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Mladić, il funerale dell’infamia

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Mladić, il funerale dell'infamia

Quando uno Stato rende onore al boia di Srebrenica

“Chiunque dimentichi il passato è condannato a ripeterlo”.
George Santayana

Ci sono morti che meritano silenzio.

Ci sono morti che meritano pietà.

E ci sono morti davanti ai quali una democrazia dovrebbe avere il coraggio di non inginocchiarsi.

Ratko Mladić appartiene a quest’ultima categoria.

Non perché sia morto.

La morte, di fronte alla quale ogni essere umano torna fragile e definitivo, non ha bisogno di essere celebrata né condannata.

Ma perché la morte non modifica ciò che un uomo ha fatto quando era vivo.

Mladić non è morto come un generico “ex generale”. Non è morto semplicemente come un vecchio militare serbo.

È morto dopo essere stato condannato all’ergastolo dalla giustizia internazionale per alcuni dei crimini più gravi che possano essere commessi durante una guerra.

La sua figura è indissolubilmente legata alla guerra di Bosnia, all’assedio di Sarajevo e, soprattutto, al genocidio di Srebrenica.

E allora la decisione di tributargli massimi onori di Stato e militari pone una domanda che nessuna retorica patriottica può mettere a tacere:
che cosa significa, esattamente, onorare un uomo condannato per genocidio?

La risposta è terribile nella sua semplicità.

Significa che uno Stato sceglie di sovrapporre la propria simbologia alla memoria delle vittime.

Significa che la bandiera può finire sopra la bara di un uomo mentre, sotto quella stessa bandiera, la storia continua a interrogare i vivi.
Srebrenica non è un dettaglio biografico.

Srebrenica è una ferita europea.

Nel luglio 1995 furono uccisi più di ottomila bosgnacchi, uomini e ragazzi, nel più grave crimine di massa commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Il nome di Srebrenica è diventato sinonimo di una delle più atroci sconfitte della coscienza europea.

E Ratko Mladić è diventato il volto militare di quella tragedia.

Non è una definizione giornalistica.

Non è un insulto politico.

È il risultato di un processo internazionale conclusosi con una condanna definitiva.

Per questo la scelta di celebrarlo con gli onori dello Stato non può essere liquidata come una questione privata o familiare.

Un funerale privato appartiene alla famiglia. Un funerale di Stato appartiene alla collettività.

Ed è precisamente questa distinzione che rende la vicenda moralmente intollerabile.

La famiglia può piangere Mladić.

Può ricordarlo come vuole.

Può seppellirlo dove desidera.

Può conservare fotografie, medaglie, uniformi e ricordi.

Ma quando entra in scena lo Stato, cambia tutto.

Lo Stato non è una famiglia.

Lo Stato rappresenta anche coloro che non possono più parlare.

Rappresenta le vittime.

Rappresenta i bambini uccisi.

Rappresenta le madri che ancora cercano i resti dei propri figli.

Rappresenta i sopravvissuti.

Rappresenta anche coloro che hanno trascorso decenni a cercare una verità che non venisse cancellata dalla propaganda.

Ed è qui che la decisione di Belgrado diventa qualcosa di più di una cerimonia funebre.

Diventa un gesto politico sulla memoria.

La domanda non è quindi se Mladić debba essere sepolto.
Naturalmente deve esserlo.

La domanda è se debba essere sepolto con il volto dello Stato.
E qui la risposta dovrebbe essere semplice: no.

Perché gli onori di Stato non sono un diritto biologico concesso automaticamente a chiunque abbia indossato una divisa.

Sono un riconoscimento.

E riconoscere pubblicamente significa attribuire un valore.

Il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic ha parlato di tutti gli onori militari e di Stato spettanti al generale. Il presidente Aleksandar Vučić ha sostenuto la necessità di rispettare le volontà della famiglia e ha denunciato il fatto che Mladić sia morto all’Aja.

Ma proprio qui emerge l’equivoco fondamentale.

Il problema non è impedire alla famiglia di piangere Mladić. Il problema è impedire che lo Stato pianga Mladić come un proprio eroe.

Sono due cose radicalmente diverse.

E una democrazia dovrebbe essere abbastanza adulta da comprenderlo.

Perché se ogni condannato può diventare un eroe nazionale semplicemente perché appartiene a una determinata comunità, allora la giustizia internazionale diventa una formalità e la memoria diventa una guerra di appartenenza.

Io sono serbo, dunque Mladić è un eroe.

Io sono bosniaco, dunque Mladić è un criminale.

Io appartengo a questa memoria, dunque la tua memoria è falsa.

È esattamente così che ricominciano le guerre.

Non necessariamente con i cannoni.

Prima ricominciano con i simboli.

Con i murales.

Con gli slogan.

Con le fotografie.

Con le uniformi.

Con le piazze.

Con i morti trasformati in santi.

E, infine, con la cancellazione delle vittime.

La parte più inquietante di questa vicenda è proprio la trasformazione del criminale condannato in icona identitaria.

A Belgrado e in altre città serbe sono comparsi striscioni e graffiti in sostegno di Mladić. Il suo volto viene ancora rappresentato in uniforme, come quello di un combattente nazionale. Alcuni giovani lo celebrano come simbolo della propria idea di libertà.

Ma quale libertà?

La libertà di chi?

Certamente non quella degli uomini e dei ragazzi di Srebrenica.

Certamente non quella delle famiglie che li hanno perduti.

Certamente non quella delle donne sopravvissute alla pulizia etnica.

Un generale può essere trasformato in mito soltanto quando le vittime vengono trasformate in numeri.

Ottomila morti.

Una cifra.

Un numero.

Una statistica.

Ma Srebrenica non fu “ottomila”.

Fu un uomo.

Poi un altro.

Poi un ragazzo.

Poi un padre.

Poi un fratello.

Poi un figlio.

Poi una fotografia conservata per trent’anni.

Poi un nome pronunciato davanti a una bara.

Poi una madre che continua a cercare.

La cifra serve alla storia.

Il nome serve alla coscienza.

Ecco perché ogni celebrazione di Mladić dovrebbe essere contrastata non con un’altra celebrazione, ma con la memoria delle vittime.

Non occorre costruire un altro culto.

Occorre distruggere la necessità stessa dei culti.

La Commissione europea ha ricordato che la glorificazione dei criminali di guerra è incompatibile con i valori fondamentali europei e che Mladić stava scontando l’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità.

Il punto politico è enorme.

La Serbia aspira all’Unione Europea.

Ma l’Europa non è soltanto un mercato, una moneta, una frontiera o un negoziato diplomatico.

L’Europa è anche una memoria condivisa del male.

Dopo Auschwitz, dopo Srebrenica, dopo le tragedie del Novecento, l’Europa dovrebbe sapere che cosa accade quando i criminali vengono trasformati in simboli e le vittime in ostacoli alla costruzione del mito nazionale.

Per questo il funerale di Mladić non riguarda soltanto la Serbia.
Riguarda l’Europa.
Riguarda la Bosnia.
Riguarda la Croazia.
Riguarda il Kosovo.
Riguarda tutti coloro che hanno imparato, spesso nel modo più sanguinoso, che il nazionalismo può trasformare una comunità ferita in una macchina di esclusione.
E riguarda soprattutto la memoria.
Perché il vero problema non è che Mladić venga sepolto.
Il vero problema è che possa essere sepolto come un eroe.
Un uomo può morire in carcere e diventare un martire.

Un condannato può diventare un santo laico.
Un generale responsabile di crimini può essere trasformato in patriota.
È questo il perverso meccanismo della memoria nazionalista.
Non nega necessariamente i fatti.
Li riorganizza.
Non dice: “Srebrenica non è mai esistita”.
Dice qualcosa di più sofisticato:
“Sì, è accaduto, ma noi abbiamo un’altra storia da raccontare.”
Ed è qui che bisogna essere inflessibili.

Perché non esistono due verità su un massacro.
Possono esistere interpretazioni storiche diverse.
Possono esistere controversie politiche.
Possono esistere discussioni sulle responsabilità collettive.
Ma quando una corte internazionale ha stabilito responsabilità penali individuali attraverso un processo e una successiva conferma in appello, la memoria pubblica non può comportarsi come se quella sentenza non esistesse.

Il funerale di Stato di Mladić, dunque, sarebbe molto più di un funerale.
Sarebbe una frase pronunciata dallo Stato.
E quella frase rischia di suonare così:
“Puoi essere condannato per genocidio e, tuttavia, restare un eroe nazionale.”
È una frase che l’Europa non dovrebbe accettare.
Non per vendetta.
Non per odio.
Non per umiliare il popolo serbo.
Al contrario.
Proprio perché un popolo non coincide con i suoi criminali.
La Serbia non è Ratko Mladić.
La Bosnia non è soltanto Srebrenica.
I serbi che rifiutano la glorificazione di Mladić appartengono alla stessa storia europea di coloro che ne denunciano i crimini.

Ed è forse questa la parte più importante della vicenda: la battaglia contro la memoria di Mladić non deve diventare una battaglia contro un popolo.
Deve essere una battaglia contro la trasformazione del crimine in identità.
Perché quando un criminale diventa simbolo, la vittima viene uccisa una seconda volta.

La prima volta fisicamente.
La seconda volta nella memoria.
Ed è questa seconda morte che una democrazia dovrebbe impedire.
Perciò davanti alla bara di Ratko Mladić non servono vendetta, insulti o teatralità.
Serve qualcosa di molto più difficile:
ricordare.
Ricordare Srebrenica.
Ricordare Sarajevo.
Ricordare le vittime.
Ricordare le sentenze.
Ricordare che una divisa non rende nobile chi la indossa.
Ricordare che il patriottismo non assolve un crimine.
Ricordare che la morte non cancella la responsabilità.
E soprattutto ricordare che lo Stato non deve mai inginocchiarsi davanti alla propria propaganda.

Perché la civiltà comincia proprio lì: nel momento in cui si decide che nessuna bandiera è abbastanza grande da coprire una fossa comune.
E nessun funerale abbastanza solenne da seppellire la verità.

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