Home Opinioni Basta gossip: tribunale mediatico smetta di pronunciarsi su Ranucci

Basta gossip: tribunale mediatico smetta di pronunciarsi su Ranucci

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Si attenda che la giustizia faccia il suo corso invece di alimentare il dibattito sociale e politico

Resto del mio parere: io sto con Ranucci per quanto riguarda le accuse personali mossegli.

Fin quando non venisse definita giuridicamente una “colpa” che sia qualcosa in più di uno spot da gossip e questa non fosse formalizzata e, sino alla decisione definitiva, un uomo è innocente.

Punto.

Finora su lui c’è stato invece tanto gossip. Rifiuto il “ben gli sta”. È qualcosa che reputo vergognoso per la stesso vivere civile.

Il mescolare la vita privata con quella professionale – vale per il giornalismo esattamente come per la politica e vale sempre e per chiunque – disegna un abbozzo di società che si regge sull’esame di “purezza” come premessa di tutto. Forse anche assorbente il tutto.

E poiché “Un puro trova sempre uno più puro che lo epura”, se quella è la base della società che disegniamo, ebbene essa si propone come a matrice confessionale.

Mi permetterete di prenderne le distanze.

Ranucci giornalista, invece, è altra cosa.

Ho sempre considerato profondamente sbagliato il suo modo di fare informazione. Solleticare gli istinti moralistici popolari; cogliere, di un fatto e di una persona, gli aspetti più personali e scandalistici, ricercare collegamenti ed amicizie e frequentazioni avuti nella sua vita anche molto passata, pubblicarli anche solo come sospetto di cosa un po’ “strana” – figuriamoci se li si sottintende come “inquietanti” – significa rischiare di demolire famiglie, affetti, carriere. Vite.

Senza possibilità di riparare poi ai non pochi errori commessi. Un obbrobrio morale e non solo. Vale soprattutto in questi ultimi anni, soprattutto per l’informazione.

Ritorna la storia di San Filippo Neri e della gallina spennata camminando per strada da parte di una maldicente che, per punizione, avrebbe dovuto raccoglierne poi tutte le penne.

Informazione e ricerca della verità, giornalismo di inchiesta, controllo anche severo del potere (dovrebbe però riguardare non solo la politica e vicini dintorni, ma quelli che potenti sono davvero e che considerano la democrazia un fastidioso inconveniente sociale), come insegna chi ha ricevuto riconoscimenti tipo premio Pulitzer, non è il metodo che ha seguito Ranucci.

La decisione della RAI di spostarlo ad altro incarico è tardiva, perché questo della – a mio parere – strumentale investigazione è un andazzo che va avanti da tempo.

E non riguarda solo la trasmissione Report. Ad esso è improntata gran parte della “informazione” televisiva. Non solo RAI e non solo televisiva.

È il metodo di fare giornalismo che va messo in discussione: tutto e non solo Report. E non può essere, ripeto, solo e da sola la RAI.

Se non si coglie quest’occasione per affrontare il tema, siamo al solito equivoco che genera guerra tra bande. Perché è chiaro che i due contesti politici, anche su questo, si confrontano alla maniera di bande.

Il fenomeno è di una pericolosità sociale che, se non si apprezza come tale e si continua a considerarla un valore da difendere, non porta da nessuna parte.

Al pericolo – già diventato realtà – di un dibattito sociale e politico acceso quasi esclusivamente sul peggio del gossip, recentemente sempre più condito anche con insulti e linguaggi da trivio, si aggiunge l’altro pericolo di creare dei sancta sanctorum e caste di intoccabili in nome di libertà molto dubbie, spesso costruite su equivoci del valore i libertà.

La reazione della redazione di Report alla decisione della RAI dovrebbe essere oggetto di riflessioni profonde anziché di scontro tra schieramenti di Partiti: contiene un concetto inaccettabile di libertà, un’ipotesi di un valore (la libertà di opinione e di informazione) non solo superiore a quello di qualsiasi altro ma di “proprietà” di chi lo esercita, un substrato di “noi siamo noi e voi non siete un ….” che va chiarito, definito nei limiti.

È noto il mio pensiero sul processo di magistrocrazia che vedo in atto. Penso che la garanzia di libertà e autonomia del potere “giustizia” non può coniugarsi dimenticando l’equilibrio con gli altri due poteri. E, invece,
qualcosa ha scricchiolato e scricchiola.

Il quarto potere è regolato molto meno dei tre tradizionali. È una situazione da sanare.

Esempi nefasti di congiunzione tra un potere esondato e uno mai davvero definito nei suoi contenuti e confini li abbiamo già visti. Ci è morta una Repubblica. Temo che, ora, senza una riflessione vera, possa morirci la democrazia.

Autore

  • Giuseppe Augieri

    Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.

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