Si salva Giuseppe Conte il situazionista con dietro alle spalle la formazione di Villa Nazareth, la Comunità di Sant’Egidio e i consigli, molto utili, di Massimo D’Alema
Se parliamo di fuffa, l’esponente emblematico star del momento è Stefano Bonaccini, il quale dotatosi di diploma di maturità scientifica al liceo scientifico “Wiligelmo” di Modena, ha intrapreso giovanissimo la carriera politica e amministrativa, senza proseguire gli studi universitari.
Preclaro esempio di studioso.
Durante un intervento pubblico, il presidente del PD, quello che si è fatto fregare il posto dalla logica dei gazebo, quindi perfetto esperto di flussi elettorali, ha commentato proprio i flussi elettorali affermando che nei Paesi occidentali il voto alle destre (portando ad esempio Trump, Le Pen e la destra italiana) proviene in maniera maggioritaria da «chi ha meno titoli di studio» e da chi versa in condizioni socio-economiche più svantaggiate.
C’è da dire che Bonaccini non è per niente originale nei suoi studi sociologici. Durante la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi del 2016, Hillary Clinton utilizzò l’espressione diventata poi famosa «basket of deplorables» (letteralmente “un cesto di deplorevoli” o “una massa di miserabili”).
Il 9 settembre 2016, durante un evento privato di raccolta fondi a New York (l’LGBT for Hillary Gala), la candidata democratica pronunciò queste parole: «Per fare una generalizzazione molto rozza, potreste mettere metà dei sostenitori di Trump in quella che io chiamo la massa dei deplorevoli (basket of deplorables). Racisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamofobi – chi più ne ha più ne metta».
Bonaccini è arrivato dieci anni dopo. La cultura in casa PD ha i suoi tempi.
Il dramma della sinistra è che si è riempita, negli anni Settanta del secolo scorso, di pseudo intellettuali scappati di casa, studenti che non hanno finito l’università o laureati in sociologia a Trento che poi sono passati a insegnare filosofia nei licei.
Tutti intellettuali di pregio che hanno spiegato alla classe operaia chi è. Perché è noto che uno pseudo intellettuale scappato dall’oratorio, con il libretto di Mao in mano, è il migliore maestro per spiegare ad un operaio chi è lui davvero.
Lui che lavora non lo sa e la sua coscienza di classe chi gliela dà? Il professorino pseudo filosofo, pseudo sociologo, in sostanza solo pseudo.
La spocchia della sinistra è ormai diventata una barzelletta. Solo i sinistri leggono, capiscono, sono competenti. Se hai letto Carl Schmitt, Oswald Spengler, Ernst Jünger, Leo Strauss sei un deplorable. Se per caso ti sei imbattuto in Martin Heidegger sei nazista.
Chi lo certifica? La cultura della piadina e del Rubicone, inteso come sangiovese. In romagnolo dei sommi certificatori si direbbe: “U j’ha scapé e’ caplèt”.
Karl Marx, Friedrich Engels e Ludwig Feuerbach? Chi sono? No scusate. Il vero sinistro non perde tempo. Ho conosciuto uno che si vantava di essersi formato su Salgari. Sandokan e le tigri di Mompracem, testo fondamentale per essere l’avanguardia delle masse. Interessante lettura, sia chiaro.
Una volta c’era la scuola di partito. Il PCI aveva le Frattocchie. La DC aveva la Camilluccia.
Il PD, a quanto pare, sentendo Bonaccini, ha la straordinaria forza culturale della scuola di Hillary Clinton: deplorables.
La fuffa è fuffa. Si qualifica da sola.
La sinistra spocchiosa e il ridicolo vestito da ignoranza
Il giornalista Massimo De Manzoni nel corso di 4 di Sera News su Rete 4, commentando il programma politico di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha osato dire che l’aborto non è un diritto, ma una tragedia.
La citazione di Vannacci ha creato subito una vittima. I romagnoli, del tizio, direbbero: “U j’ha scapé e’ caplèt.”
Quando Massimo De Manzoni cita Enrico Berlinguer il solito piddino gli dice di sciacquarsi la bocca, mentre lui stesso dovrebbe sciacquarsi il cervello.
Nel 1981, quando la legge 194 era sottoposta alla prova referendaria, il PCI di Enrico Berlinguer la difendeva con decisione, ma difendere la legge non significava per Berlinguer celebrare l’aborto.
Il 26 aprile 1981, nel corso della campagna referendaria, il Segretario del PCI intervenne in una manifestazione dedicata proprio alla difesa della legge 194.
Nell’archivio della Fondazione Gramsci, che conserva gli scritti e i discorsi di Berlinguer, l’intervento è catalogato come «Comizio in difesa della legge 194», 26 aprile 1981.
La posizione sostenuta in quella campagna era chiarissima: i comunisti difendevano la 194, ma non perché considerassero l’aborto qualcosa di desiderabile. Una fonte coeva è ancora più esplicita.
L’Unità del 10 maggio 1981, riferendo un intervento di Berlinguer, scriveva: «non è perché siamo abortisti, ma, proprio al contrario, perché consideriamo l’aborto un male».
E spiegava che tale giudizio derivava dai traumi prodotti nella donna e dai danni sociali, mentre la legge cercava di porre rimedio al fenomeno senza ricacciarlo nella clandestinità.
Che dire? Quelli del Pd studiano, ma non studiano le loro radici, perché le hanno recise per darsi al woke. Gli è scappato il “caplèt.”
La truffa politica, che invece è cosa ben peggiore della fuffa
Roberto Speranza, in un’intervista a Il Corriere della Sera, preso atto che le primarie sono divisive, si è inventato la seguente truffa politica: “Basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano”.
Speranza ha conseguito una laurea in Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli e successivamente un dottorato di ricerca in Storia (in Storia dell’Europa Mediterranea).
Qui la cultura della sinistra emerge come le vette dell’Himalaya, ma, evidentemente, non è sufficiente aver conseguito una laurea per essere esenti dallo sfornare idee poco sensate.
Il problema è che un giovanotto di 18 anni o un partigiano di 95, indicati come leader di coalizione, dovrebbero poi essere eletti come presidenti del Consiglio. Se non è così, chi li ha proposti ed eletti alle primarie, ha truffato gli elettori.
Poi, sempre con il respiro delle vette himalayane, arriva il geometra Angelo Bonelli di AVS, il quale propone un parente delle vittime delle stragi. Facciamo subito un referendum su quale parente e su quale strage.
E poi, se il parente lo si vota, farà il presidente del Consiglio? No, abbiamo scherzato.
Messaggio per l’elettore in linguaggio non politicamente corretto: “Caro elettore, ti abbiamo preso per il culo”.
Ed ecco che s’avanza come un vero guerriero il trasformista Conte

Conte non è nato ieri e non è nato sotto un cavolo. È nato nel mondo ecclesiastico e gode della stima di Massimo D’Alema, cosa che crea ondate di panico nei piddini studiosi, colti, intelligenti, competenti e chi più ne ha e più ne metta.
I collegamenti tra Giuseppe Conte e gli ambienti vaticani, diplomatici e della sinistra italiana ruotano attorno alla sua formazione accademica e al suo percorso d’accesso alle istituzioni.
La pietra angolare della formazione etico-politica di Giuseppe Conte è il Collegio Universitario Villa Nazareth di Roma, storico istituto d’eccellenza che accoglie e forma studenti universitari meritevoli.
Conte vi è entrato nel 1983 da studente di Giurisprudenza e ne è rimasto legato anche da docente ed ex allievo. A Villa Nazareth ha preso insegnamenti e consigli dai cardinali Achille Silvestrini (Mafia di San Gallo), Agostino Casaroli (Ostpolitik vaticana) e Pietro Parolin, attuale segretario di Stato.
Achille Silvestrini è stato la figura centrale di Villa Nazareth per decenni e il vero mentore intellettuale di Conte. Silvestrini (scomparso nel 2019) guidava la fondazione e promuoveva una visione cattolico-democratica aperta al dialogo, erede della tradizione diplomatico-istituzionale della Santa Sede.
Agostino Casaroli, storico Segretario di Stato vaticano (artefice dell’Ostpolitik vaticana durante la Guerra Fredda) era strettamente legato al gruppo di Villa Nazareth. La sua figura ha influenzato il modello culturale e diplomatico trasmesso agli allievi del collegio.
Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato della Santa Sede, ha sempre mantenuto frequenti contatti con il mondo di Villa Nazareth. Il canale tra Conte e la Segreteria di Stato vaticana, fondamentale durante i suoi due governi (Conte I e Conte II), ha trovato in questi ambienti comuni una solida sponda istituzionale.
Il gruppo di “San Gallo”
L’espressione (spesso definita informalmente “Mafia di San Gallo” per via di una celebre e colorita battuta del cardinale Godfried Danneels) indica un gruppo informale di cardinali progressisti ed europeisti che, a partire dalla fine degli anni ’90, si riuniva in Svizzera per discutere il futuro della Chiesa.
Il Cardinale Silvestrini faceva parte di questo network riformista. Pur non essendoci alcun legame diretto di Conte con la rete ecclesiastica di San Gallo, il legame diretto tra Conte e Silvestrini ha portato gli analisti politici a rintracciare nell’approccio negoziale del premier l’impronta di quella specifica scuola diplomatica cattolica.
La Comunità di Sant’Egidio
I rapporti tra Giuseppe Conte e Sant’Egidio si collocano nel solco del cattolicesimo sociale romano. La comunità guidata da Andrea Riccardi condivide con l’ambiente di Villa Nazareth molti valori di fondo: mediazione internazionale, attenzione ai ceti fragili e accoglienza dei migranti.
Durante la sua permanenza a Palazzo Chigi, Conte ha collaborato regolarmente con la Comunità su temi di corridoi umanitari, politiche sociali e cooperazione allo sviluppo.
Massimo D’Alema
Il legame con Massimo D’Alema appartiene alla seconda fase politica di Conte, in particolare dalla nascita del governo Conte II (alleanza M5S-PD/Articolo 1).
D’Alema ha espresso a più riprese apprezzamento per l’evoluzione politica di Conte e per la sua capacità di strutturare il Movimento 5 Stelle come forza progressista, capace di intercettare il voto dei ceti popolari.
Sebbene la stampa politica abbia descritto D’Alema come un “consigliere ombra” dell’ex premier – ipotesi spesso ridimensionata dai diretti interessati – la convergenza tattica e strategica tra i due è emersa chiaramente nelle dinamiche del campo progressista e nelle posizioni di politica estera.
Non è un caso che Goffredo Bettini, uomo politico vicino a Massimo D’Alema, voglia le primarie.
Bettini è, infatti, uno dei sostenitori della necessità delle primarie per la scelta del candidato premier del Campo Largo, anche se ha ribadito che le consultazioni debbano rimanere aperte a tutti i profili della coalizione – inclusa la segretaria del PD Elly Schlein – pretendendo prima un programma condiviso e “garanzie politiche” di lealtà tra gli alleati.
Bettini ha sempre difeso la necessità di un’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle guidato da Conte (linea sostenuta fin dal governo Conte II).
Cosa può fare la Schlein. Perdere con il cerino woke in mano

Schlein non ha poche possibilità solo perché è associata alla cultura woke. Il problema è che il tema woke si inserisce dentro una debolezza più generale della sua leadership.
Il dato più significativo è proprio recente: un sondaggio Ipsos Doxa del 4 agosto ipotizza un confronto per la guida del centrosinistra e dà 51% al centrodestra contro 49% con Schlein candidata; sostituendo Schlein con Conte, il risultato si ribalta: 51,2% centrosinistra contro 48,8% centrodestra.
Conte potrebbe essere il candidato più competitivo contro Meloni proprio perché il sondaggio gli attribuisce la capacità di recuperare elettori che Schlein non riesce a mobilitare.
Conte sta facendo una mossa astuta: non rinnega completamente i diritti civili, ma cerca di spostare il baricentro della sinistra verso salari, welfare, lavoro, pace, costo della vita e protezione sociale. E ora ha aggiunto esplicitamente la critica agli eccessi della cultura woke.
Conte non sta semplicemente parlando al proprio elettorato. Sta cercando di sottrarre a Schlein una parte dell’elettorato PD. Un’analisi recente ha infatti rilevato che la sua strategia consiste proprio nell’entrare nel terreno della segretaria dem.
Conte sta facendo una conversione strategica, mentre Schlein è molto più vincolata alla propria storia politica e culturale.
Conte può cambiare terreno di gioco; Schlein rischia di essere costretta a difendere il terreno sul quale è stata eletta.
Il dato Ipsos è interessante proprio perché trasforma questa ipotesi in qualcosa di più concreto: con Schlein il centrosinistra perde di misura; con Conte vince di misura.
Conte vince ma nel libro dei sogni
Ovviamente le percentuali di vincita con Conte presuppongono che Vannacci non stia nel Centrodestra
L’Ipsos-Doxa specifica esplicitamente che nello scenario Schlein – Meloni il centrodestra è considerato senza Vannacci: 51,2% contro 48,8%. Nello scenario Conte– – Meloni, sempre con Vannacci fuori dal centrodestra, il campo progressista arriva al 51,2% contro il 48,8% del centrodestra.
Oggi Futuro Nazionale è intorno al’8% nei sondaggi recenti. Ha superato Lega e Forza Italia.
Un sondaggio Pagnoncelli di luglio stimava il centrodestra tradizionale al 40,8%, che saliva al 47,9% includendo Futuro Nazionale.
Se facciamo l’ipotesi precisa e assai probabile che Futuro Nazionale di Vannacci entri nella coalizione di centrodestra, possiamo costruire una stima abbastanza solida usando i sondaggi più recenti.
Il dato più aggiornato, del 28 agosto 2026, dà circa: FdI 28%, FI 7,5%, Futuro Nazionale 7%, Lega 6%; PD 20,5%, M5S 12,5%, AVS 6,5%.
| Scenario | Centrodestra | Centrosinistra | Vantaggio |
| Conservativo | 45–46% | 43–44% | CDX +2 |
| Centrale | 46–47% | 43–44% | CDX +3/+4 |
| Favorevole al CDX | 47–48% | 42–43% | CDX +5 |
La stima centrale oggi sarebbe circa 46,5% contro 43,5%, quindi più 3 punti per il centrodestra.
Questa stima è coerente con il fatto che, nei dati più recenti, Futuro Nazionale è arrivato intorno al 7–8%, mentre il centrodestra tradizionale è intorno al 38 – 39%. Un’aggregazione del 28 agosto riportava infatti 38,5% per FdI + FI + Lega + Noi Moderati e 46,5% aggiungendo Futuro Nazionale.
Con Vannacci dentro il centrodestra, Conte non sarebbe più il favorito del ballottaggio ipotizzato da Ipsos.
Conte sembra essere il candidato più competitivo per la sinistra, ma Vannacci sembra essere il fattore che può impedire anche a Conte di trasformare questa competitività in vittoria.
Cosa farà il centrodestra lo vedremo.
Il PD verso il suicidio
Quello che si capisce è che il PD naviga verso il suicidio.
La Schlein, infatti, naviga verso la proroga per la segreteria, mentre crescono i dubbi sulle primarie
Il 13 marzo 2027 scadrà il mandato di Elly Schlein, insediata quattro anni prima, dopo aver vinto, grazie ai gazebo, le primarie contro Stefano Bonaccini, durante l’assemblea a La Nuvola dell’EUR. Si pone quindi, per la prima volta nella storia del PD, il tema della proroga al mandato del leader. Non era mai accaduto in precedenza.
Sembra che, stando a fonti parlamentari dem, non sia nell’aria la richiesta di un passaggio tecnico per prorogare il mandato.
Schlein rimane dove è. Punto e a capo.





