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Futuro Nazionale? Il ventennio del ‘900 è morto e sepolto

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Futuro Nazionale

Luca Sforzini di Rinascimento Nazionale a tutto campo sul partito di Roberto Vannacci – Una destra moderna è risorgimentale, liberale, nazionale, repubblicana, cattolica, federalista

Luca Sforzini, oltre a essere un esperto d’arte, è il presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, il think tank di riferimento del partito di Roberto Vannacci.

Gli ho chiesto un’intervista per fare il punto su alcuni aspetti, a mio parere fondamentali, delle posizioni politiche di Futuro Nazionale.

Le sue sono opinioni personali derivanti dalle analisi del Centro Studi.

Roberto Vannacci e Luca Sforzini

Parto con una provocazione. Futuro Nazionale mi sembra Maga in politica estera e Andreotti e Craxi in politica interna. Se vedo linee rosse, queste sono più relative alla politica estera che a quella interna, dove il programma in gran parte coincide con quello del centrodestra o addirittura con provvedimenti già attuati dal Governo Meloni.

Nessuna politica interna ha un minimo di valore se non collocata nel quadro della politica internazionale. Futuro Nazionale, nel suo programma, guarda “con estremo interesse alla possibilità che il modello del mondo multipolare possa finalmente trovare una configurazione più stabile” e accenna a una Vestfalia aggiornata. Queste affermazioni collocano la strategia del generale Vannacci nel solco delle teorie kissingeriane.

Quanto Kissinger c’è nella politica estera di Futuro Nazionale?

Kissinger ci ha insegnato soprattutto una cosa, che l’Europa sembra avere dimenticato: la politica estera non è un concorso di virtù, è l’arte di costruire equilibri possibili tra potenze, interessi e civiltà differenti. In questo senso, certamente, vedo un elemento kissingeriano nell’idea di un nuovo equilibrio multipolare e di una sorta di Vestfalia del XXI secolo richiamata nel programma di Futuro Nazionale. Ma aggiungerei una precisazione: multipolarismo non significa equidistanza. Io sono e resto profondamente occidentale e atlantista. L’Italia appartiene all’Occidente per storia, cultura, interessi e destino. Essere atlantisti, tuttavia, non significa rinunciare a una politica estera italiana. Gli alleati non sono satelliti. È la lezione di Sigonella: Craxi poteva dire no agli Stati Uniti proprio perché non metteva in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti. L’autonomia è possibile soltanto dentro un’appartenenza forte.

Nel programma di Futuro Nazionale leggo una decisa affinità con le posizioni di J. D. Vance e con le sue esternazioni sull’Unione Europea fatte a Monaco nel 2025. Se così fosse, Futuro Nazionale si collocherebbe in una tradizione democratica atlantica conservatrice che, nonostante le critiche, nulla avrebbe a che fare con nostalgie fasciste.

Quanto è MAGA Futuro Nazionale?

MAGA mi interessa molto più come fenomeno storico-politico che come etichetta da importare. Ha riportato al centro dell’Occidente questioni che sembravano espulse dal dibattito: sovranità, confini, interesse nazionale, libertà di espressione, critica delle burocrazie sovranazionali, primato della politica rispetto agli apparati. E J. D. Vance a Monaco ha posto all’Europa una domanda scomoda, ma fondamentale: può l’Occidente continuare a definirsi tale se smette di credere nelle libertà che lo hanno costruito?

Se questo significa essere MAGA, esistono certamente consonanze. Ma l’Italia non è l’America e non abbiamo bisogno di imitazioni. Abbiamo una nostra tradizione: risorgimentale, liberale, nazionale, repubblicana, cattolica, federalista. Il compito di una destra italiana moderna dovrebbe essere costruire il proprio linguaggio dentro questa storia, non importarne uno da Washington. E certamente non cercarlo nel Ventennio: quello è un Novecento morto e sepolto.

Uno degli aspetti interessanti delle posizioni MAGA è la discussione in atto nei rapporti tra USA e Israele. Chiaramente Israele è un elemento essenziale e imprescindibile di un assetto geopolitico del Medio Oriente che faccia del Mediterraneo di nuovo una via stabile per i commerci, l’energia, le materie prime. Tuttavia Maga è molto critica nei confronti di Israele quando trascina gli Stati Uniti in avventure che collidono con gli interessi americani. Secondo Lei come si dovrebbe porre Futuro Nazionale nei confronti delle politiche di Gerusalemme?

Su Israele la mia posizione è particolarmente netta. Israele è parte dell’Occidente ed è un alleato strategico fondamentale. La sua esistenza e la sua sicurezza non sono negoziabili. E considero l’antisemitismo, da qualunque parte provenga, incompatibile con qualsiasi destra occidentale degna di questo nome.

Proprio perché considero Israele un alleato, però, non credo che l’amicizia consista nell’approvare automaticamente ogni decisione di qualunque governo israeliano. Vale esattamente ciò che dicevo per gli Stati Uniti: alleati, non satelliti. Israele deve poter difendere la propria sicurezza e l’Occidente deve contribuire a garantirla; ma Italia, Europa e Stati Uniti devono contemporaneamente perseguire un ordine mediorientale stabile, nel quale il Mediterraneo torni a essere una grande infrastruttura geopolitica di commerci, energia e relazioni tra continenti. Essere amici di Israele significa anche poter discutere con Gerusalemme quando gli interessi strategici non coincidono perfettamente.

Nel programma di Futuro Nazionale leggo: “L’Italia agisca da protagonista, innanzitutto nello scenario mediterraneo ed europeo, difendendo i propri interessi strategici, economici e culturali”. Il Mediterraneo era il Mare Nostrum al tempo di Roma, è stato solcato dalle repubbliche marinare ed è diventato, in seguito, appannaggio inglese grazie ai Savoia. Al Congresso di Vienna le due ultime repubbliche marinare (Genova e Venezia) furono sacrificate agli interessi del Regno di Sardegna, il quale restituì il favore consegnando il Mediterraneo al dominio britannico. “Per imporsi sul Regno delle Due Sicilie, dotato di una discreta Marina militare e di un’ottima Marina mercantile – scrive Federico Bertasi (Domino 5/2026) – il regno sabaudo scelse di affidarsi agli inglesi, da tempo impegnati nel ridimensionare la presenza borbonica e francese nel Mediterraneo”. Oggi stare con Maga e stare con gli inglesi è un esercizio da equilibristi, con rischio di caduta rovinosa. Lei cosa ne pensa?

Penso innanzitutto che l’Italia debba smettere di chiedersi con chi stare e ricominciare a domandarsi chi è. Una grande politica estera non consiste nello scegliere periodicamente il protettore più conveniente.

Il Mediterraneo dovrebbe tornare a essere il centro della nostra politica estera perché la geografia non si abroga per decreto. Siamo una piattaforma naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente. Abbiamo interessi energetici, commerciali, industriali, militari e culturali specificamente mediterranei. Questo non ci allontana né dagli Stati Uniti, né dalla Gran Bretagna; al contrario, ci rende un alleato più importante. La mia formula rimane quella: alleati, mai satelliti.

L’Italia deve stare nell’Alleanza Atlantica portandovi una propria strategia. E quella strategia deve avere Roma al centro e il Mediterraneo davanti.

Difficile accusare Futuro Nazionale di essere neofascista dal momento che leggo nel programma che “la Costituzione resta il riferimento fondamentale dell’azione pubblica”. La Costituzione è antifascista, ergo, chi si appella alla Costituzione non può essere fascista. Non le pare? Meglio essere chiari.

Meglio essere chiarissimi. Il fascismo appartiene alla storia italiana, non al nostro futuro politico. Io non ho alcuna nostalgia del fascismo, tanto meno del nazismo, che considero estraneo alla tradizione politica nella quale mi riconosco. La mia destra è risorgimentale prima ancora che novecentesca: libertà, Nazione, responsabilità individuale, proprietà, merito, Stato di diritto.

La Costituzione repubblicana è il terreno sul quale si svolge la competizione democratica italiana. Si può volerla riformare, anche profondamente, perché la Costituzione stessa prevede come farlo. Ma questo significa stare dentro l’ordine costituzionale, non fuori.

Per questo trovo culturalmente pigro continuare a giudicare ogni nuova esperienza politica di destra attraverso la categoria del fascismo. La domanda interessante non è se qualcuno voglia tornare al 1922. È quale Italia vogliamo costruire nel 2030.

L’incardinarsi nella Costituzione è, peraltro, assai interessante, in quanto è la leva fondamentale, se capisco bene, per quello che Futuro Nazionale afferma nei confronti dell’Unione Europea. Leggo nel programma che Futuro Nazionale “propone una riforma che ribadisca in modo esplicito e indiscutibile la prevalenza dei principi della Costituzione italiana rispetto ad ogni genere di trattati internazionali, inclusi quelli europei” e che “sarà solo la promozione di una revisione organica dei Trattati, condotta con perizia e ove la complessità lo consenta senza ledere il lavoro e la produttività del Paese, a poter garantire l’inderogabile tutela degli interessi nazionali degli Stati membri e, in primis, dell’Italia”.

Qui, probabilmente, c’è l’elemento più significativo di frizione con il centro destra e con interessi consolidati e trasversali, non solo politici. Come pensa si possa trovare un elemento di mediazione?

Partirei da una parola che considero decisiva: sussidiarietà. L’Europa dovrebbe fare molto bene le poche cose che richiedono una dimensione continentale e restituire agli Stati tutto ciò che può essere deciso meglio a livello nazionale o territoriale.

Io non sono contro l’Europa. Sono contro l’idea che l’Europa debba necessariamente trasformarsi in uno Stato centralizzato amministrato da una tecnocrazia. L’Europa è una civiltà prima di essere una burocrazia.

La mediazione, quindi, non consiste nello scegliere tra uscire dall’Unione e accettare qualsiasi decisione di Bruxelles. Consiste nel riaprire politicamente il tema dei Trattati, delle competenze, della sussidiarietà e dell’interesse nazionale. Vorrei un’Europa più forte dove serve – difesa, tecnologia, grandi infrastrutture, sicurezza energetica – e molto meno invasiva dove non serve.

E soprattutto vorrei recuperare un principio liberale elementare: il potere deve essere esercitato il più vicino possibile al cittadino. Vale per Roma rispetto ai territori e deve valere, a maggior ragione, per Bruxelles rispetto alle nazioni.

Veniamo ad uno dei problemi drammatici riguardanti il Vecchio Continente: il conflitto russo ucraino, nato dalla percezione di Mosca di essere strangolata dall’espansione della Nato. Leggo nel programma che “l’Italia deve rifiutare in modo netto una strategia espansiva o, peggio, offensiva della NATO, riprendendo le analisi sulla «politica di contenimento» di George Frost Kennan”. Politica del contenimento agli antipodi di quella di Zbigniew Brzezinski. La differenza sostanziale, lo ricordo per il lettore, risiede nell’approccio: George Kennan ideò il “contenimento” difensivo e paziente, mentre Zbigniew Brzezinsky promosse una geostrategia offensiva ed eurasiatica per smembrare definitivamente l’impero russo. Citare Kennan è già un’opzione precisa, ma oggi, concretamente, cosa propone Futuro Nazionale per evitare il ritorno di Brzezinsky?

Qui distinguerei ciò che dice il programma dalla mia lettura personale. Il richiamo a Kennan è importante perché recupera una concezione dell’Alleanza Atlantica come strumento di deterrenza e sicurezza, non come meccanismo di espansione indefinita.

La Russia ha invaso l’Ucraina e questa responsabilità non può essere cancellata. Ma riconoscere una responsabilità non significa rinunciare alla geopolitica. Prima o poi ogni guerra termina con un assetto politico e quell’assetto deve essere sostenibile anche per il giorno dopo.

L’obiettivo occidentale non dovrebbe essere né consentire alla Russia di ridisegnare militarmente a proprio piacimento i confini europei, né perseguire fantasie di disgregazione della Federazione Russa. Una Russia sconfitta, umiliata e destabilizzata, con migliaia di testate nucleari e un territorio immenso, non mi sembra esattamente la ricetta per un’Europa più sicura.

Serve quindi una nuova architettura di sicurezza europea: garanzie reali all’Ucraina, deterrenza occidentale credibile, confini riconosciuti e contemporaneamente un equilibrio strategico che renda inutile una nuova corsa all’espansione. Kennan aveva compreso che la forza dell’Occidente consiste anche nella pazienza. È una virtù geopolitica che dovremmo riscoprire.

Ultima questione. Il multipolarismo significa che è necessario riconoscere e rispettare non solo le grandi aree di influenza, ma anche le grandi aree culturali. Riconoscere storia e cultura della Cina, della Russia, dell’India, del mondo arabo islamico e via discorrendo è altrettanto necessario che riconoscere i fattori di influenza politici, economici e militari. Il problema dell’Occidente oggi è riconoscersi. E l’Occidente è oggi Usa ed Europa, ma forse andrebbe recuperato il concetto di Charles Da Gaulle di un’Europa «de l’Atlantique à l’Oural», cioè dall’Atlantico agli Urali. La sua idea era quella di una grande Europa geografica e storica, comprendente anche la Russia europea. Concetto da aggiornare, ma valido per gli aspetti di identità filosofica, storica, religiosa. La storia ha sempre camminato sulle gambe delle idee. Cosa ne pensa?

È forse la domanda che mi interessa di più, perché prima della geopolitica viene la civiltà.

Il multipolarismo ha senso soltanto se riconosciamo che il mondo non è composto esclusivamente da mercati e Stati, ma da grandi continuità storiche e culturali. Cina, India, mondo islamico, Russia possiedono memorie e identità che non possono essere cancellate dalla globalizzazione. Ma proprio per questo anche l’Occidente deve tornare a sapere chi è.

L’Occidente non è semplicemente un punto cardinale. È Atene, Gerusalemme e Roma; è cristianesimo e diritto romano, umanesimo e Rinascimento, illuminismo e rivoluzioni liberali, scienza, individuo, proprietà, libertà di coscienza. È una civiltà capace di correggere sé stessa proprio perché ha collocato la libertà dell’uomo al centro.

De Gaulle aveva intuito qualcosa di profondo parlando di Europa dall’Atlantico agli Urali. Non significa ignorare l’attuale frattura con Mosca, né immaginare domani mattina un’improbabile comunità politica comune. Significa riconoscere che esiste anche una Russia europea, cristiana, letteraria, musicale, filosofica, che appartiene alla storia del continente. Dostoevskij e Tolstoj non appartengono a una civiltà aliena.

La grande sfida del XXI secolo sarà probabilmente questa: costruire un Occidente abbastanza forte da dialogare con le altre civiltà senza dissolversi in esse. Per dialogare con il mondo bisogna prima sapere chi si è. È precisamente questo, per me, il significato politico della parola Rinascimento.

Infine, una curiosità. Come sono i rapporti con Elon Musk?

Preferisco rispondere con una certa discrezione. Seguo con enorme interesse ciò che Musk rappresenta, non soltanto come imprenditore, ma come fenomeno politico e culturale: spazio, intelligenza artificiale, industria, libertà di espressione, rapporto tra tecnologia e sovranità. Sono tutti temi decisivi per il futuro dell’Occidente.

Credo soprattutto che l’Italia dovrebbe smettere di osservare persone come Musk da spettatrice. Dovrebbe domandarsi come attrarre capitali, tecnologia, data center, industria avanzata e ricerca. Abbiamo competenze, università, manifattura, meccatronica, una straordinaria tradizione industriale e un marchio immateriale potentissimo che si chiama Italia.

Quanto ai rapporti personali, posso dire che esistono interlocuzioni con ambienti vicini a quel mondo e che sono state interessanti. Ma su certe conversazioni vale una vecchia regola: quando c’è qualcosa da raccontare, è meglio raccontarlo dopo. Non prima.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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