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Dal woke a Vannacci: Conte cambia rotta, Meloni difende idea di destra

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Conte prova a conquistare l’elettorato moderato e abbandona il woke, mentre Vannacci punta sulla destra più radicale. In mezzo c’è la strategia di Giorgia Meloni

La sinistra ha cominciato a capire che il woke non funziona più.

La scoperta arriva dopo anni nei quali una parte consistente del progressismo, prima negli USA e poi in Europa, ha trasformato le battaglie sui diritti civili nel centro della propria proposta politica.

Cancel culture, linguaggio inclusivo, teoria del gender, nuove categorie identitarie, revisioni della storia e della cultura occidentale sono diventati progressivamente il terreno sul quale misurare la presunta modernità di una sinistra sempre più lontana dalle preoccupazioni quotidiane di milioni di persone.

Adesso il vento è cambiato e come sempre soffia dagli USA e il più rapido ad accorgersene in Italia è stato Giuseppe Conte.

Il leader del Movimento 5 Stelle ha scritto che alla sinistra il woke non serve e che il vero nemico da combattere è una società di diseguaglianze.

Ha riconosciuto gli eccessi della cultura woke, arrivando a definirla una sorta di “religione morale autoreferenziale” e sostenendo che sarebbe un errore strategico costruire su di essa l’azione politica progressista.

Una conversione improvvisa quella dell’ex avvocato del popolo, non l’unica a dimostrazione della sua abitudine nel cambiare rotta a seconda di come tira il vento.

E qui nasce il primo problema, perché in politica l’evoluzione delle idee è legittima, cambiare opinione non è una colpa. Ma quando il cambiamento arriva esattamente nel momento in cui cambia il vento elettorale, qualche domanda è inevitabile porsela.

Conte ha dimostrato più volte una straordinaria capacità di adattamento politico.

Prima presidente del Consiglio sostenuto dalla Lega, poi presidente del Consiglio sostenuto dal Partito democratico e dalla sinistra, quindi leader di un Movimento che ha progressivamente modificato la propria collocazione politica spostandosi verso una connotazione più da corrente sinistra in salsa democristiana che movimentista.

Oggi si propone come possibile punto di riferimento di una sinistra popolare che vuole prendere le distanze dagli eccessi tipici del progressismo radical chic made in USA.

E, quindi, arriva anche la conversione anti woke.

Il problema non è che Conte abbia cambiato idea, il problema è che l’elettore può chiedersi quale sia l’idea di fondo rimasta immutata dietro tutti questi cambiamenti.

La coerenza in politica non è una virtù ornamentale ma uno degli elementi sui quali si costruisce la fiducia.

Un politico può correggere una posizione dopo averne riconosciuto l’errore, può anche cambiare opinione davanti a una realtà diversa.

Ma se cambia continuamente campo, alleanza, linguaggio e priorità a seconda della convenienza del momento, l’elettore rischia di non sapere più quale sia la sua vera posizione.

Il sospetto è che la svolta di Conte abbia molto più a che fare con la prossima partita per la leadership del centrosinistra che con una improvvisa revisione filosofica della cultura progressista.

Le cronache politiche di questi giorni descrivono la mossa come un tentativo di conquistare uno spazio distinto da quello di Elly Schlein, tornando a parlare a lavoratori, ceto medio alle prese con gli aumenti dei prezzi, periferie e fasce popolari.

Le ricette sono più o meno sempre le stesse fondate sull’assistenzialismo statale che già tanti danni ha fatto.

Conte però ha fiutato il vento e il vento soffia contro il woke, la domanda successiva riguarda la natura culturale di questa svolta.

Il leader del M5s ha studiato e vissuto una parte importante della propria formazione nell’ambiente vaticano di Villa Nazareth, realtà romana nata nel 1946 e caratterizzata da una forte ispirazione cristiana e dalla formazione di giovani attraverso un percorso culturale, umano e spirituale.

La stessa Villa Nazareth si definisce oggi un centro di formazione animato da una profonda ispirazione cristiana e umana.

Nel maggio scorso Papa Leone XIV ha ricevuto la comunità, ricordandone esplicitamente la vocazione alla formazione e alla diffusione di una cultura illuminata dagli insegnamenti del Vangelo.

È possibile che questo retroterra culturale abbia avuto un peso nella sensibilità di Conte?

È possibile che certi ambienti vaticani influenzino anche oggi in qualche modo un partito di un altro Stato?

Sono domande che ci si può porre anche se non esistono elementi pubblici sufficienti per trasformare queste ipotesi in una certezza e sostenere che dietro la recente svolta anti woke ci sia la regia di ambienti vaticani.
Resta tuttavia un elemento politico interessante.

La critica al woke che oggi arriva da Conte riporta infatti la sinistra su un terreno molto diverso da quello della cultura progressista radicale: attenzione alla persona, alle diseguaglianze, al lavoro, alla dimensione sociale, ai problemi concreti.

Sono temi che riportano il dibattito progressista verso una tradizione politica molto più antica delle mode culturali importate dagli Stati Uniti.

Ma proprio qui si apre la partita per la destra, perché mentre Conte cerca di togliere alla destra una delle sue principali armi culturali, Roberto Vannacci col suo Futuro Nazionale tenta di occupare lo spazio opposto.

L’ex generale ha costruito il proprio consenso sulla rottura, ha infatti intercettato un elettorato che considera troppo prudente la destra di governo e che chiede una risposta più radicale su immigrazione, sicurezza, identità nazionale, famiglia, Europa e valori tradizionali.

Un certo consenso verso Roberto Vannacci esiste senz’altro anche se è opportuno giudicare con cautela i sondaggi elettorali che esprimono intenzioni di voto che non è detto si tramutino in voti effettivi.

Certamente il programma di Vannacci non è affatto scontato che sia compatibile con quello di Giorgia Meloni.

Il programma di Futuro Nazionale propone, infatti, una destra molto più identitaria e radicale.

Difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, famiglia naturale, identità cristiana, revisione delle unioni civili, forte stretta sull’immigrazione, educazione militare nelle scuole e una revisione profonda del rapporto tra Italia e Unione europea sono alcuni degli elementi che caratterizzano la sua proposta.

Si tratta di posizioni politiche legittime anche se vi è sempre il sospetto che quello dell’ex generale possa essere una sorta di cavallo di Troia utile per indebolire il partito di Giorgia Meloni, cosa che potrebbe essere gradita a diversi potentati dentro e fuori dall’Italia.

In ogni caso una coalizione di governo non si costruisce sulla semplice somma delle posizioni più radicali presenti nel proprio elettorato.

Giorgia Meloni lo sa, la sua operazione politica è stata esattamente l’opposto di quella di Vannacci: ha trasformato una destra identitaria e di sola opposizione in una destra capace di governare pur senza rinnegare il proprio percorso storico.

È questa la differenza che spesso viene dimenticata, Vannacci può contestare la Meloni, può sostenere che la destra debba essere più radicale, può costruire un partito intorno a questa convinzione come di fatto avvenuto, anche se con molti profughi da altre realtà politiche.

Ma non può pretendere che la linea del centrodestra venga automaticamente riscritta sulla base del suo programma.

Meloni ha scelto una destra conservatrice, nazionale, atlantista e inserita nel sistema delle alleanze occidentali.

Ha scelto di confrontarsi con l’Europa, difendendo gli interessi nazionali, senza rinunciare al ruolo dell’Italia nell’Unione europea. Ha scelto il governo invece della facile protesta.

E bisogna dire che questo approccio ha dato stabilità al governo, elemento importantissimo in un contesto internazionale il più difficile dalla fine della seconda guerra mondiale. Un risultato che le è riconosciuto a livello internazionale.

Futuro Nazionale rappresenta un’altra cosa, una destra identitaria, a mio modesto parere senza alcuna radice storica, movimentista, più radicale e molto più disponibile a mettere in discussione alcuni degli equilibri sui quali Meloni ha costruito la propria politica internazionale ed europea.

Una destra, quella di Vannacci, che si richiama spesso alla Bibbia e ai valori della religione, qualcosa che gran parte dell’elettorato conservatore giudica probabilmente eccessivo.

Le due destre, quella di Giorgia Meloni e quella dell’ex generale, possono dialogare, ma non sono però la stessa destra.

E questo spiega perché un’alleanza tra Meloni e Vannacci oggi sia tutt’altro che semplice e probabile, almeno fino all’ultimo minuto della partita politica.

La questione non è personale ma programmatica.

Meloni non ha bisogno di diventare Vannacci per difendere i valori del centrodestra. E Vannacci non ha bisogno di diventare Meloni per costruire il proprio consenso.

Il problema nasce quando uno dei due pretende di stabilire cosa debba essere l’altro.

La vera sfida per Giorgia Meloni e il suo partito, sarà quindi impedire che la destra si indebolisca proprio mentre la sinistra sta facendo una clamorosa retromarcia culturale dal risultato incerto.

Perché Conte ha capito una cosa fondamentale, talmente semplice da capire che rimane il sospetto di una presa di posizione di comodo, e cioè che il cittadino che deve pagare una bolletta non vive di woke, chi cerca un lavoro non vive di cancel culture.

Chi vive in una periferia insicura non considera prioritaria la guerra sulle parole nel nome del politicamente corretto.

Chi appartiene a un ceto medio impoverito non ha bisogno di una nuova categoria identitaria per sentirsi rappresentato.

Vuole risposte e qui Conte rischia di fare un’operazione politicamente intelligente ma anche profondamente opportunistica.

Se davvero ha compreso che il woke ha portato la sinistra lontano dal Paese reale, dovrebbe spiegare perché se ne accorge soltanto adesso.

Se invece la sua svolta nasce soprattutto dalla necessità di contendere a Schlein la leadership del centrosinistra, allora siamo davanti all’ennesimo cambio di pelle del presidente del Movimento 5 Stelle.

Ed è proprio questo il problema della politica italiana, troppi leader cambiano posizione prima ancora di cambiare idea.

L’elettore, però, non è stupido, può accettare una correzione e perfino apprezzarla.

Quello che difficilmente perdona è la sensazione di essere considerato soltanto un voto da conquistare.

La sinistra ora scopre il Paese reale e Conte scopre il limite del woke.
Vannacci scopre lo spazio lasciato libero dalla destra più radicale.

Meloni deve invece dimostrare che esiste una terza strada: una destra capace di difendere identità, sicurezza, famiglia, interesse nazionale e valori occidentali senza trasformare ogni battaglia culturale in una guerra permanente dove l’attenzione è rivolta alla comunicazione sui social invece che al Paese reale.

C’è da dire che almeno fino a questo momento il Presidente del Consiglio ha sempre messo al primo posto il governo della Nazione ed i problemi pratici pur senza rinunciare ad una strategia di comunicazione digitale di grande successo e qualità.

È questa la sfida del centrodestra: non rincorrere Vannacci e non imitare Conte con le sue contraddizioni e piroette ma governare cercando di portare a casa dei risultati.

Perché alla fine, quando le ideologie si sgonfiano e le campagne elettorali finiscono, rimane sempre la stessa domanda: chi è stato capace di dare risposte ai problemi reali degli italiani?

Autore

  • Adolfo Tasinato

    Laurea in Comunicazione e Marketing, Master in comunicazione digitale. Iscritto all'Ordine dei Giornalisti, socio della Associazione Giornalisti 2.0. Scrivo per il Nuovo Giornale Nazionale.

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