Il petrolio venezuelano è solo l’inizio
La notizia è apparentemente petrolifera. In realtà racconta qualcosa di molto più grande.
Il 31 agosto la Casa Bianca ha annunciato l’accordo con North American Blue Energy Partners (NABEP) una società privata di Alejandro Betancourt per esplorazione e produzione petrolifera che opera in Venezuela e in altri Paesi del Nord e Sud America.
La società indica come sede centrale Bridgetown, Barbados, e uffici operativi a Caracas, Maracaibo e Lechería.
È stata chiamata per lo sviluppo di 17 giacimenti venezuelani, con concessioni fino a 100 anni e riserve dichiarate di circa 65 miliardi di barili.
L’Office of Strategic Capital del Dipartimento della Difesa statunitense otterrà una partecipazione del 35% nella società; Washington avrà inoltre accesso privilegiato alla produzione, diritti di governance e potere di veto sulla composizione del board.
NABEP prevede fino a 100 miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture petrolifere venezuelane.
Quindi, non solo investitori diretti, ma:
venezuelana → concessione a società privata → ingresso dello Stato USA nel capitale → influenza sulla governance → diritto privilegiato sulla produzione → investimenti infrastrutturali americani.
Non è dunque soltanto un investimento americano nel petrolio venezuelano. È l’ingresso diretto dello Stato statunitense nella governance di un operatore energetico strategico.
Ed è qui che la notizia cambia significato.
La stessa Casa Bianca dichiara esplicitamente che molti dei giacimenti destinati a NABEP erano precedentemente controllati o gestiti da società russe e cinesi. Reuters conferma che tra gli operatori destinati a perdere spazio figurano interessi cinesi e russi.
La partita non riguarda soltanto quanti barili produrrà il Venezuela, ma chi controllerà le infrastrutture attraverso le quali quelle risorse entreranno nella nuova economia energetica del continente. Dal controllo della risorsa al controllo della filiera.
Per comprendere la portata dell’operazione bisogna spostare lo sguardo dal pozzo alla filiera. Il petrolio venezuelano è una risorsa enorme, ma trasformare le riserve in produzione significa costruire o ricostruire impianti, oleodotti, sistemi di trattamento, infrastrutture elettriche, porti, servizi industriali e capacità logistiche.
La stessa NABEP indica un piano di investimento fino a 100 miliardi di dollari e un obiettivo di produzione superiore a un milione di barili al giorno.
Ma gli analisti avvertono che la ricostruzione del settore venezuelano richiederà tempo e capitale e che la struttura dell’accordo potrebbe creare anche problemi di concorrenza e di attrattività per altri investitori.
Questo è il punto decisivo: l’infrastruttura diventa la vera posta in gioco.
Ed è esattamente ciò che emerge, con caratteristiche diverse, anche più a sud quando ho scritto di Vaca Muerta che non è più soltanto un giacimento. In Argentina, Vaca Muerta sta progressivamente diventando qualcosa di diverso da una grande riserva di shale oil e shale gas.
Il suo sviluppo richiede una rete di infrastrutture capace di portare la produzione verso i mercati gasdotti, oleodotti, impianti di trattamento, terminali, capacità LNG e collegamenti transfrontalieri.
Il governo argentino e quello brasiliano hanno già lavorato nel 2026 a una roadmap per l’integrazione dei rispettivi mercati del gas, analizzando diverse rotte per portare il gas argentino verso il Brasile.
Il documento bilaterale sottolinea esplicitamente che l’espansione delle esportazioni richiederà nuove infrastrutture di trasporto a partire da Vaca Muerta.
Uno studio di McKinsey stima che, per sfruttare pienamente il potenziale di Vaca Muerta lungo l’intera catena del valore, potrebbero essere necessari 125-170 miliardi di dollari di investimenti nel prossimo decennio, tra upstream, midstream, esportazioni e consumo interno.
Quindi Vaca Muerta non è soltanto una storia argentina. È potenzialmente un nuovo nodo energetico regionale, il Brasile diventa il grande mercato industriale.
Poi c’è il corridoio Bioceanico di Capricornio, che collega Brasile, Paraguay, Argentina e Cile, sta procedendo attraverso infrastrutture stradali, collegamenti transfrontalieri e modernizzazione della logistica.
La Banca Interamericana di Sviluppo lo considera uno dei principali progetti di integrazione fisica del Sud America. La sua importanza non sta soltanto nella possibilità di abbreviare i percorsi commerciali tra Atlantico e Pacifico.
Sta nel fatto che può mettere in relazione aree di produzione energetica, materie prime, industrie, porti e mercati.
Non esiste, e non posso affermare allo stato attuale, che ci sia la prova di un unico grande piano americano per ridisegnare l’intera infrastruttura energetica sudamericana, ma esiste qualcosa di altrettanto interessante: una convergenza di processi diversi.
Venezuela: rilancio del petrolio e massiccia ricostruzione infrastrutturale sotto una forte presenza americana.
Argentina: trasformazione di Vaca Muerta in piattaforma energetica esportatrice.
Brasile: grande mercato industriale, infrastrutture elettriche, produzione energetica e capacità manifatturiera.
Corridoi bioceanici: connessione fisica tra Atlantico e Pacifico.
E, sullo sfondo, una competizione crescente tra Stati Uniti, Cina e Russia per l’accesso alle risorse, alle infrastrutture e alle catene del valore.
È possibile quindi formulare un’ipotesi strategica più ampia: il Sud America potrebbe essere entrato in una fase di costruzione di una nuova geografia energetico-industriale, nella quale il valore non risiede più soltanto nelle riserve naturali, ma nella capacità di collegare risorse, infrastrutture, industria, energia e sbocchi commerciali.
A questo punto mi sembra lecito domandarsi la Cina? E la Russia?
È qui che bisogna evitare una lettura semplicistica.
La perdita di alcuni asset venezuelani non significa che Cina e Russia siano state espulse dal Sud America. La Cina conserva capacità finanziarie, industriali e infrastrutturali enormi nella regione. Il suo ruolo in Brasile, per esempio, comprende anche infrastrutture energetiche strategiche.
La Russia, invece, parte da una posizione diversa. Il suo peso economico-industriale in Sud America è molto inferiore a quello cinese, ma il Venezuela rappresentava un importante punto di presenza geopolitica ed energetica.
Per Pechino, dunque, la questione può diventare soprattutto come sostituire o compensare l’accesso perduto al petrolio venezuelano e mantenere la propria posizione nelle infrastrutture e nelle catene industriali sudamericane.
Per Mosca la questione è più direttamente geopolitica, come conservare influenza in un emisfero nel quale Washington sta dichiarando apertamente di voler riaffermare la propria centralità?
Può essere una maggiore presenza in Brasile, Argentina, infrastrutture, energia elettrica, minerali critici, porti, logistica e nuove catene industriali.
Per anni abbiamo osservato il Sud America come una somma di singole opportunità: il petrolio venezuelano, Vaca Muerta, il litio argentino, il Brasile, i minerali cileni, i corridoi bioceanici.
Forse dobbiamo cominciare a guardarli come un unico spazio infrastrutturale in formazione, non per questo devono essere progetti coordinati ma possono diventare reciprocamente complementari.
Energia venezuelana, gas argentino, industria brasiliana, minerali andini, porti sull’Atlantico e sul Pacifico, corridoi transcontinentali, reti elettriche, gasdotti e oleodotti, LNG, data center e nuove infrastrutture digitali.
Ma soprattutto, capitale e tecnologia necessari a trasformare risorse geograficamente disperse in una catena industriale integrata.
La decisione americana sul Venezuela potrebbe dunque essere letta come un episodio di una partita molto più grande.
Washington non sta semplicemente cercando nuovo petrolio. Sta cercando di ricostruire una filiera energetica continentale nella propria area strategica, riducendo la capacità di potenze esterne di controllare nodi fondamentali e collegando sicurezza energetica, infrastrutture e industria.
La Cina, che negli ultimi decenni ha costruito una presenza sudamericana attraverso commercio, finanziamento, infrastrutture e acquisto di materie prime, difficilmente resterà spettatrice.
La Russia dispone di strumenti diversi e più limitati, ma il Venezuela dimostra quanto la dimensione energetica possa essere utilizzata anche come leva geopolitica.
Adesso è importante osservare chi costruirà le infrastrutture che renderanno possibile il prossimo ciclo economico sudamericano.
Sta cambiando la geografia economica.
E forse è proprio questa, più ancora del petrolio venezuelano, la partita che è appena cominciata.





