Washington sta acquisendo opzionalità strategica sull’offerta mondiale di petrolio
Non sarà, come dice enfaticamente Donald Trump, il “più grande accordo della storia”, ma il controllo Usa di 65 miliardi di barili di riserve venezuelane, pari a circa il 21-22% delle riserve venezuelane complessive, è sicuramente un fatto di enorme importanza, riguardante una cifra enorme, soprattutto alla luce del fatto che al momento gli USA ne hanno a disposizione ‘soltanto‘ 45 contro i 303 miliardi del Venezuela, le maggiori al mondo.
Con questa iniezione di oro nero l’America rimpolpa la sua Strategic Petroleum Reserve, riduce l’importanza di Hormuz e rassicura gli elettori che la benzina non sarà in balia delle necessarie azioni internazionali.
Grazie alla nascita della seconda compagnia al mondo con 100 miliardi di investimenti americani, l’accordo attribuirebbe a Washington il 55% della produzione di una “joint venture” con un operatore privato attivo nel Paese sudamericano.
La presidente venezuelana ad interim, Delecy Rodrίguez ha confermato lo storico accordo, che – sostiene – “avrà un impatto significativo sul rinascimento della nostra nazione. Si prevede – ha aggiunto – lo sviluppo di 17 campi strategici, un investimento di oltre 100 miliardi di dollari e più di 209 miliardi in entrate fiscali per lo Stato”.
Tra le compagnie straniere che hanno oggi una presenza nel Paese ci sono Chevron, Repsol ed ENI e, secondo alcune fonti di stampa, potrebbero essere candidati naturali.
“Stiamo lavorando con le controparti venezuelane e con tutte le Autorità coinvolte per contribuire al rilancio del settore energetico del Paese, a beneficio della sua popolazione e della sicurezza energetica internazionale”, ha dichiarato un portavoce del gruppo energetico italiano sottolineando che “attualmente non siamo nella posizione di commentare i prossimi passi, ma ne comunicheremo i dettagli una volta finalizzati”.
Oltre all’identità dell’operatore privato, un altro dei nodi da sciogliere è il ruolo della PDVSA, la compagnia petrolifera di Stato venezuelana.
Sotto Nicolas Maduro la legge le attribuiva almeno il 60% nelle “imprese miste” ma in questo caso, almeno per il momento, il ruolo della PDVSA non è stato menzionato.
Nel comunicato ufficiale del governo Rodriguez si parla solo dei 65 miliardi di barili, 17 giacimenti da cui sarebbero estratti e 100 miliardi di investimenti per Caracas.
Il Venezuela sta valutando di lasciare l’OPEC di cui è membro fondatore dal 1960, proprio alla luce dei rafforzati legami con gli Stati Uniti.
Gli effetti sui mercati mondiali
L’accordo annunciato il 28 – 29 agosto 2026 tra Stati Uniti e Venezuela può avere effetti molto rilevanti sui mercati mondiali, ma bisogna distinguere l’effetto immediato sui prezzi dall’effetto strategico che potrebbe prodursi nei prossimi 5-15 anni.
Il progetto prevede lo sviluppo di 17 giacimenti e un obiettivo iniziale di produzione di circa 1,5 milioni di barili/giorno, con oltre 100 miliardi di dollari di investimenti prospettati.
Il primo effetto è una pressione al ribasso sul petrolio. La cosa interessante è che 65 miliardi di barili non entrano immediatamente sul mercato. Il mercato però anticipa il futuro.
Se gli operatori ritengono credibile che il Venezuela possa passare dall’attuale produzione depressa a livelli molto superiori, incorporano oggi una parte dell’aumento futuro dell’offerta nel prezzo.
L’obiettivo dichiarato è circa 1,5 milioni di barili/giorno dai 17 campi dell’accordo.
Questo significa: più offerta futura, minore premio di scarsità, pressione sul Brent e sul WTI.
Gli analisti infatti ritengono che l’impatto immediato sui prezzi sarà limitato, proprio perché riportare in funzione l’apparato petrolifero venezuelano richiederà enormi investimenti e tempo.
Ma c’è un aspetto più importante. Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili di riserve provate, le maggiori al mondo.
Quindi Washington non sta semplicemente acquisendo una nuova fonte di petrolio, ma sta acquisendo opzionalità strategica sull’offerta mondiale di petrolio.
L’effetto sull’OPEC
Se gli Stati Uniti riuscissero effettivamente a riportare la produzione venezuelana verso 2 – 3 milioni di barili/giorno, il Venezuela potrebbe tornare ad essere un grande produttore mondiale.
Questo modifica gli equilibri dell’OPEC+.
Il ragionamento è: Venezuela, maggiore produzione, maggiore offerta non controllata dall’OPEC+, minore potere dell’OPEC+ di sostenere artificialmente il prezzo, pressione su Arabia Saudita e Russia, maggiore potere contrattuale degli Stati Uniti.
La questione è particolarmente importante per l’Arabia Saudita. Riad basa una parte della propria strategia sulla capacità di ridurre o aumentare la produzione per governare il mercato.
Se Washington dispone di una grande nuova fonte potenziale di greggio, questa capacità di controllo diventa relativamente meno efficace.
Il vero obiettivo americano potrebbe non essere il prezzo basso, ma costruire una sorta di “Arabia Saudita americana” nell’emisfero occidentale.
Non necessariamente perché gli USA vogliano produrre subito 5 – 6 milioni di barili al giorno, ma perché vogliono avere accesso privilegiato a una gigantesca riserva di petrolio. Il petrolio venezuelano diventa una sorta di riserva strategica geopolitica americana.
E qui entra in gioco la Cina
Questo è probabilmente l’effetto geopolitico più importante. Per anni la Cina ha cercato di costruire rapporti energetici con Venezuela, Iran, Russia e altri produttori.
Washington sta facendo l’operazione inversa: petrolio venezuelano, capitale americano, tecnologia, americana, infrastrutture americane, produzione venezuelana, mercato americano.
Il risultato potrebbe essere la sottrazione di una delle principali risorse energetiche latinoamericane alla sfera economica cinese.
Ed è coerente con una strategia americana molto più ampia: ridurre la dipendenza energetica degli USA dall’estero, ma contemporaneamente aumentare il controllo americano sulle risorse energetiche dell’emisfero occidentale.
Effetto sul dollaro
Se il petrolio venezuelano torna massicciamente sul mercato internazionale attraverso imprese e capitali americani, aumenta il peso del dollaro nella catena finanziaria dell’energia venezuelana.
Quindi l’accordo può contribuire, marginalmente ma strutturalmente, a mantenere il petrolio dentro l’orbita finanziaria americana.
È un altro elemento di quella che potremmo chiamare “petrodollarizzazione occidentale delle riserve venezuelane”.
Washington non sta semplicemente comprando petrolio. Sta cercando di trasformare una riserva naturale inutilizzata in capacità produttiva americana.
Chi potrebbe perdere?
La Russia è probabilmente uno dei paesi che ha più da perdere. Se il Venezuela aumenta significativamente l’offerta: più Venezuela + più USA, minore scarsità, prezzo più basso, minori entrate russe da petrolio.
Questo è particolarmente importante perché il petrolio rappresenta una componente fondamentale delle entrate russe.
Iran: stesso problema.
Se Washington riesce contemporaneamente a: controllare meglio il petrolio venezuelano; aumentare la produzione; esercitare pressione sull’Iran; mantenere una forte presenza nel Golfo; gli Stati Uniti acquisiscono una posizione molto più forte nel mercato energetico mondiale.
L’Arabia Saudita non necessariamente perde in termini assoluti, ma perde potere relativo.
Russia e Medio Oriente diventano relativamente meno indispensabili agli Stati Uniti.
Ed è questo il vero significato dei 65 miliardi di barili. Non sono 65 miliardi di barili che domani invaderanno il mercato. Sono 65 miliardi di barili che Washington può progressivamente sottrarre all’incertezza geopolitica e riportare dentro una filiera energetica americana.
L’accordo prevede, infatti, un orizzonte di 25 anni per il progetto energetico, mentre le concessioni sui campi sono state descritte da diverse fonti come molto più lunghe; i dettagli giuridici e finanziari definitivi restano ancora poco trasparenti.
La benzina non cala subito, ma l’effetto annuncio può essere significativo
L’enfasi di Trump serve anche a tranquillizzare i consumatori statunitensi, che stanno subendo gli aumenti dei prezzi di benzina e gasolio causati dalla guerra all’Iran.
Oggi la benzina regular negli USA è intorno a $4,08/gallone. Un gallone equivale a 3,78541 litri, per cui la benzina alla pompa in USA costa circa 1,08 dollari/litro.
L’effetto Venezuela potrebbe portare ad una diminuzione di 2 – 10 centesimi al gallone nell’arco di un paio di mesi. Tuttavia, se Trump riuscisse rapidamente a far percepire al mercato che 1,5 milioni b/g sono soltanto l’inizio, l’effetto potrebbe essere maggiore del semplice petrolio fisicamente prodotto.
Il mercato finanziario potrebbe anticipare oggi una parte del beneficio che arriverà fisicamente tra anni.
Con la benzina americana oggi a circa $4,08/gallone, una riduzione di 25 centesimi significa circa -6,1% sul prezzo alla pompa. Una riduzione di 50 centesimi significherebbe invece -12,3%.
Perciò, se l’obiettivo politico di Trump è riportare rapidamente la benzina verso $3/gallone (0,79 dollari al litro), l’accordo venezuelano da solo non basta nel breve periodo.
Servirebbe una combinazione di aumento della produzione americana, maggiore disponibilità venezuelana e riduzione del premio geopolitico sul greggio.





