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Iran: i Basij di Khomeini tornano a Hormuz, stavolta sui pescherecci

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Hormuz - pescherecci

Storia dei Basij e il perché della manovra

Maurizio Molinari pubblica immagini che meritano di essere osservate con molta attenzione: l’Iran sta inviando verso lo Stretto di Hormuz uomini appartenenti ai Basij, imbarcati su pescherecci, motoscafi e mezzi civili rudimentali.

Sventolano le bandiere della Repubblica islamica e si dirigono verso uno dei tratti di mare più sorvegliati e militarizzati del mondo, dove operano le navi da guerra statunitensi.

A prima vista la scena può apparire persino grottesca: da una parte la Marina Americana, con portaerei, cacciatorpediniere, radar, satelliti e sistemi d’arma tecnologicamente avanzatissimi; dall’altra pescherecci malandati carichi di uomini, bandiere e qualche arma leggera.

Ma sarebbe un errore fermarsi all’immagine folcloristica.

Per capire che cosa stiamo vedendo bisogna sapere chi sono i Basij, perché non si tratta affatto di pescatori che hanno deciso spontaneamente di sfidare gli Stati Uniti.

I Basij esistono fin dai primi tempi della Repubblica islamica.
Furono creati nel 1979 per volontà dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore del regime teocratico iraniano.

Il loro nome completo significa “Organizzazione per la mobilitazione degli oppressi”.

Khomeini voleva costruire un enorme esercito popolare, ideologicamente fedele alla rivoluzione islamica e pronto a essere mobilitato per difendere non soltanto il territorio iraniano, ma soprattutto il nuovo potere religioso.

Durante la guerra tra Iran e Iraq, dal 1980 al 1988, migliaia di Basij, spesso giovani e giovanissimi, furono mandati al fronte con un addestramento limitato e una fortissima preparazione ideologica fondata sul culto del martirio.

Il regime trasformò il sacrificio personale in uno strumento militare: l’essere umano poteva compensare con il proprio corpo ciò che mancava in tecnologia, mezzi e organizzazione.

Da allora il Basij non è scomparso. È cresciuto ed è diventato una componente organica dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran.

Possiede ramificazioni nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri e nelle associazioni professionali.

È contemporaneamente una riserva paramilitare, una rete di controllo sociale, una macchina di propaganda e uno strumento di repressione.

Sono stati anche i Basij a intervenire contro gli iraniani durante il Movimento verde del 2009, nelle rivolte successive e nelle proteste esplose dopo la morte di Mahsa Amini.

Sono uomini utilizzati per sorvegliare la popolazione, imporre l’ideologia del regime, reprimere il dissenso e difendere il sistema teocratico dall’avversario che esso teme più di ogni altro: il proprio popolo.

Per questo la parola “volontari” deve essere compresa correttamente.
Non stiamo parlando di cittadini indipendenti che, mossi dal patriottismo, salgono liberamente su una barca.

Parliamo di persone inserite in una struttura paramilitare, mobilitate e dirette da un’organizzazione subordinata ai Pasdaran e, in ultima istanza, alla Guida suprema.

Oggi il regime li manda anche nello Stretto di Hormuz.

L’operazione descritta da Molinari ha certamente una funzione propagandistica. Dopo i pesanti danni subiti dalle capacità militari convenzionali iraniane, Teheran deve dimostrare al mondo e soprattutto alla propria popolazione di non essere stata piegata.

Alle affermazioni di Donald Trump, secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero ormai il controllo dello Stretto, il regime risponde mostrando una presunta mobilitazione popolare: l’America possiederà le navi più potenti del mondo, ma il “popolo rivoluzionario” iraniano continua a sfidarla.

È una rappresentazione costruita per le televisioni e per i social, ma non è innocua.

Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi strategici più importanti del pianeta.

Prima dell’attuale conflitto vi transitava circa un quinto del petrolio mondiale e oltre il 20 per cento del commercio globale di gas naturale liquefatto.

In alcuni punti è largo poche decine di chilometri e le grandi navi commerciali devono attraversarlo seguendo corridoi di navigazione molto precisi.

Chi riesce a minacciare Hormuz non controlla soltanto un tratto di mare: può condizionare l’approvvigionamento energetico, i prezzi del petrolio, le economie asiatiche ed europee e quindi una parte rilevante dell’economia mondiale.

Militarmente l’Iran non può competere con gli Stati Uniti in una battaglia navale convenzionale.

Ma non è questa la guerra che Teheran ha preparato.

La sua strategia è asimmetrica: mine navali, missili installati lungo le coste, droni, sommergibili di piccole dimensioni e soprattutto sciami di motoscafi veloci capaci di avvicinarsi contemporaneamente a una nave molto più grande.

Una singola imbarcazione iraniana è vulnerabile.

Decine o centinaia di piccole barche che arrivano da direzioni diverse possono invece saturare i sistemi di sorveglianza, rendere difficile distinguere una manifestazione da un attacco e costringere il comandante di una nave americana a prendere una decisione in pochi secondi.

In questo contesto anche i pescherecci dei Basij possono assumere una funzione precisa.

Possono occupare lo spazio, intralciare la navigazione, creare confusione, mettere alla prova le reazioni americane e, soprattutto, mescolare deliberatamente la figura del civile con quella del combattente.
Ed è questo l’aspetto più inquietante.

Se su un peschereccio apparentemente civile vengono imbarcati miliziani, armi o strumenti offensivi, come può una nave americana sapere quale imbarcazione rappresenti una minaccia reale?

Se una barca non risponde agli avvertimenti e continua ad avvicinarsi, fino a quale distanza deve essere lasciata procedere?

E che cosa accadrebbe se gli americani aprissero il fuoco?

Il regime avrebbe immediatamente ciò che cerca: immagini di pescherecci colpiti e uomini morti da presentare al mondo come vittime innocenti dell’aggressione americana.

La provocazione militare diventerebbe materiale propagandistico. I Basij sarebbero ancora una volta trasformati in uomini sacrificabili al servizio della Repubblica islamica.

Molinari definisce queste immagini “piuttosto imbarazzanti” per la potenza navale iraniana.

Se Teheran pretende di mostrare quei pescherecci come una flotta capace di confrontarsi con quella americana, il giudizio è certamente comprensibile. La sproporzione è evidente e quasi umiliante.

Ma sarebbe sbagliato deridere e basta ciò che vediamo. Quei mezzi rudimentali non sono destinati a vincere una battaglia navale.

Servono a trasferire lo scontro su un terreno diverso, nel quale la superiorità tecnologica americana diventa anche un problema politico.
Contro chi si deve sparare?

Contro una milizia armata, contro una folla mobilitata dal regime o contro pescatori apparentemente civili?

Questa è la vera natura dell’operazione.

Non è la dimostrazione della forza navale dell’Iran, ma la manifestazione del metodo sul quale la Repubblica islamica si regge fin dalla sua nascita:
• quando mancano i mezzi, si mobilitano gli uomini;
• quando manca la superiorità militare, si usa l’ideologia;
• quando non si può sconfiggere il nemico, lo si provoca mettendolo davanti a una scelta impossibile.

I Basij di oggi sono gli eredi diretti di quelli creati da Khomeini.

Ieri venivano mandati sui campi di battaglia della guerra contro l’Iraq;
poi sono stati schierati nelle strade contro gli iraniani che chiedevano libertà; oggi vengono caricati sui pescherecci e mandati verso Hormuz per sostenere la rappresentazione di un regime che vuole apparire ancora capace di sfidare gli Stati Uniti.

Non sono una flotta. Non possono sconfiggere militarmente la Marina americana.

Ma possono essere utilizzati per creare un incidente, ostacolare la navigazione, confondere civili e combattenti e produrre vittime da trasformare in propaganda.

Quelle imbarcazioni, dunque, non raccontano soltanto la debolezza militare dell’Iran.

Raccontano qualcosa di molto più profondo e terribile: un regime che, ieri come oggi, considera l’essere umano non un individuo da proteggere, ma una risorsa da mobilitare, utilizzare e, se necessario, sacrificare per la sopravvivenza della Repubblica islamica.

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