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Una strategia di sradicamento della civiltà occidentale – Parte 1

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strategia di sradicamento della civiltà occidentale

Distrupt Texts, il woke maoista e la catena cinese del soft power – Trasformazione del canone è modifica del concetto di autorità culturale – Black Lives Matter, Black Futures Lab, progetto fiscalmente sponsorizzato dalla Chinese Progressive Association di San Francisco

Dietro il wokismo c’è una strategia di sradicamento della civiltà occidentale, mentre altre civiltà rivendicano le loro radici e collocano la loro attualità nel solco della tradizione.

“Benvenuti nell’impero – scrive Maurizio Perriello – Domino 2026 – dove il nuovo scaturisce sempre dal vetusto, dove chi agisce è sempre colui che dapprima ricorda”.

Rispondendo a Trump, recentemente (2017) Xi Jinping disse: “Noi siamo il popolo originario, capelli neri, pelle gialla, un’eredità che si tramanda di generazione in generazione. Noi siamo i discendenti del Drago”. [i]

L’impero è quello cinese che non è ammalato del virus della cancel culture, probabilmente perché ha contribuito a inocularlo all’Occidente fin dai tempi di Mao. Quello che dice Xi è qualcosa di più dell’affermazione della tradizione.

La formula moderna “discendenti del Drago” ha acquistato enorme popolarità attraverso la canzone Long de chuanren (“Descendants of the Dragon”), scritta da Hou Dejian nel 1978. In seguito la formula fu incorporata nella retorica nazionalista della RPC.

Xi dice: siamo una comunità di discendenza che attraversa 5.000 anni.

E l’Occidente, nel frattempo che dice, grazie alla cancel culture? Dice: “Siamo uno schifo che deve inginocchiarsi davanti al mondo perché i colonialisti hanno oppresso i popoli”.

Ma l’Occidente non è l’insieme delle dinastie colonialiste europee e nemmeno dell’America negriera. Per quale motivo dovrei pentirmi per le mostruosità commesse dalla casa nobiliare (si fa per dire) Sassonia Coburgo Gotha? Giusto per fare un riferimento che ha più di un aggancio anche con l’attualità?

Pietro Figuera (“I russi non mollano” – Domino 8/2026) scrive che “l’odierno obiettivo di Mosca è piuttosto assicurare continuità al suo progetto secolare, anzi millenario”.

“La translatio imperii – aggiunge – ossessiona le élite moscovite fin dal XV secolo, ovvero dalla pretesa successione all’Impero Romano d’Oriente che ha proiettato la Russia nell’empireo degli aspiranti eredi di Roma”.

E noi? Noi ascoltiamo le narrazioni che vorrebbe impartirci il #Distrupt Texts.

Il #DisruptTexts mette in discussione canone e autorità

#DisruptTexts, è una realtà nata negli USA nel mondo dell’insegnamento della letteratura e dell’inglese, con l’obiettivo dichiarato di mettere in discussione il canone letterario tradizionale e rendere i programmi più «inclusive, representative and equitable».

In concreto, il movimento propone di riesaminare il canone occidentale; affiancare o sostituire alcuni testi classici con opere di autori appartenenti a minoranze, donne e comunità LGBTQ+; interrogarsi su chi è rappresentato e chi è escluso dai programmi scolastici; adottare una pedagogia dichiaratamente anti-razzista e anti-bias (anti pregiudizio).

Tra le figure fondatrici c’è Lorena German, insegnante e studiosa dell’educazione, insieme ad altri docenti.

La cosa interessante, rispetto alla questione relativa all’ideologia woke, è che #DisruptTexts rappresenta abbastanza bene il passaggio dalla semplice richiesta di aggiungere nuovi autori alla richiesta di ridiscutere la gerarchia stessa del canone.

Per esempio, il problema non diventa più soltanto: «Aggiungiamo anche autori afroamericani, donne o LGBTQ+», ma: «Perché Shakespeare, Omero, Dante, Dickens, Twain ecc. occupano questo spazio privilegiato nel curriculum?».

È una differenza enorme, perché implica una revisione dei criteri attraverso i quali una cultura stabilisce ciò che considera patrimonio comune.

L’ideologia woke non è soltanto una politica sui diritti civili; è anche una teoria della cultura, della scuola, della storia e del canone occidentale.

La cosa importante è distinguere ciò che #DisruptTexts dichiara esplicitamente da ciò che possiamo interpretare politicamente.

Che cos’è realmente #DisruptTexts

#DisruptTexts nasce nel 2018, fondato da quattro educatrici statunitensi: Tricia Ebarvia, Lorena Germán, Kimberly N. Parker, Julia E. Torres.

L’obiettivo dichiarato è «challenging the traditional canon» (sfidare il canone tradizionale) per costruire un curriculum di lingua e letteratura più inclusivo, rappresentativo ed equo.

Il progetto si definisce grassroots e crowdsourced, cioè nato dal basso attraverso una comunità di insegnanti. Non è quindi, almeno nella sua autodefinizione, un’organizzazione politica tradizionale: è un movimento pedagogico e culturale.

Il vero bersaglio è il canone

Il punto centrale non è semplicemente aggiungere qualche autore nero, asiatico o femminile ai programmi. Il concetto è molto più radicale: mettere in discussione il principio stesso attraverso cui il canone è stato costruito.

I quattro principi ufficiali sono molto espliciti: interrogare continuamente i propri pregiudizi; mettere al centro le voci Black, Indigenous and People of Color (BIPOC); applicare una alfabetizzazione critica ai testi; lavorare con altri educatori antirazzisti.

È una trasformazione significativa del concetto di educazione letteraria

#DisruptTexts nega esplicitamente di sostenere il divieto dei libri e afferma di non essere favorevole alla censura. Dice inoltre che i testi canonici possono continuare ad essere insegnati, ma devono essere sottoposti a una lettura critica.

Però c’è una sfumatura molto importante. Tricia Ebarvia ha scritto che #DisruptTexts non significa eliminare automaticamente i testi canonici, ma che in alcuni casi l’applicazione di questa metodologia può portare a rimuoverli per dare spazio ad altre voci.

Quindi la questione non è: “Shakespeare va proibito?”, ma: “Shakespeare deve necessariamente occupare lo stesso spazio che ha occupato finora?”

Uno degli esercizi del movimento è proprio la “disruption” di Romeo and Juliet. Il metodo consiste nell’affiancare al testo canonico altri testi che permettano di osservare: testo canonico, prospettiva alternativa, contro-narrazione, discussione del potere e della rappresentazione.

Non si tratta dunque necessariamente di dire che Shakespeare è sbagliato, ma di dire che Shakespeare non deve essere l’unica lente attraverso cui gli studenti imparano a leggere l’esperienza umana.

Questo è pedagogicamente molto diverso dalla censura, ma il passaggio ideologico è evidente.

Il documento programmatico pubblicato sull’English Journal parla esplicitamente di utilizzare la presenza di voci BIPOC per “disrupt White supremacy in our classrooms” (“Scardinare la supremazia bianca nelle nostre classi”).

I quattro fondatori spiegano che il problema del curriculum tradizionale è che avrebbe privilegiato una cultura bianca e maschile come se fosse universale.

Quindi, il movimento non è semplicemente volto ad aggiungere più letteratura, ma a mettere in discussione il canone tradizionale, a identificare i rapporti di potere che lo hanno prodotto, a decentrare il canone, a introduzione delle contro-narrazioni e una nuova gerarchia curricolare.

Ed è proprio qui che è possibile collocarlo nella genealogia dell’ideologia woke.

Il collegamento con l’intersectionality

L’intersectionality è un quadro analitico che descrive come diverse forme di discriminazione e identità sociale si sovrappongano e si influenzino a vicenda. La matrice teorica non è casuale.

Nella bibliografia dell’articolo fondativo di #DisruptTexts compare, per esempio, Kimberlé Crenshaw e il suo lavoro sull’intersectionality. Questo porta nella una concezione secondo cui le identità individuali non sono soltanto caratteristiche personali, ma possono interagire con strutture di potere e marginalizzazione.

La lettura di un romanzo diventa quindi contemporaneamente: letteratura, identità, razza, genere, potere, rappresentazione.

È qui che il discorso letterario si avvicina alla cultura politica contemporanea.

#DisruptTexts non è semplicemente una struttura della DEI (acronimo di Diversity, Equity and Inclusion, cioè Diversità, Equità e Inclusione) americana, ma il movimento è entrato in una rete molto più ampia dell’educazione progressista americana; ha collaborato o prodotto materiali con: Penguin Random House, National Council of Teachers of English, Heinemann, organizzazioni di educazione antirazzista, reti di insegnanti e programmi di formazione professionale.

Penguin Random House, per esempio, ha pubblicato guide didattiche #DisruptTexts e ha organizzato eventi con le fondatrici sul tema della revisione dell’insegnamento dei classici.

Definire #DisruptTexts semplicemente “woke” è, quindi, riduttivo. È più corretto vederlo come una componente della trasformazione della funzione educativa del canone.

Il modello tradizionale è che autori come Omero, Shakespeare, Dante, ecc., hanno acquisito un valore universale attraverso la storia della cultura.

Il modello #DisruptTexts contesta il canone e introduce la domanda: chi ha stabilito che questo fosse il canone universale?

E quindi, chi ha costruito il canone, quali rapporti di potere lo hanno determinato, chi è stato escluso? Ne consegue la necessità di contro-narrazioni e di un nuovo curriculum.

In discussione c’è il concetto di autorità culturale

La questione è politicamente enorme perché se questa metodologia viene applicata sistematicamente, non modifica soltanto i libri che leggono i ragazzi, ma modifica il concetto di autorità culturale.

Il passaggio è che la tradizione, ossia ciò che abbiamo ricevuto, diventa oggetto di critica e infine di scelta sulla base delle identità e delle esperienze rappresentate.

La dimensione del progetto politico è enorme, in quanto riguarda la decisione di cosa una società deve trasmettere alla generazione successiva?

Siamo di fronte alla più pura logica totalitaria, così come è stata sperimentata dal nazismo, dallo stalinismo, dal fascismo.

Il caso #DisruptTexts ci permette di vedere concretamente da dove viene una parte dell’ideologia che oggi in Italia viene genericamente chiamata “woke”: non nasce soltanto dalla politica, ma passa attraverso università, scuola, editoria, formazione degli insegnanti e ridefinizione del patrimonio culturale.

Dal collegamento con Black Lives Matter emerge la manina cinese

Nel 2020 emerse un rapporto tra Black Futures Lab, fondato dalla cofondatrice di BLM Alicia Garza, e la Chinese Progressive Association (CPA) di San Francisco. La CPA agiva come fiscal sponsor di Black Futures Lab, cioè gestiva amministrativamente le donazioni.

Esiste inoltre un fenomeno più ampio e documentato: organizzazioni statunitensi vicine alla comunità afroamericana hanno ricevuto finanziamenti o sponsorizzazioni legati a entità cinesi, compresa la China-United States Exchange Foundation (CUSEF), che Freedom House considera collegata al sistema del United Front del Partito Comunista Cinese. CUSEF, per esempio, finanziò attività rivolte a studenti afroamericani, media afroamericani e leader di comunità.

La Black Lives Matter Global Network Foundation dichiarò di aver raccolto oltre 90 milioni di dollari nel solo 2020, soprattutto grazie all’enorme ondata di donazioni seguita alla morte di George Floyd.

La Cina ha effettivamente sviluppato attività di soft power e influenza presso comunità afroamericane, università, media e organizzazioni civiche. Il rapporto con CUSEF è documentato.

Il network che si può costruire è: globalizzazione culturale, movimenti antirazzisti USA, Black Lives Matter, università, fondazioni, ONG, DEI, intersectionality, critical race theory, formazione degli insegnanti, editoria scolastica, #DisruptTexts, con un livello trasversale di influenza internazionale, nel quale troviamo anche attività cinesi di soft power.

C’è una rete di finanziamenti al network che è assai interessante:

grandi fondazioni filantropiche - rete editoriale

 

Black Lives Matter: mediatore di fondi per la rete

Nel 2020 la Black Lives Matter Global Network Foundation raccolse circa 90 milioni di dollari.

La sua stessa documentazione finanziaria mostra però un fatto importante: gran parte delle risorse inizialmente arrivò attraverso fondazioni, intermediari fiscali, non necessariamente direttamente dai grandi donatori al soggetto BLM.

Nel periodo luglio 2020 – giugno 2021 risultano circa 79,6 milioni di dollari di entrate, dei quali 69,3 milioni classificati come foundation grants.

Nel periodo 2020 – 2023 risultano oltre 25 milioni di dollari di grant ad altre organizzazioni; la stessa BLM oggi dichiara di aver distribuito oltre 35 milioni a 70 organizzazioni.

Quindi BLM non è soltanto un destinatario, ma un mediatore di fondi per una rete.

Open Society: il coinvolgimento è esplicito

Nel luglio 2020 Open Society Foundations annunciò un investimento di 220 milioni di dollari in organizzazioni guidate da neri e impegnate nella giustizia razziale.

La dichiarazione di Open Society è estremamente esplicita: l’investimento viene presentato come risposta diretta alla mobilitazione seguita alla morte di George Floyd e al movimento Black Lives Matter.

Questo non significa che Open Society ha deciso deliberatamente di investire massicciamente nell’ecosistema politico-sociale reso centrale da BLM.

Ford Foundation, sostegno al Black Lives Matter

Anche Ford ha una storia documentata di sostegno alla racial justice e al movimento Black Lives Matter.

Già nel 2016 pubblicava esplicitamente un intervento intitolato “Why Black Lives Matter to Philanthropy” e dichiarava il proprio sostegno al movimento.

Nel 2020 – 2021 Ford intensificò enormemente il sostegno alla giustizia razziale, insieme ad altre fondazioni. La stessa Ford descrive il 2020 come un momento nel quale la filantropia si riorientò fortemente verso Black Lives Matter e racial justice.

Il caso molto interessante di Alicia Garza

Qui torniamo alla questione della Cina. Alicia Garza è una delle fondatrici di Black Lives Matter e ha fondato Black Futures Lab, che dichiara ufficialmente di essere un progetto fiscalmente sponsorizzato dalla Chinese Progressive Association di San Francisco. Questo è, dunque, un fatto documentato.

Chinese Progressive Association non è il Governo cinese. La CPA è un’organizzazione americana.

E qui bisogna distinguere tre piani diversi: la storia ideologica della CPA, i suoi legami con la sinistra radicale americana e l’eventuale rapporto operativo con la Repubblica Popolare Cinese o con apparati d’intelligence.

La Chinese Progressive Association di San Francisco nasce nel 1972, non come normale associazione culturale cinese, ma dentro il movimento radicale asiatico-americano dell’epoca.

La documentazione storica è piuttosto interessante: un’intervista conservata dalla UC Berkeley a Pam Tau Lee, una delle figure fondatrici, racconta esplicitamente che l’organizzazione nacque dai militanti di I Wor Kuen (IWK).

Lee descrive IWK come il “seme” dal quale fu costruita la CPA. I Wor Kuen era un’organizzazione marxista-leninista e maoista, nata nel 1969 e fortemente ispirata alla Rivoluzione cinese. Nel 1978 confluirà nella League of Revolutionary Struggle (LRS).

Quindi la genealogia storica può essere rappresentata così: maoismo americano anni ’60-’70, I Wor Kuen (IWK), Chinese Progressive Association – San Francisco (1972), League of Revolutionary Struggle (1978),
reti della sinistra radicale americana contemporanea, organizzazioni comunitarie, elettorali, antirazziste e sindacali.

Il maoismo di IWK significava che considerava la rivoluzione cinese un modello politico e ideologico. Esistono documenti e testimonianze che mostrano una forte simpatia verso la RPC e iniziative di solidarietà con la Cina.

La Chinese Progressive Association contemporanea si presenta come una grande organizzazione di organizing politico-sociale della comunità cinese operaia e immigrata, impegnata su: diritti dei lavoratori; sindacati; abitazione; immigrati; mobilitazione elettorale; giovani; campagne progressiste; coalizioni multietniche.

La stessa CPA dichiara apertamente di voler costruire “electoral power” tra gli immigrati cinesi e di essere cofondatrice della San Francisco Rising Alliance, alleanza elettorale e di organizzazioni di base fondata nel 2009 a San Francisco, negli Stati Uniti, per dare potere politico alle comunità della classe lavoratrice e alle comunità di colore.

Quindi non è una semplice associazione etnica; è una macchina di organizzazione politica comunitaria.

Chi finanzia la Chinese Progressive Association?

Le dichiarazioni fiscali mostrano una quantità considerevole di finanziamenti filantropici americani.

Per il periodo 2019/2024 risultano circa 37 milioni di dollari provenienti da 86 finanziatori.

I principali includono:

Finanziatori

Un’altra ricostruzione basata sui 990 IRS per il periodo 2021-2025 indica 53,7 milioni di dollari, con tra i principali finanziatori James Irvine Foundation, Silicon Valley Community Foundation, Freedom Together Foundation e Foundation to Promote Open Society.

Però esiste un problema “Cina”

Esiste sicuramente una continuità storica ideologica e politica con il mondo maoista pro-PRC che non può essere semplicemente cancellata. Esistono inoltre critiche secondo cui alcuni ambienti della CPA e delle reti nelle quali sono confluiti suoi dirigenti abbiano mantenuto posizioni molto favorevoli alla Cina e molto critiche verso la politica americana.

Per esempio, fonti critiche citano rapporti con reti come LeftRoots, Grassroots Asians Rising e altre organizzazioni della sinistra radicale.

Una organizzazione nata dal maoismo americano può arrivare, decenni dopo, a sostenere alcune posizioni internazionali che oggettivamente coincidono con quelle di Pechino, senza essere necessariamente comandata da Pechino.

Lo schema potrebbe pertanto essere quello del soft power di Pechino e del Partito Comunista Cinese: influenza culturale, diplomatica, diaspora, United Front con la comunità cinese USA, che è il mare nel quale pesca la CPA, che alimenta l’organizzazione sociale e la mobilitazione elettorale con coalizioni progressiste USA.

Parallelamente abbiamo il maoismo americano 1969-78, il I Wor Kuen, che influenza la CPA, la League of Revolutionary Struggle, sinistra radicale americana contemporanea.

Le due linee non sono la stessa cosa, ma possono intersecarsi, ma è proprio questa intersezione che merita di essere studiata.

La CPA oggi ha una dimensione finanziaria tutt’altro che marginale: nel 2024 dichiarava 22,9 milioni di dollari di entrate, 18,3 milioni di spese e oltre 31 milioni di patrimonio netto.

Quindi non stiamo parlando di un piccolo circolo politico di Chinatown.

Stiamo parlando di una vera infrastruttura organizzativa della sinistra progressista americana, con una lunga genealogia che parte dal maoismo e arriva alla politica elettorale contemporanea.

segue

[i] Maurizio Perriello, “In Cina il passato è una cosa seria”, Domino 8, 2026

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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