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Quando AI e quantum integrano la cognitive warfare

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cognitive warfare

Una minaccia strategica emergente: la guerra cognitiva

La cosiddetta cognitive warfare o guerra cognitiva, è oggi uno dei campi più avanzati, ma meno noti, della competizione strategica globale.

Si tratta di quella guerra il cui terreno di conquista non è un territorio fisico, bensì la mente umana, ed è dunque pensata e organizzata metodicamente per ambiti macro-strategici e geopolitici.

Essa consiste, infatti, di un insieme di operazioni che mirano a influenzare, degradare o manipolare processi cognitivi di individui, gruppi o intere società.

Lo scopo ultimo non è solo quello di modificare scientemente le opinioni, ma di cambiare la percezione che gli individui hanno degli eventi, di come li interpretano, di come decidono i comportamenti da tenere per reagire agli eventi stessi.

Ed è così che nazioni e alleanze come la NATO studiano la guerra cognitiva come una minaccia strategica emergente, considerandola come il sesto dominio di guerra, dopo terra, mare, aria, spazio e cyber.

La NATO in particolare definisce il cervello come il nuovo dominio di scontro (“il cervello è sia il bersaglio che l’arma”), formalizzando la cognitive warfare all’interno della propria agenda di sviluppo bellico.

Non si tratta più solo di controllare il flusso di informazioni ovvero di fare disinformazione, ma di alterare direttamente i processi neuro-cognitivi, la capacità di giudizio e la resilienza psicologica di intere popolazioni e decisori politici.

Paesi autocratici la integrano stabilmente nelle proprie strategie geopolitiche per destabilizzare le democrazie occidentali e a questo si risponde sviluppando concetti di architettura e difesa cognitiva mirati a proteggere la resilienza informativa e la coerenza sociale.

Diverse sono le discipline che contribuiscono a realizzare questo controllo della mente, dalla manipolazione narrativa, allo sfruttamento dei bias cognitivi e delle neuroscienze, dall’utilizzo delle ultime tecnologie disponibili in termini di modelli predittivi di condotta fino alla profilazione psicologica e alla raccolta massiva dei dati comportamentali finalizzati ad attuare attacchi informativi coordinati.

La cognitive warfare è dunque oggi un pilastro della competizione tra grandi potenze in quanto economica, scalabile, non presenta problemi di discontinuità, colpisce al cuore le democrazie che vivono di fiducia, di consenso, di libera informazione.

Essa sta infatti diventando sempre più una commodity strategica, nel senso analitico del termine, per cui lo strumento è ormai diffuso, replicabile, standardizzato nei toolkit di stati, attori non statali, piattaforme digitali.

Il salto evolutivo più pericoloso per la sicurezza globale, ma contemporaneamente il più efficace come potenziamento della difesa dalla guerra cognitiva, è l’integrazione della stessa con l’Intelligenza Artificiale e le Teorie Quantistiche, ovvero la convergenza strategica di due Tecnologie Emergenti e Dirompenti (EDT) su cui punta l’Alleanza Atlantica per ottenere la cosiddetta Cognitive Superiority.

Mediante l’applicazione di queste tecnologie, la manipolazione psicologica e la relativa difesa vengono trasformate da attività generaliste a capacità di persuasione e difesa delle menti di precisione chirurgica, in grado di colpire in profondità il tessuto sociale del Paese bersaglio o di preservarne l’indipendenza decisionale.

Cominciando dall’influenza sulla parte offensiva, l’AI in particolare sta potenziando radicalmente la cognitive warfare, trasformandola da operazione lenta e artigianale a capacità industriale, automatizzata e personalizzata.

Molteplici sono le fonti che confermano che l’Intelligenza Artificiale è ormai una sorta di “force multiplier” del dominio cognitivo, nel senso che abilita la precisione psicologica, ma anche la velocità, la scalabilità e la creazione di realtà sintetiche difficili da distinguere dal vero.

Più specificamente, i cosiddetti “foundation models”, ovvero quei grandi modelli di Intelligenza Artificiale addestrati su quantità sterminate di dati eterogenei come gli LLM (Large Language Models), text to video e voice cloning, permettono di produrre disinformazione e propaganda a costo quasi zero, con qualità professionale e in volumi enormi e questo crea le cosiddette “synthetic realities”, realtà artificiali che erodono la capacità delle società di distinguere il vero dal falso.

I target sono selezionati dall’AI mediante profili psicometrici, pattern comportamentali, vulnerabilità emotive, ma anche identità sociali e culturali, per cui ogni individuo può essere colpito con messaggi su misura.

E l’AI non manipola solo popolazioni, ma altera flussi informativi, amplifica bias decisionali, crea overload cognitivo modificando globalmente la percezione del rischio.

In sostanza, la cognitive warfare potenziata dall’Intelligenza Artificiale diventa un attore invisibile, non è più propaganda, ma una forma di competizione strategica che colpisce direttamente la mente, le emozioni e i processi decisionali.

D’altro canto, anche le tecnologie quantistiche rafforzano la guerra cognitiva rendendo più efficace la manipolazione informativa e la compromissione dei processi sottesi alle determinazioni del soggetto singolo, del gruppo o della società bersaglio.

Le tecnologie quantistiche non manipolano direttamente la mente, ma amplificano le capacità che permettono di condurre operazioni cognitive più efficaci.

In sostanza, la guerra cognitiva mira a “hackerare” la mente umana per destabilizzare governi e società ed è in questo processo che la fisica quantistica rende questi attacchi incredibilmente rapidi, precisi e invisibili.

In particolare, il Quantum Computing consente di elaborare enormi volumi di dati informativi e comportamentali con velocità inaccessibili ai sistemi classici, consentendo analisi psicometriche più rapide, identificazione di pattern cognitivi nascosti, ma anche simulazioni avanzate di reazioni sociali e ottimizzazione di campagne di influenza.

Le tecnologie quantistiche creano sostanzialmente un vantaggio informativo che si traduce in superiorità cognitiva.

E non va dimenticato che chi controlla le tecnologie quantistiche può scardinare i sistemi di sicurezza tradizionali, un computer quantistico può violare la crittografia classica attuale, può rubare dati personali o militari protetti per usarli come ricatto o come base per campagne d’odio mirate.

Le tecnologie quantistiche non creano dunque la cognitive warfare, ma la rendono più potente, più veloce, invisibile e difficile da contrastare.

Di converso, le stesse tecnologie quantistiche offrono alla difesa dalla cognitive warfare un vantaggio strategico fondamentale per proteggere le infrastrutture critiche, la crittografia e i flussi di dati da cui dipendono i processi decisionali esposti alla guerra cognitiva.

Tale vantaggio è ancora più evidente se il Quantum viene utilizzato congiuntamente all’AI trasformandosi in un vero acceleratore strategico della difesa stessa.

Quest’unione consente infatti di anticipare, rilevare e neutralizzare attacchi cognitivi con una precisione e una velocità ineguagliabili da parte di sistemi basati su tecnologie tradizionali.

Secondo SIPRI e UNIDIR, la convergenza AI – Quantum è ormai un pilastro dell’information advantage, cioè della capacità di proteggere processi cognitivi, comunicazioni e decisioni.

Considerando a titolo di esempio il quantum sensing, funzione che offre la possibilità di individuare anomalie, spoofing, manipolazioni e interferenze con un altissimo grado di sensibilità, configurandosi di fatto come una sorta di radar cognitivo, esso può essere potenziato dall’AI, rendendo possibile l’identificazione di anomalie nei flussi informativi con sensibilità superiore, abilitando la possibilità di proteggere infrastrutture cognitive come reti, media o istituzioni da manipolazioni invisibili.

Il risultato è quello di una difesa che non reagisce più “dopo”, ma intercetta l’attacco mentre nasce. Analogamente il quantum sensing può rilevare emissioni elettromagnetiche, attività nascoste, ma anche interferenze che possono preludere a operazioni cognitive ibride, e integrato con l’AI, diventa un sistema di allerta cognitiva nazionale.

Riguardo il quantum computing, esso aumenta esponenzialmente l’efficacia dell’AI che gestisce operazioni cognitive: mentre l’intelligenza artificiale classica fornisce gli strumenti per analizzare e manipolare la dimensione cognitiva, il quantum computing abbatte i limiti computazionali, rendendo tali operazioni probabilistiche, predittive e pervasive a un livello che in precedenza sarebbe stato impossibile persino immaginare.

Il quantum computing inoltre accelera enormemente l’elaborazione di dati complessi, e combinato con l’AI consente di effettuare analisi psicometriche più accurate, simulazioni di reazioni sociali, nonché previsioni di vulnerabilità cognitive, per cui la difesa è messa nelle condizioni di anticipare come una popolazione reagirà a una campagna ostile.

Quanto alle comunicazioni quantistiche (QKD, Quantum Key Distribution), l’integrazione con l’AI monitora in tempo reale manipolazioni narrative e protegge messaggi governativi e militari da alterazioni cognitive, per cui le narrative ufficiali sono molto più difficilmente intercettabili o modificabili.

Questo blocca uno dei vettori principali della guerra cognitiva: la manipolazione dei flussi informativi.

Ai fini della valutazione del rischio, l’unione tra AI e Quantum consente altresì di generare istantaneamente deepfake perfetti, ovvero video, audio e testi falsi pressoché indistinguibili dalla realtà, oltreché algoritmi predittivi e modelli quantistici capaci di prevedere le reazioni emotive di una popolazione prima ancora che un attacco informativo venga lanciato.

In conclusione: la cognitive warfare è una disciplina che scaturisce dalla mente umana per colpire la mente umana.

Questa strategia mira ad alterare non solo cosa le persone pensano, ma il modo in cui elaborano le informazioni e agiscono, colpendo direttamente la mente umana come campo di battaglia.

Le tecnologie quantistiche, associate all’AI, costituiscono la vera “super arma” del dominio cognitivo, sia quando usate in maniera offensiva che difensiva.

Per questo motivo, tale convergenza rappresenta il moltiplicatore strategico che la NATO e i suoi alleati stanno integrando per difendersi da minacce ibride persistenti.

Autore

  • Laura Luigia Martini

    Laura Martini, Strategic Business Advisor, Global Executive, MSC in Nuclear Engineering, Politecnico di Milano, SDA Bocconi Senior Executive Fellow.

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