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Violenza sessuale. Basta dirsi dispiaciuti

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violenza sessuale

Obblighi di firma e divieti di avvicinamento inadeguati: applichiamo le leggi. Il colpevole non può essere più tutelato della vittima

Una ragazzina abusata tra gli scaffali di un negozio. Un’altra donna abusata poco prima, stesso negozio, stesso uomo.

Le telecamere che riprendono tutto. La polizia che lo ferma in poche ore.

Il PM che chiede il carcere. E il giudice che apre la porta. La apre e ci mette pure la firma.

Da quando in Italia il dispiacere è una pena?

I fatti sono accaduti nell’estrema periferia Nord di Torino sabato 29 agosto. Il resto raccontano La Stampa e l’ANSA, da cui vengono tutte le parole del giudice citate qui.

L’indagato, un negoziante di 42 anni originario del Bangladesh, è incensurato. Ha dato ai poliziotti le credenziali per vedere i filmati.

In udienza ha detto: “Ho sbagliato, è la prima volta che mi succede, sono molto dispiaciuto”.

Ora il rovescio. I filmati che lui stesso ha consegnato mostrano che quaranta minuti prima aveva palpeggiato una cliente adulta, che lo spinge via e viene inseguita fino alla porta.

Quindi “è la prima volta” lo smentisce la sua telecamera. E il dispiacere è arrivato subito dopo un “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”: dispiaciuto sì, interrogato no.

Con questi elementi il PM Paolo Cappelli ha scritto una frase che vale come un allarme: “vi è il concreto pericolo che, se libero, commetta reati della stessa specie”.

Due violenze in meno di un’ora, ha aggiunto. E l’uomo era “pienamente consapevole” di quanto fosse giovane la vittima.

Il GIP ha letto tutto. Ha giudicato il racconto della ragazzina preciso, dettagliato e coerente, confermato dalle immagini.

Ci ha creduto. E lo ha scarcerato lo stesso.

Non solo. Ha messo per iscritto che le esigenze cautelari “ci sono”.

Ci sono e per coprirle basta l’obbligo di presentarsi in Commissariato. Il pericolo non lo sostiene soltanto il PM, lo riconosce pure il giudice, che lo lascia libero.

Le ragioni sono queste, una per una.

Incensurato.

“Collaborativo”, per aver aperto le telecamere che lo incastrano.

“Resipiscenza”, cioè pentimento.

E il “trauma dell’arresto”, che avrebbe un “effetto deterrente”.

Due notti al Lorusso e Cutugno e l’uomo avrebbe imparato la lezione.

Domanda semplice. Se non lo ha fermato una donna che lo respingeva a spintoni, quaranta minuti prima di toccare una bambina, lo ferma un letto in cella per due notti?

La misura decisa è l’obbligo di firma. Nel Commissariato più vicino, senza spostarsi dalla zona, con orari che, scrive il GIP, “il medesimo potrà concordare con l’autorità”. Concordare.

L’unica persona a cui in questa storia si chiede cosa preferisca è l’indagato.

Ed è qui la nota di costume, che è la parte più dura.

Quel minimarket è sotto casa della ragazzina. Lei ci è entrata con tre euro, perché era il meno caro. La madre era al lavoro, tre fratelli in casa, la merenda da comprare.

Da lunedì pomeriggio l’uomo può tornare dietro quel bancone. La madre passerà davanti a quella saracinesca. Il quartiere lo sa. La prossima cliente, no.

Perché un giudice scrive una cosa così?

Non per cattiveria e non per pietà. Perché il sistema in cui si è formato misura l’errore in una direzione sola.

Da trent’anni la magistratura italiana è educata a un principio giusto nella teoria e devastante nella pratica. Il carcere prima del processo è un’eccezione, l’indagato è il soggetto debole da proteggere dallo Stato.

Così oggi il sistema sa misurare l’errore di chi restringe troppo la libertà, perché quello finisce nei gradi successivi, nelle valutazioni, nelle carte.

L’errore opposto non lo misura nessuno, perché finisce nella vita di qualcun altro, in un altro negozio, un altro sabato.

Sullo sfondo c’è pure un carcere saturo, il Lorusso e Cutugno. Nessuna ordinanza lo scrive. Il lettore il resto lo fa da solo.

Lo dice, con parole da avvocato, Giulia Bongiorno, che il Codice Rosso lo ha scritto: obblighi di firma e divieti di avvicinamento “sistematicamente si rivelano inadeguati”. Per questi reati serve il carcere, perché senza c’è la reiterazione.

Le leggi ci sono. Bisogna applicarle.

Stavolta l’indignazione è arrivata da destra e da sinistra, dai parlamentari PD della commissione femminicidi a Forza Italia, da Italia Viva a Fratelli d’Italia.

Le divisioni del referendum sulla giustizia sono durate fino al primo sabato in cui la vittima aveva tredici anni.

Ma la frase più grave è di Giorgia Meloni: “noi non possiamo fare niente, se non inviare gli ispettori”. Il presidente del Consiglio che confessa l’impotenza.

E il ministro Nordio che manda gli ispettori precisando, lui stesso, che la decisione del GIP non si tocca. Gli ispettori vanno a guardare, non a cambiare.

Pure al CSM i membri laici hanno chiesto di aprire una pratica: una pratica, cioè un fascicolo che si apre e si chiude tra magistrati, mentre l’uomo è al bancone.

È il gesto di uno Stato che deve far vedere di muoversi mentre sa di non poter muovere niente.

Il paradosso finale è quello della vittima.

Alla ragazzina hanno attivato il protocollo per i minori in ospedale, l’hanno sentita in audizione protetta, le hanno messo accanto una psicologa. Tutto giusto.

Poi, l’unica protezione che le serviva, non trovarselo davanti quando torna a comprare un succo di frutta, gliel’ha tolta un’ordinanza.

Uno Stato che chiede alla vittima di ripetere tutto in una stanza protetta e all’indagato di concordare gli orari della firma ha già deciso chi dei due gli sta a cuore.

Se il PM ha ragione sul pericolo di reiterazione, sappiamo già dove entrerà la prossima vittima. Allo stesso indirizzo della prima.

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