Acuta fase di fragilità multipolare americana
Giunti alla fine d’agosto, il quadro internazionale appare segnato dall’interconnessione di due teatri di crisi che in contemporanea gravano sulle risorse e sull’attenzione strategica degli Stati Uniti.
Da una parte il prolungamento e l’inasprimento qualitativo della guerra in Ucraina, con crescenti rischi di ricadute per la NATO e dall’altra il conflitto aperto con l’Iran, incentrato sul controllo dello Stretto di Hormuz e le rinnovate e rafforzate sanzioni economiche.
Proprio in questo quadro s’inseriscono le missioni diplomatiche e di intelligence a Mosca del Direttore della CIA, John Ratcliffe, e del Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Santa Sede, arcivescovo Paul Richard Gallagher, e in Europa del Sottosegretario alla Difesa per la Politiche, Elbridge Colby.
Sullo sfondo, si stagliano, in tutta la loro centralità, il ruolo della Cina, soprattutto su terre rare, minerali critici e gestione delle sanzioni iraniane, e i legami triangolari tra Russia, Cina e Iran.
Siamo al cospetto di un’acuta fase di fragilità multipolare in cui Washington cerca di contenere il rischio su più fronti, di redistribuire gli oneri sugli alleati europei e d’isolare Teheran senza precipitare e precipitarsi in un allargamento incontrollato.
È stata soprattutto la visita del Direttore della CIA a Mosca a raccogliere le maggiori attenzioni, alimentando numerose ipotesi speculative che tuttavia, nell’assenza di dati certi, tali restano: così ribadisce, proprio oggi, l’agenzia russa TASS.
Il Presidente Trump l’ha definita semi-routinaria, trovando in ciò una conferma nello stesso Direttore del FSB, Sergey Narishkin.
La mancanza di certezza ha portato la stampa occidentale, come ricordato da Nezavisimaya Gazeta, a diffondere le teorie più disparate, dall’apocalisse alla pace imminente; ma in realtà s’è trattato di un vertice formale e segreto, i cui contenuti non possono venir resi pubblici.
Una teoria vuole che Ratcliffe e Naryshkin abbiano discusso delle sanzioni economiche e finanziarie americane all’Iran e delle relative ritorsioni che andrebbero a ricadere sui suoi partner commerciali, con l’esortazione di Washington a Mosca a recidere i suoi legami economici con Teheran onde non incorrervi.
Dato il clima di forte boicottaggio sanzionatorio che vive da anni, secondo Pavel Sevostyanov, professore associato presso l’Università Russa di Economia Plekhanov, Mosca vivrebbe la minaccia di nuove ritorsioni economiche con “un peso minore” rispetto “ad un Paese profondamente integrato nel sistema finanziario occidentale”.
Un’altra teoria vuole invece che Ratcliffe sia giunto d’urgenza con un volo militare a Mosca per dissuadere i vertici russi dall’intraprendere attacchi sui Paesi NATO, in particolare le repubbliche baltiche.
Già nel 2021, come ricordato anche da Politico, era avvenuto un precedente con la visita dell’allora Direttore della CIA, Bill Burns, per ammonire il Cremlino dal non invadere l’Ucraina; ma non andò bene.
Tuttavia, secondo la portavoce della Commissione UE, Paula Pinho, Bruxelles non era al corrente della visita: ciò smentirebbe questa teoria, confermando che l’uso di un aereo militare C-17 per recarsi a Mosca potrebbe essere stata proprio per questo una scelta non casuale.
L’Ucraina, su richiesta degli Stati Uniti, aveva intanto sospeso i suoi attacchi sul suolo russo dal 24 al 26 agosto, rafforzando le convinzioni russe che, malgrado il forte impegno dei Paesi europei, sia soprattutto Washington a guidare la mano di Kiev.
Ancora, una terza teoria vuole che Trump stia intensificando i suoi sforzi per riportare al tavolo negoziale Russia e Ucraina, con il Ministro degli Esteri Oana Toiu che, nel viaggio di Ratcliffe a Mosca, ha letto la prospettiva di un processo di pace guidato da Washington.
La quarta teoria, infine, come da parola dello stesso Naryshkin, è che l’incontro non sia stato “nulla di insolito. Nell’ambito dell’intelligence, gli incontri tra capi delle agenzie, sia di persona che online, fanno parte del nostro lavoro”.
In ogni caso, non sono mancati avvertimenti russi ai Paesi UE e NATO. Lo scorso 23 agosto, come riportato da Izvestia, il Ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha diffidato Bruxelles e, soprattutto Paesi come Inghilterra, Francia e Germania, dall’incrementare la loro cobelligeranza verso Kiev.
Il giorno successivo, tuttavia, il Primo Ministro britannico Andy Burnham ha autorizzato, con il coordinamento della Francia e del consorzio MBDA, formato da Inghilterra, Francia, Germania, Italia e Spagna, il trasferimento di tecnologie classificate per i missili da crociera Storm Shadow/SCALP all’Ucraina, a rappresentare un ulteriore colpo d’acceleratore proprio nel cammino stigmatizzato da Mosca.
In tal modo, Kiev passerebbe dal solo ricevere le forniture d’armi finite dagli alleati europei al poterle potenzialmente produrre in autonomia, aumentando le sue capacità di colpire obiettivi strategici russi in profondità.
La Francia era già coinvolta nell’operazione con la concessione della produzione su licenza, mentre l’Italia, partner di MBDA tramite Leonardo, non aveva frapposto particolari obiezioni.
Successivamente, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha ammonito che la Russia potrebbe condurre rappresaglie contro le installazioni militari britanniche in Ucraina e oltre, in risposta proprio agli attacchi da parte delle forze ucraine con armamento fornito da Londra.
Intanto, dal 24 al 28 agosto, si è consumata la missione di pace e dialogo a Mosca dell’arcivescovo Gallagher; la prima, come ricordato da Vatican News, dal 2021.
Il 25 vi è stato l’incontro bilaterale col Ministro degli Esteri Lavrov, su temi internazionali, guerra in Ucraina, aspetti umanitari e stato della comunità cattolica in Russia.
I due rappresentanti hanno concordato sul fatto che “la guerra deve finire” e che “non può essere risolta con mezzi militari”; dal canto suo, Gallagher ha ribadito l’appello di Leone XIV a interrompere le ostilità per avviare “vere negoziazioni” con il sostegno della comunità internazionale, offrendo i buoni uffici della Santa Sede.
Lavrov ha apprezzato la posizione “bilanciata” e la disponibilità al dialogo di Oltretevere, definendo “affidabili, amichevoli e pragmatiche” le relazioni sin qui stabilite.
Lo stesso giorno, Gallagher ha incontrato anche il suo omologo ortodosso, il metropolita Antonio di Volokolamsk del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca.
Il 26 agosto l’incontro con Juri Ushakov, Consigliere di Putin per la Politica Estera, e il 27 l’incontro con clero e religiosi della comunità cattolica, e la Messa nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione di Mosca.
La Santa Sede, organismo duale, guida al tempo stesso della Chiesa Cattolica e dello Stato del Vaticano, ha confermato, anche in questo, una politica estera raffinata e oculata, mossa più dalla lungimiranza che dal wishful thinking che, invece, caratterizza la cornice euro-americana.
Infine, più recente, il giro di visite del Sottosegretario alla Difesa per le Politiche USA, Elbridge Colby, che ha visitato l’EUCOM a Stoccarda, lo SHAPE a Mons e il quartier generale NATO a Bruxelles, incontrando il Segretario Generale Mark Rutte e il Consiglio del Nord Atlantico.
Il coinvolgimento con i vari temi sin qui trattati appare intangibile, seppur dominato soprattutto dalla volontà di condurre i partner del Vecchio Continente verso una “NATO 3.0” con una difesa convenzionale a guida primaria europea in cui gli Stati Uniti, pur mantenendo il loro impegno, ricalibrano la postura per concentrarsi su altre priorità globali relative all’emisfero occidentale e al confronto con Pechino e nella “prima cintura di isole” del Pacifico.
In ciò andrebbe a inserirsi l’attuale revisione nella presenza delle forze USA in Europa, iniziata mesi fa.
In definitiva, quella di Colby è parsa, sia pur nell’ambito di colloqui ancora preliminari, una missione tesa soprattutto a svincolare nuove risorse dai partner europei, un obiettivo che Washington pone come condizione ai propri alleati per adeguare la NATO alle sfide odierne.
È proprio la Cina, indirettamente nominata nel precedente paragrafo, a costituire per Washington la vera sfida all’orizzonte, laddove Russia e Iran lo sono per il presente.
Agli occhi degli Stati Uniti, Pechino collega e amplifica i due teatri, come principale acquirente di petrolio iraniano e sistemi di pagamento e reti parallele che, riducendo l’esposizione al dollaro, vanificano le sanzioni americane a Teheran e i relativi tentativi d’isolamento.
Mosca, dal canto suo, mentre sostiene il conflitto in Ucraina, rafforza questo ecosistema cooperando nell’elusione delle sanzioni, fornendo tecnologie dual-use e sostenendo filiere di produzione bellica, come nel caso dei droni.
Infine, gli Stati Uniti, per completare il cerchio, dal 2022 accusano insieme agli alleati europei la Cina di contribuire alla guerra russa in Ucraina, sia con l’acquisto di gas e petrolio da Mosca che con la fornitura di tecnologie dual-use, anche se su quest’ultimo punto i dati occidentali hanno sempre accusato poca chiarezza.
A rendere più nevralgico l’approccio di Washington a Pechino, il dominio cinese sulle terre rare e i minerali critici, e le relative filiere.
Dato il massiccio esaurimento delle scorte militari americane, con arsenali che vedono un consumo dei Patriot e dei Tomahawk, rispettivamente, del 50 e 80% e così pure di quelle di minerali critici necessari alla produzione di nuove scorte, l’introduzione e il rafforzamento da parte cinese dei controlli all’esportazione di elementi pesanti e materiali dual-use ha colpito significativamente le imprese americane del settore della difesa e le relative catene di fornitura.
Nel momento in cui gli Stati Uniti e i loro alleati premono sull’acceleratore del riarmo, oltre che della transizione energetica e delle tecnologie avanzate, la leva data da un simile provvedimento non appare affatto aggirabile.
Un eventuale inasprimento dei controlli cinesi potrebbe ancor più colpire i settori americani ad alto valore aggiunto: la sola eventualità si presenta come una formidabile arma di deterrenza in mano a Pechino, tale da smontare previamente ogni tentativo americano di sanzionamento e boicottaggio.
Anche questo fattore esplicita la natura del triangolo strategico tra Russia, Cina e Iran di “asse di elusione” dai tentativi di contrasto e controllo americani: Pechino acquista energia scontata e fornisce beni e tecnologie; Mosca e Teheran si sostengono mutuamente sul piano militare; tutti e tre sviluppano congiuntamente circuiti finanziari e commerciali alternativi capaci di spaziare ben oltre le sole alleanze SCO e BRICS+.
Dinanzi a tale opera elusiva, Washington appare, così, in crescente difficoltà: mentre bilancia la sua sua pressione su Mosca per frenare l’iniziativa dei partner europei in Ucraina, potenzialmente incontrollabile, bilancia anche quella con Teheran, temendo che una vanificazione delle sanzioni finanziarie si tramuti in un boomerang per il dollaro e la sua salute economica, oltre ad allargare il confronto con Pechino e imprimere velocità al consolidamento di un “blocco internazionale parallelo”.





