Islamismo: un problema da gestire, non una realtà da combattere
Sui social in lingua tedesca sta rimbalzando un video realizzato durante un incontro elettorale organizzato in una moschea di Neukölln, a Berlino.
Qui si è verificato un acceso confronto tra il politico della FDP Christoph Meyer e la moderatrice dell’incontro, Iman Andrea Reimann, rappresentante della moschea.
Meyer ha portato all’attenzione del pubblico una fotografia del 2017 nella quale compare l’imam Mohamed Taha Sabri insieme a Majed al-Zeer, figura considerata dalle autorità tedesche di rilievo nell’ambiente di Hamas in Germania, e ad altre persone.
Meyer ha utilizzato la fotografia per chiedere chiarimenti sui rapporti dell’imam e dell’ambiente della moschea con esponenti dell’islamismo e con persone vicine ad Hamas, collegando, inoltre, la questione al tema delle reazioni degli imam berlinesi all’attacco del 7 ottobre 2023.
La moderatrice lo ha interrotto, ritenendo che stesse spostando il dibattito dal tema della partecipazione dei musulmani alla società berlinese verso una discussione sull’islamismo.
Meyer ha contestato l’interruzione, sostenendo che proprio un confronto politico autentico deve consentire di porre anche domande scomode e di discutere apertamente di rapporti e posizioni controverse.
Una posizione che, in un Paese liberale, dovrebbe essere scontata, ma che, evidentemente, in quel contesto non lo era.
Nel corso del confronto è emersa anche una diversa concezione del termine “islamismo”.
La moderatrice ha sottolineato il rischio che il termine venga percepito come una generalizzazione dell’Islam e dei musulmani – una preoccupazione legittima, se non fosse che, in questo caso specifico, non si trattava di una generalizzazione, ma di un fatto documentato.
Esponenti della sinistra e dei Verdi presenti al dibattito hanno difeso la necessità di discutere della vita della comunità musulmana senza trasformare automaticamente ogni discussione in una questione di estremismo.
Il che, in astratto, è condivisibile. Ma il problema, come spesso accade, sta nei dettagli.
Perché il problema non nasceva dalla fotografia mostrata da Meyer. La Neuköllner Begegnungsstätte – l’associazione legata alla moschea in cui si è svolto l’incontro – è da anni oggetto di attenzione da parte delle autorità e del dibattito politico tedesco per rapporti con l’ambiente dei Fratelli Musulmani e con l’islamismo.
Non è un sospetto o è un’allusione: è un fatto noto, documentato, su cui ci sono indagini in corso.
La CDU aveva infatti scelto di boicottare questo incontro proprio per evitare, a suo giudizio, di legittimare politicamente un ambiente problematico.
La FDP aveva invece adottato la strategia opposta: partecipare all’incontro e confrontarsi direttamente con gli interlocutori – una scelta che ha il pregio del coraggio, ma che espone anche al rischio di normalizzare ciò che non dovrebbe essere normalizzato.
Lo scontro riflette una questione politica più ampia: come debba comportarsi lo Stato tedesco – e, per estensione, qualsiasi Stato europeo – nei confronti degli ambienti musulmani sospettati di essere vicini all’islamismo.
La CDU preferisce prendere le distanze e non dare legittimità; la FDP sostiene, invece, il confronto diretto; SPD, Verdi e Linke insistono maggiormente sul dialogo e sull’inclusione della comunità musulmana.
Quattro approcci diversi, che, però, condividono tutti un presupposto: che l’islamismo sia un problema da gestire, non una realtà da combattere.
Ed è qui che il discorso si fa serio.
Perché è abbastanza evidente che la volontà della moderatrice di parlare di “vita dei musulmani in Germania”, in un luogo molto probabilmente legato alla Fratellanza Musulmana, mostri la volontà di normalizzare la Fratellanza stessa e l’islamismo nel tessuto sociale tedesco.
Non di discuterne o metterlo in discussione, ma di farlo apparire come un interlocutore legittimo, una componente normale del pluralismo sociale. E questo è un pericolo enorme.
Perché la Fratellanza Musulmana non è un’associazione culturale o un circolo di lettura.
È un movimento politico-religioso, che ha come obiettivo dichiarato l’instaurazione di uno Stato islamico, che ha legami storici con l’estremismo e ha una visione del mondo incompatibile con i valori fondamentali della democrazia liberale.
Normalizzare la Fratellanza significa far passare come “dialogo” ciò che è, invece, una resa. Significa far passare come “inclusione” ciò che è invece una rinuncia a difendere i propri valori.
E penso che questo incontro – e le problematiche che suscita – debba far riflettere chiunque si mostri incline all’idea di lasciare che si costruiscano moschee senza porsi domande.
Perché una moschea non è solo un luogo di culto.
È anche un centro di potere, di influenza, di organizzazione.
È un luogo dove si possono tessere reti, coltivare legami e costruire consenso.
E se quelle reti, quei legami, quel consenso fanno capo a movimenti come la Fratellanza Musulmana, allora la moschea non è più solo un luogo di preghiera: è un avamposto politico.
Non si tratta di essere contro l’Islam.
Si tratta di essere contro l’islamismo, di avere il coraggio di distinguere tra la fede personale e il progetto politico e di non cadere nella trappola di chi, fingendo di difendere la libertà religiosa, sta, in realtà, lavorando per trasformare le nostre democrazie in qualcosa di completamente diverso.
E se in Germania – che pure ha una legge sull’immigrazione più rigida della nostra e una cultura politica più attrezzata – già si vedono questi problemi, cosa dobbiamo aspettarci in Italia?
Dove il dibattito è fermo al “sì o no alla moschea”, senza mai chiedersi: chi gestisce quella moschea, e cosa vuole davvero?




