, è più facilmente negoziabile e mobilizzabile.

Quindi non è una normale operazione amministrativa di poco conto.

La Francia ha fatto qualcosa di ancora più radicale; ha ritirato tutto il proprio oro dalla Federal Reserve di New York tra luglio 2025 e gennaio 2026.

Secondo il Financial Times, l’operazione ha comportato anche una riorganizzazione delle riserve e ha prodotto circa 11 miliardi di euro di plusvalenza.

Però l’allora governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau, aveva negato che il rimpatrio fosse una decisione politica.

Questo è importante: Francia più Paesi Bassi hanno entrambi ridotto l’esposizione al deposito statunitense, ma con motivazioni ufficiali diverse.

La Germania, invece, non sta seguendo la stessa strada. La Bundesbank mantiene circa un terzo dell’oro a New York. Il suo presidente Joachim Nagel ha difeso esplicitamente la permanenza dell’oro negli USA, sostenendo che le riserve sono sicure e beneficiano di una particolare protezione giuridica.

La distribuzione tedesca è grosso modo: 51% Francoforte, 37% New York, 12% Londra secondo i dati riportati dalla stampa tedesca.

E l’Italia? Qui troviamo un elemento molto interessante. Banca d’Italia dichiara che possiede 2.452 tonnellate d’oro e che il metallo è conservato sia nei propri depositi, sia presso altre grandi banche centrali.

La stessa Banca d’Italia afferma che la distribuzione geografica è parte di una strategia di diversificazione del rischio e che la custodia nei grandi centri finanziari permette un utilizzo più rapido delle riserve.

Quindi l’Italia ha già strutturalmente una parte dell’oro a Londra, ma nei dati pubblici che ho trovato non emerge, per il 2026, un’operazione italiana analoga a quella olandese.

La quantità complessiva italiana resta intorno alle 2.452 tonnellate; i dati ECB disponibili per il 2026 mostrano il valore delle riserve, ma non una variazione geografica che permetta di affermare che Banca d’Italia stia trasferendo oro da New York a Londra.

Se guardiamo all’Austria troviamo una conferma importante della funzione di Londra. L’Austria aveva già deciso una strategia molto simile prima dell’attuale crisi geopolitica.

La OeNB ha 280 tonnellate di oro: 140 t in Austria, 84 t nel Regno Unito, 56 t in Svizzera. La banca spiega esplicitamente che la distribuzione tra più luoghi riduce il rischio di concentrazione e consente di utilizzare l’oro nei mercati di Londra e Zurigo.

Londra non viene scelta necessariamente perché “britannica”, ma perché è il principale centro internazionale dell’oro fisico.

Belgio: nessuna evidenza di una svolta analoga. Per il Belgio i dati ECB confermano una consistenza significativa delle riserve auree, ma non ho trovato un annuncio comparabile a quello olandese relativo allo spostamento verso Londra.

E allora come interpretare quanto sta avvenendo?

Possibile il fattore geopolitico.

Il timing è significativo: il trasferimento olandese avviene nel 2026, in un momento di forte tensione transatlantica. La stampa finanziaria collega esplicitamente la decisione al deterioramento dei rapporti USA – Europa durante la presidenza Trump.

La logica sarebbe: non necessariamente riportare tutto in patria, non lasciare tutto negli USA, mantenere l’oro in un grande mercato internazionale, diversificare il rischio geopolitico.

E Londra ha una caratteristica unica: è fuori dall’UE, ma è il principale mercato mondiale dell’oro fisico.

Questa combinazione può diventare strategicamente preziosa in una fase in cui Europa e Stati Uniti stanno ridefinendo il loro rapporto.

Le connessioni con la logica di una lunga guerra in Ucraina

Inoltre gli spostamenti potrebbero avere una connessione con le logiche inglesi e francesi di escalation nei confronti della Russia e della Von der Leyen di riarmo europeo.

Una relazione strategica è plausibile in base ad una lettura geopolitica.

Mettendo insieme i tre elementi – oro olandese verso Londra, crescente assertività anglo-francese verso Mosca e finanziamento europeo pluriennale dell’Ucraina – emerge una logica abbastanza coerente.

Il dato più interessante è la destinazione: Londra. L’Olanda sta preparando le proprie riserve per uno scenario di crisi nel quale il centro finanziario europeo più immediatamente utilizzabile diventa Londra?

Negli ultimi giorni la situazione si è effettivamente irrigidita.

Il 27 agosto Mosca ha minacciato di colpire obiettivi militari britannici, dentro e fuori l’Ucraina, in risposta all’impiego di missili britannici a lungo raggio contro obiettivi russi. Londra ha risposto ribadendo di essere “shoulder to shoulder” con Kiev.

Parallelamente, Francia e Regno Unito stanno assumendo un ruolo sempre più importante nella sicurezza europea e nel sostegno militare all’Ucraina. A giugno Francia, Regno Unito e Germania hanno ribadito congiuntamente il sostegno a Kiev.

E adesso l’UE sta reagendo anche agli episodi attribuiti alla guerra ibrida russa: dopo il caso dell’aeroporto di Lipsia, gli Stati europei stanno preparando ulteriori sanzioni e misure di sicurezza.

Quindi sì: il trasferimento dell’oro avviene nello stesso momento storico nel quale Londra sta assumendo una funzione militare e strategica più importante in Europa.

La Commissione ha predisposto un prestito UE di €90 miliardi per Ucraina per il 2026-27, dei quali circa €60 miliardi destinati all’assistenza militare e €30 miliardi al sostegno generale del bilancio ucraino.

E Von der Leyen ha esplicitamente detto, nel marzo 2026, che l’UE avrebbe erogato il prestito “one way or the other” (in un modo o nell’altro), anche davanti al blocco ungherese.

Non siamo più semplicemente davanti a: “Aiutiamo l’Ucraina finché dura la guerra”. Si sta costruendo una logica che vede UE, finanziamento pluriennale, capacità militare ucraina, guerra sostenibile nel tempo.

Possiamo costruire questo schema:

Russia guerra prolungata

 

Questa è una lettura geopolitica coerente e diversi attori si stanno adattando allo stesso mutamento strutturale.

Un particolare ancora più importante

La DNB ha effettuato lo spostamento tra marzo e agosto 2026. Quindi l’operazione è stata materialmente realizzata prima della notizia resa pubblica il 2 settembre, mentre nel frattempo si sviluppavano: l’uscita americana dal finanziamento diretto dell’Ucraina; la crescente responsabilizzazione europea; il rafforzamento del ruolo britannico e francese; l’aumento delle tensioni NATO – Russia; la costruzione di strumenti finanziari europei pluriennali per Kiev.

È quindi possibile leggere la decisione olandese come una forma di preparazione patrimoniale a un nuovo regime geopolitico europeo.

C’è una simmetria quasi perfetta: Londra diventa centro finanziario e mercato fisico dell’oro mentre Londra e Parigi diventano il crescente nucleo politico-militare europeo sull’Ucraina.

Se l’Europa si prepara a sostenere finanziariamente e militarmente l’Ucraina anche senza Washington, diventa razionale che alcuni Stati vogliano avere una maggiore disponibilità delle proprie riserve in un centro finanziario europeo facilmente liquidabile.

Questo significa la struttura patrimoniale e finanziaria dello Stato a un’Europa che deve assumersi una quota crescente del rischio geopolitico senza poter contare automaticamente sugli Stati Uniti.

Se fosse una strategia europea coordinata, dovremmo vedere molti altri Paesi fare esattamente la stessa cosa, ma questo non avviene. Pertanto siamo ancora una volta di fronte all’attivismo di Francia, Inghilterra e dell’Olanda che è fortemente dipendente dalla City, in quanto sede europea delle maggiori multinazionali.

Siamo in presenza di un’Europa che si prepara a sostenere il confronto con la Russia con un’autonomia molto maggiore dagli Stati Uniti.

Se Londra sta diventando il centro finanziario dell’Europa “di guerra”, quali altri asset strategici europei – oro, debito, banche, assicurazioni, industria della difesa – stanno contemporaneamente spostando il proprio baricentro verso Londra?

Oro, geopolitica e guerra in Ucraina

La propaganda ossessiva del delirio dei moribondi trova nell’oro una sua traccia di strategia reale: vogliono la guerra per sopravvivere.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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