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Lo stato dell’arte – Le mani dell’oro

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bottega orafa medievale

Dalla bottega medievale ai distretti orafi, la lunga trasmissione di un sapere

Prima dei marchi, delle grandi maison e dei distretti industriali c’erano una bottega, un maestro e un ragazzo che guardava le sue mani. La storia dell’oreficeria è anche la storia di un sapere passato per secoli da uomo a uomo.

In una bottega medievale un ragazzo guarda le mani del maestro. Imparerà a fondere, preparare una lega, saldare. Prima osservando, poi provando, sbagliando e ricominciando.

Sul banco c’è dell’oro, spesso affidato da un committente. Dovrà essere lavorato garantendo peso e qualità. Il mestiere dell’orafo nasce dall’incontro fra conoscenza e fiducia.

Quel ragazzo entra però in un’arte già antica. All’inizio del XII secolo il De diversis artibus attribuito a Teofilo descrive tecniche di lavoro complesse.

Non è l’inizio di quel sapere, ma una delle prime occasioni nelle quali possiamo osservarlo: prima di essere nei libri, era soprattutto nelle mani degli uomini.

E quelle mani non lavoravano isolate. Intorno alla bottega c’erano altri maestri e apprendisti, mercanti, committenti e artigiani specializzati. Le botteghe collaboravano e competevano, gli uomini si spostavano, le tecniche circolavano.

Così si formano nel Medioevo associazioni professionali chiamate, secondo luoghi ed epoche, Arti, Università, Guilds, Zünfte, Confraternite. Gli statuti conservati sono quasi sempre posteriori alle comunità che regolano.

La corporazione non crea il mestiere: ne organizza gli uomini, disciplina l’accesso alla professione e i rapporti fra maestri e apprendisti, controlla le lavorazioni, rappresenta interessi comuni.

Contribuisce soprattutto alla continuità del sapere. Il giovane formato da un maestro potrà diventare maestro a sua volta. Una discendenza professionale nella quale ogni generazione riceve, modifica e trasmette ciò che ha imparato.

La città favorisce questi scambi. Colonia ha la sua Inter aurifices, Napoli il Borgo degli Orefici, Genova e Bologna le vie degli Orefici. A Roma le botteghe si concentreranno nell’area di via del Pellegrino; più tardi Ponte Vecchio diventerà il luogo degli orafi fiorentini.

La vicinanza facilita il lavoro. Una competenza particolare può essere trovata nella bottega accanto, una lavorazione passare da un artigiano all’altro, un lavorante portare altrove ciò che ha imparato. Concorrenza e collaborazione alimentano il confronto.

Intanto il mestiere diventa appartenenza. Regole e gerarchie costruiscono comunità che nei documenti successivi troviamo impegnate anche nell’assistenza ai malati, alle famiglie e alle vedove, nei funerali e nelle pratiche religiose. A Roma l’Università degli Orefici arriverà ad assegnare doti a giovani prive di mezzi.

Insieme alla solidarietà convivono ombre. La tutela della qualità può limitare l’accesso al mestiere e la protezione della comunità trasformarsi in difesa del privilegio.

Anche il rapporto con l’autorità cresce insieme al mestiere. La preziosità dell’oro e dell’argento richiede controlli: marchi dell’artefice e bolli di garanzia rendono riconoscibili responsabilità e qualità del metallo. Corporazioni e potere negoziano regole, privilegi e imposte.

Roma 1527 Benvenuto Cellini lascia la bottega e si prepara ad affrontare i lanzichenecchi
Roma 1527 Benvenuto Cellini lascia la bottega e si prepara ad affrontare i lanzichenecchi

Con il tempo cambia anche la formazione. Alla bottega si affiancano le scuole d’arte e di mestiere.

Nell’Ottocento un giovane può imparare dal maestro, studiare disegno, frequentare una scuola, lavorare in laboratori diversi, osservare collezioni e viaggiare.

Henri Vever descrive nella sua storia della gioielleria francese del XIX secolo proprio questo ambiente di botteghe, apprendisti, disegnatori, specialisti e grandi case. René Lalique entra giovanissimo nella bottega di Aucoc e contemporaneamente frequenta una scuola d’arte.

Il sistema continua a trasformarsi, ma la concentrazione delle competenze rimane un vantaggio.

A Parigi le grandi maisons si raccolgono progressivamente intorno a Place Vendôme. In Italia, in condizioni diverse, Valenza, Vicenza e Arezzo diventano grandi distretti orafi.

Incisori, smaltatori, incassatori, modellisti, fonditori e laboratori specializzati sono a portata di mano. La singola impresa può trovare intorno a sé competenze che non possiede al proprio interno.

La strada degli orafi medievale e il distretto moderno appartengono a mondi diversi, ma mostrano entrambi la forza della prossimità.

Nella seconda metà del Novecento questo lungo equilibrio cambia radicalmente. Globalizzazione, allargamento mondiale della clientela, produzione industriale, brand, pubblicità e nuovi sistemi distributivi modificano i rapporti fra bottega, produzione e mercato.

Da qui comincia un’altra storia.

Rimane il gioiello.

E, dietro il gioiello, le mani che per secoli hanno imparato a farlo.

Note

1. Teofilo e il sapere dell’orafo
Il De diversis artibus, attribuito a Teofilo e databile all’inizio del XII secolo, è una delle principali fonti sulle tecniche artistiche medievali. Il terzo libro è dedicato in larga parte alla lavorazione dei metalli e descrive strumenti, fornaci, crogioli e procedimenti utilizzati dagli orafi. Non testimonia la nascita di quelle tecniche, ma un sapere artigianale già maturo e tramandato attraverso la pratica.

2. Le corporazioni vengono dopo il mestiere
Arti, Università, Guilds e Zünfte assumono forme e denominazioni diverse nelle città europee. Gli statuti giunti fino a noi non devono essere confusi con l’origine delle comunità professionali: spesso fissano per iscritto consuetudini e rapporti già esistenti. Le corporazioni regolano apprendistato, accesso al mestiere, qualità delle lavorazioni e rapporti fra gli appartenenti alla professione.

3. Oro, marchi e garanzie
Il valore della materia prima rende l’oreficeria un’attività sottoposta molto presto a forme di controllo. Marchi dell’artefice, bolli cittadini e successivamente sistemi pubblici di garanzia permettono di identificare responsabilità e titolo del metallo. Forme, autorità competenti e cronologie variano considerevolmente da luogo a luogo: non esiste un unico sistema europeo nato contemporaneamente.

4. Una comunità anche sociale
Le associazioni di mestiere non tutelano soltanto il lavoro. Statuti e documenti testimoniano funzioni religiose e assistenziali: sostegno agli appartenenti in difficoltà, funerali, assistenza alle famiglie e alle vedove. Nell’Università degli Orefici di Roma compare anche la concessione di doti a giovani prive di mezzi. La solidarietà convive tuttavia con la difesa degli interessi della corporazione e con limitazioni all’accesso alla professione.

5. Benvenuto Cellini, orafo e combattente
Nella Vita, Cellini racconta la propria partecipazione alla difesa di Roma durante il Sacco del 1527 e gli scontri intorno a Castel Sant’Angelo. Il racconto autobiografico va letto con la necessaria prudenza – Cellini costruisce anche il proprio personaggio – ma restituisce efficacemente un mondo nel quale l’orafo rinascimentale poteva essere artista, artigiano, uomo d’armi e protagonista della vita cittadina.

Per saperne di più

Teofilo, De diversis artibus * fonte fondamentale per conoscere tecniche, strumenti e procedimenti delle arti medievali.

Benvenuto Cellini, La vita * testimonianza straordinaria, anche se fortemente autobiografica, sulla condizione dell’orafo e dell’artista nel Cinquecento.

Henri Vever, La bijouterie française au XIXe siècle * grande ricostruzione dell’oreficeria francese ottocentesca, delle botteghe, dei protagonisti e delle maisons.

Susan Weber Soros, Stefanie Walker (a cura di), Castellani and Italian Archaeological Jewelry, Yale University Press * riferimento per la gioielleria italiana dell’Ottocento e per il sistema culturale e produttivo sviluppatosi intorno ai Castellani.

John Cherry, Goldsmith, British Museum Press 1992 * Il mestiere dell’orafo nel Medioevo: tecniche, committenza, organizzazione delle botteghe e sviluppo delle corporazioni

Autore

  • Sergio Ansuini

    Sergio Ansuini, già CEO di Ansuini Gioiellieri 1860, è stato fondatore e docente dei corsi di stilismo del gioiello all'Accademia di Costume e dello IED. Dopo incarichi apicali nelle associazioni orafe italiane, ha curato lo studio del Tesoro del Museo di San Pietro e il restauro delle suppellettili sacre del Sommo Pontefice.

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